A caccia di un esercito di evasori
di Vito De Ceglia
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 28 settembre 2009
Commentando a luglio gli ultimi dati sulle dichiarazioni dei redditi, un
ministro si espresse così: "Direbbe Humphrey Bogart: questa è l'Italia, bambola".
Certo, è un'affermazione poco edificante, soprattutto se a pronunciarla è un
membro del Governo. Ma è la cruda verità: gli italiani sono un popolo di
evasori. Come dimostra la denuncia del Dipartimento delle Finanze del dicastero
dell'Economia: «Il numero dei contribuenti che, legalmente o illegalmente, si
sottrae in tutto o in parte ai suoi doveri fiscali è elevatissimo. E' evidente,
infatti, che non è credibile che più di tre italiani su 10 dichiarino meno di
1.000 euro al mese di reddito, né tanto meno che solo poco più di 68mila
contribuenti guadagnino più di 200mila euro l'anno».
Da qui la caccia, "senza tregua", agli evasori da parte delle Agenzie delle
Entrate. Il direttore Attilio Befera rivendica i risultati raggiunti nei primi
otto mesi dell'anno: «Le somme incassate a seguito delle verifiche realizzate
dal primo gennaio al 31 agosto 2009 ammontano a 2,8 miliardi, con un incremento
del 47% rispetto al 2008 (1,9 miliardi)». Mentre il direttore centrale
accertamento dell'Agenzia, Luigi Magistro, osserva che gran parte di queste
entrate effettive (2,1 miliardi) deriva da un'adesione del contribuente alle
richieste del Fisco e, quindi, si è tradotta in una proporzionale riduzione del
contenzioso». Inoltre, sottolinea Magistro, «in virtù di oltre 173mila
accertamenti, è stata imputata ai soggetti controllati una maggiore imposta non
versata pari a 10 miliardi (nel 2008 ci si era fermati a 5,8 miliardi)». Le
ispezioni del fisco, nei prossimi mesi, avranno a monte anche analisi del
rischio evasione "personalizzate".
«Screening - puntualizza Befera - che coinvolge per ora le imprese con volume
d'affari o ricavi non inferiori a 300 milioni, ma sarà allargato a tutti i
grandi contribuenti (quelli sopra i 100 milioni) entro il 2011.
Così, sarà assicurata una verifica costante su una platea dalla quale dipende
più del 60% del gettito tributario».
E' in questo contesto che si inserisce il cosiddetto "scudo fiscale ter",
concepito dal ministro Tremonti come "cerniera" per la lotta all'evasione.
L'obiettivo dichiarato è quello di "scudare" (regolarizzare) la posizione degli
evasori, in particolare di quelli "grandi", tentando di recuperare i circa
170mila capitali illegalmente custoditi nei paradisi fiscali. Conti in
Liechtenstein, a Montecarlo e in Svizzera. Lo scudo, inserito nel decreto
correttivo anticrisi, dovrà essere convertito in legge il 3 ottobre, giorno in
cui scadrà il periodo di vigenza del provvedimento. L'entità dei capitali
riparati nei paradisi fiscali, dopo i primi due scudi fiscali (2001-2003), che
riportarono in Italia circa 80 miliardi, non è facilmente stimabile: si parla di
500 miliardi di euro attualmente depositati nei conti offshore di società e
trust di tutto il mondo. E ne dovrebbero rientrare tra i 60 e i 100 miliardi.
Per inciso: lo scudo ter è dedicato a capitali che hanno cercato, con successo,
soprattutto di sottrarsi all'imposizione fiscale. Rispetto ai primi due "scudi"
- quando il rimpatrio o la regolarizzazione interessava i capitali esportati
nei decenni precedenti, e quindi in anni relativamente ai quali non sarebbe
comunque più stato possibile compiere accertamenti tributari (che in Italia non
possono andare indietro oltre i 5 anni) -, questo scudo si rivolge in
particolare a capitali esportati recentemente, dopo il 2004, e quindi in anni
per i quali l'accertamento tributario sarebbe ancora possibile. Nella nuova
versione del provvedimento, il rimpatrio dei capitali e delle attività
finanziarie esportate avviene attraverso il pagamento di un'imposta sostitutiva
del 5%, e il calcolo dell'imposta straordinaria questa volta non colpisce i
patrimoni, ma si applica ai rendimenti per far pagare le tasse dove non sono
state pagate.
A differenza poi delle precedenti operazioni, lo scudo ter dovrebbe uscire
rafforzato perché il comma 3 della norma chiarisce che «lo strumento non può
andare contro il contribuente, in quanto dovrebbe proteggerlo non solo per le
dichiarazioni passate ma anche per quelle future, non più a rischio della
presunzione di maggior reddito». Non solo, «la dichiarazione di chi ha
esportato illegalmente il capitale all'estero deve restare anonima, e il
rimpatrio del capitale stesso nel caso in cui si trovi in un paese al di fuori
della Unione Europea, comporta la possibilità di utilizzare l'ammontare di
capitale oggetto di dichiarazione come scudo contro successivi accertamenti».
Un pericolo, questo - secondo Alberto Cisterna, sostituto procuratore nazionale
dell'Antimafia - «perché senza alcun serio monitoraggio sulle costituzioni
delle provviste all'estero, sui loro titolari in Italia, sulle destinazioni
degli impieghi ripuliti, si alimentano effetti negativi sul contrasto alla
legalità».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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