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A rischio il ricambio manageriale se resta un affare di famiglia
di L.D.O.
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 3 ottobre 2011

L'incertezza del quadro economico spinge un numero crescente di imprese a sospendere il passaggio generazionale da tempo programmato. Un fenomeno particolarmente evidente tra le imprese di piccole o medie dimensioni, che nel medio periodo può rivelarsi particolarmente deleterio secondo gli analisti: perché si blocca il naturale processo di evoluzione aziendale, non si valorizzano le risorse a disposizione e si rischia di compromettere definitivamente la competitività aziendale. «Anche se l'urgenza della crisi ha fatto passare in secondo piano il tema del passaggio generazionale, questo non significa che sia diventato meno rilevante», riflette Sergio Paternostro, docente del dipartimento di Studi aziendali e sociali all'Università di Siena. «Il 60% degli imprenditori attivi ha più di 60 anni, per cui dovrebbe essere già entrato nella fase di progettazione del passaggio di testimone». Che il processo sia difficile è concezione diffusa tra gli stessi vertici aziendali: «Da nostre indagini è emerso che l'80% degli imprenditori considera questo processo gestibile con grandi difficoltà o impossibile da gestire», aggiunge. «Del resto, non scopriamo certo oggi che solo il 14% delle imprese sopravvive alla terza generazione». I problemi nascono in primo luogo dal sovrapporsi di due differenti piani: da una parte la logica dell'impresa, che dovrebbe portare a fare emergere il merito e la profittabilità nelle scelte, dall'altra i legami familiari, con il rischio di compromettere gli affetti. «Il problema non è nuovo, ma sarebbe sbagliato eluderlo rimandando ogni decisione al postcrisi», osserva Daniele Marini, professore all'Università di Padova e direttore scientifico di Fondazione Nord Est, che proprio di recente ha curato una pubblicazione dal titolo emblematico: «Italia: un Paese per giovani?», in cui si evidenziano i progressi fatti dal territorio sul fronte dell'internazionalizzazione, ma anche gli ostacoli che derivano dalla congiuntura negativa e dai limiti dimensionali delle aziende. «Il ruolo della famiglia, l'autonomia e il fare da sé, elementi com'è noto che avevano dato origine a un nugolo di piccole imprese familiari, fortemente flessibili e in grado di aggredire un mercato prevalentemente domestico, oggi mostrano la corda», si legge nel rapporto. «Di fronte a decisioni che incidono in maniera decisiva nel medio periodo non si può titubare a causa di un contesto economico negativo», aggiunge l'analista. La questione evidente nel Nord Est non è molto diversa dal resto del paese: uno studio condotto da Cresit (Research Centre for Innovation and Life Sciences Management), Università dell'Insubria e Cna Lombardia rivela che il 66% degli imprenditori non programma la successione, anche se nel 58% delle aziende che hanno compiuto questa scelta viene rilevato un deciso cambio di passo. «Gli ultimi tempi hanno registrato una decisa frenata dei passaggi generazionali», rileva Claudio Devecchi, che all'Università Cattolica di Milano guida il Cerif (Centro di Ricerca sulle Imprese di Famiglia). «Dopo che per molti anni il dato si è attestato intorno alle 60mila unità, nel 2009 e nel 2010 i passaggi non hanno superato quota 40mila». Una riduzione di circa un terzo che non trova spiegazioni nell'età media delle imprese familiari (che, anzi, tende a crescere), ma proprio nella situazione congiunturale. Il calo, secondo le rilevazioni del Cerif, è dovuto all'incirca in egual misura alle sospensioni e alle rinunce definitive dei processi già avviati. «In entrambi i casi sono le difficoltà del presente e i timori del futuro a spingere verso la scelta», aggiunge Devecchi. «Se si avesse la percezione di una svolta in arrivo, non ci sarebbe tutta questa resistenza. Invece, l'orizzonte resta fosco e chi guida l'azienda è frenato dal timore di bruciare l'erede». Eppure il rischio reale è che questo porti a un peggioramento delle cose: «Un altro fattore di difficoltà che spesso si riscontra nei passaggi di testimone è il differente approccio culturale tra i padri, che in genere si sono formati sul campo, e i figli, spesso reduci da una formazione specialistica», osserva Marini. «La crisi attuale può essere l'occasione per tentare il cambio di passo e dare fiducia ai giovani».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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