Alla finanza di massa servono cinque regole
di Marco Vitale
Corriere Economia - Corriere della Sera
Lunedì 26 gennaio 2004
La catastrofe Parmalat, accanto all'analisi del caso
specifico, suggerisce anche riflessioni di più ampio respiro.
A ciò può aiutarci anche la lettura dell'interessante libro di
Fareed Zakaria, americano di origine indiana, attuale
direttore dell'edizione internazionale di Neswsweek,
dal titolo «Democrazia senza libertà» (The future of freedom).
Sono stato uno dei primi, anzi il primo in
Italia, a sottolineare che siamo di fronte ad un caso di
truffa fondamentalmente internazionale. La proprietà di
controllo era italiana ed italiani gli amministratori. Ma i
revisori erano americani, la società di rating era americana,
la banca principale era, da molti anni, americana, le
principali banche che hanno curato la maggior parte delle
emissioni, dei collocamenti e delle acquisizioni erano
americane o internazionali, gli astuti devices
legali-finanziari con i quali sono state eluse tante
regole, responsabilità, controlli, sono prodotti tipici delle
grandi banche d'investimento internazionali ed alcuni sono
fotocopie del caso Enron, i due terzi dei creditori ed
investitori sono americani o, comunque, internazionali.
Ho sottolineato questo aspetto non per diminuire od annacquare le
gravissime responsabilità degli amministratori e degli organi
di vigilanza italiani, e del sistema Italia nel suo insieme,
ma per porre il caso nella corretta prospettiva,
indispensabile per favorire una utile riflessione.
Parmalat è un caso di proporzioni colossali (che non vanno
assolutamente minimizzate, come ho sentito fare da alcuni
eminenti politici italiani), forse, com'è stato scritto dalla
stampa internazionale, è la più grande truffa aziendale della
storia; certamente lo è in termini di Pil (d'altra parte da
questa unione tra Wall Street e la fantasia italiana non
poteva nascere qualcosa di banale), ma non si tratta di un
caso isolato. Si tratta, piuttosto, della punta di un nuovo
iceberg che segnala un sistema che non funziona più. Esso va
dunque inquadrato come un anello della lunga, troppo lunga,
catena di truffe e di fallimenti finanziari che hanno
contraddistinto, negli ultimi anni, il nostro sistema da una
parte e dall'altra dell'Atlantico, catena che non finirà
certamente a Collecchio.
E' il momento di domandarsi
seriamente perché questa catena è così lunga, sempre più
lunga, così come le persone e i leader responsabili si posero
la stessa domanda a cavallo degli Anni Trenta del secolo
scorso. E da quella domanda scaturirono le risposte che
ressero per settant'anni ma che oggi non reggono più. La
caduta del livello delle responsabilità istituzionali,
personali, professionali, è la chiave di volta per capire
tanti eventi negativi e distruttivi, in tanti campi, compreso
quello della finanza.
Qui Zakaria prende le mosse
dall'acquisizione per fusione, nell'autunno del 2000, da parte
della Chase di J.P. Morgan che, per l'analista, è emblematica
della grande svolta che stiamo vivendo. Morgan è stata la
prima banca d'America per gran parte del '900. Ancora nel 1990
la sua capitalizzazione era la più elevata a Wall Street tra
tutte le banche, dieci volte superiore a quella di City Bank.
Dieci anni più tardi, il valore di mercato di Morgan si era
ridotto ad un decimo di quello di Citicorp. La Morgan era
sempre stata molto selettiva. J. Pierpont Morgan spiegò al
Congresso che la pietra miliare del credito era «il carattere
... prima ancora del denaro, della proprietà e di qualsiasi
altra cosa. Un uomo di cui non mi fido non riuscirebbe ad
ottenere denaro da me neanche se potesse firmare tutte le
garanzie del mondo». Oggi pensare ad un dirigente bancario che
segua questi principi fa ridere. Si tratta di «archeologia
bancaria» o, come ha scritto il Times, di
«un anacronismo in un mondo finanziario dominato dalla massa».
Quell'epoca è finita, quell'etica è scomparsa. E la nuova
epoca è solo all'inizio e non l'abbiamo ancora capita. Per
questo, per ora, sappiamo solo esprimere nostalgie per il
passato. Oggi il sistema è di massa, come tutti sappiamo, e
negli ultimi trent'anni l'accelerazione verso la
spersonalizzazione, l'irresponsabilità, la deregolamentazione
è stata stupefacente. Oggi abbiamo capito che persino i
junk bonds di Michael Milken possono avere
un'utile funzione in un mercato sempre più segmentato,
impersonale e che vuole offrire e vendere ogni cosa a chi la
vuole comprare, comprese le bufale ai gonzi. Anche questi
pagano commissioni.
Dagli Anni Ottanta il mestiere
principale delle grandi banche è di dividere i grossi capitali
in fettine sempre più piccole e di venderle a chiunque, senza
preoccuparsi troppo né della qualità del contenuto né
dell'esito finale dell'investimento. Questa evoluzione o
involuzione ha portato ad un'involuzione e
deresponsabilizzazione di tutte le professioni interessate,
che un tempo non lontano erano il cardine del sistema. Nel
libro «America punto e a capo» ho descritto l'involuzione
della professione dei public accountants.
Zakaria conferma questa lettura e l'allarga ad altre categorie
professionali, dai legali ai dirigenti bancari. Ma è inutile
piangere sul latte versato. Quello che doveva accadere è
accaduto ed indietro non si torna.
Ma, per andare avanti, bisogna avere il coraggio e la lucidità di prendere atto che
il sistema creato, in sostanza, negli Anni Trenta del '900,
non è più in grado di far fronte ai problemi di oggi e di
domani, ai problemi di un mondo dominato dalla massificazione
e dove l'etica e l'autoregolamentazione delle professioni sono
per ora scomparse. E dunque bisogna introdurre nuovi
strumenti, cercare nuove risposte. Potremmo anche, e so che
parecchi sono tentati di ragionare così, mettere le vicende
Enron e Parmalat in conto, come normali incidenti di percorso.
In fondo statisticamente, se rapportate al Pil, non sono
grosse cifre, come ha sostenuto il governatore della Banca
d'Italia. Ma poi, quando questi casi avvengono, la ribellione
dei colpiti e l'indignazione dell'opinione pubblica sono tali
da farci capire che, diventando troppo frequenti, questi casi
intaccano le fondamenta del sistema. Non possiamo convivere
con casi come Bcci, Baring, Enron, World Com, Bipop, Ahold,
Parmalat, uno dopo l'altro. Non possiamo o, forse non
vogliamo.
La problematica è destinata a diventare ancor più importante man mano che i
Paesi dell'ex blocco sovietico entreranno nel giro con la loro
vocazione ad attingere dall'Occidente le pratiche finanziarie
più spericolate e pericolose. Abbiamo poco tempo a
disposizione per evitare il peggio.
Il sistema americano ha reagito, tra mille indugi e incertezze, vincendo anche la
resistenza di un riluttante presidente Bush, introducendo
qualche correttivo, soprattutto alzando le sanzioni. Ma poco o
nulla ha fatto per le misure preventive, certamente le più
difficili. I grandi nodi sono stati solo sfiorati a causa
della grande forza politica e lobbistica dei soggetti
interessati. Accennerò solo a cinque di essi, quelli che
sembrano a me i principali.
1. Rivedere profondamente la struttura delle
banche d'affari e i loro micidiali conflitti di interesse.
Gli accordi transattivi che alcune di esse hanno
concluso con il procuratore di New York sono la prova provata
della fondatezza del tema. Ma i risarcimenti pattuiti,
apparentemente elevati, sono bruscolini se rapportati
all'entità delle partite in gioco e ai danni che tali soggetti
hanno inflitto ai risparmiatori e al sistema. Le modestissime
misure prese per alleviare i conflitti di interesse sono aria
fritta. Il business va avanti as usual come prima e più di
prima, come alcuni, anche recentissimi, aspetti del caso
Parmalat chiaramente dimostrano. Non esiste possibilità che
gli Usa mettano mano seriamente a questo problema, perché per
gli Usa, come sistema, questo non è un problema ma uno
strumento del loro dominio finanziario. Le banche di
investimento sono il sistema. L'Europa dovrebbe pensare a una
propria linea diversa.
2. E' ormai conclamata l'incapacità
delle grandi società di revisione di svolgere la funzione che
la collettività loro assegna.
La mutazione dei revisori è stata descritta dal Wall Street Journal
del 14 marzo 2002 con queste parole: «da custodi ad
adulatori». Non si tratta prevalentemente di casi di disonestà
o collusioni (anche se queste non mancano), ma di un modo
formalistico di intendere il proprio compito, di quello che
Arthur Andersen, il Signor Arthur Andersen, negli Anni Trenta,
chiamava «Compliance Audit», indicandolo ai suoi soci come il
maggior pericolo per il futuro della revisione. Il pericolo si
è oggi concretizzato ed è diventato irreversibile.
L'oligopolio collusivo formato dalle 4 o 5 società di
revisione americane è ormai un pericolo per il sistema
finanziario mondiale, proprio perché questo continua a fidarsi
di una cosa della quale non ci si può più fidare.
Guardiamo la differenza tra i
dati di bilancio e i dati veri di Parmalat, come risultano
oggi, allo stato degli atti (omissis).
Si tratta di differenze incredibili. Pure attribuendo
a «quelli di Collecchio» una capacità diabolica di imbrogliare
i revisori, che non sono analfabeti sprovveduti, e sono
lautamente pagati per fare proprio questo mestiere, questi non
possono farsi ingannare e sbagliare in questa misura. C'è un
limite alla possibilità di sbagliare. In tutti i mestieri.
Oltre questo limite vuol dire che si è inesistenti, inutili,
da cancellare.
E se non inizia la ricerca certamente non
si troverà nulla. Penso, a semplice titolo di discussione, a
temi di questo tipo: le società di revisione devono svolgere
solo ed esclusivamente attività di revisione in senso stretto
e rigoroso (senza tutti i trucchi ed i finti filtri oggi in
vigore).
Devono essere selezionate e proposte
all'assemblea dei soci da parte del consiglio di sorveglianza
o del collegio sindacale, ai quali risponderanno ponendosi
come organo operativo degli stessi.
Devono ruotare obbligatoriamente ogni tre anni.
Devono avere una specifica responsabilità civile nei confronti del mercato in
caso di semplice negligenza professionale (salva la
responsabilità penale e personale dei singoli soci e manager
in caso di dolo e collusione).
L'azione di responsabilità in caso di negligenza sarà esercitata dall'organo di
sorveglianza del mercato, anche per conto di tutti i
risparmiatori danneggiati che vorranno unirsi all'azione.
Probabilmente bisognerebbe fissare un plafond quantitativo
in termini di numero massimo di società quotate revisionabile
da una singola società (questo limite potrebbe favorire lo
sviluppo di società professionali europee di minori
dimensioni, indispensabili per rompere il pericoloso
oligopolio collusivo delle quattro società americane dominanti
il mercato; per fare bene la revisione non è necessario essere
grandi, è sufficiente essere seri ed onesti). (...)
Non vi è nessuna prospettiva che ci si muova in questa direzione
negli Stati Uniti d'America. Vi è una remota possibilità che
qualcosa in questa direzione possa nascere in Europa. Chi
dovrebbe avere interesse a promuovere e sostenere, sul piano
politico, un'evoluzione in questa direzione?
L'industria e soprattutto la media impresa; i fondi di investimento; le
banche serie.
3. Accentuare la responsabilità civile per
negligenza delle banche e degli altri intermediari finanziari
che curano l'emissione ed il collocamento dei titoli.
Le società di fondi e le merchant bank che ho
presieduto dal 1989 ad oggi non hanno mai investito una lira
nel gruppo Parmalat. L'intera industria dei fondi italiani ha
in portafoglio pochissimi titoli Parmalat. Perché? Perché non
era difficile capire che il gruppo non era trasparente e
perché, pur sulla base dei dati falsi di bilancio, l'andamento
negativo di Parmalat e certe sue vistose anomalie di bilancio
erano evidenti (omissis).
Come può, sulla base di questi dati,
l'analista di Citicorp raccomandare il «buy» nel novembre
2003? Ce lo deve spiegare bene, ma molto bene.
Conosco numerose banche e
istituzioni finanziari italiane che la pericolosità di
Parmalat l'avevano capita bene e in tempo e per questo sono
totalmente fuori dall'affaire. Non è un
caso che l'industria dei fondi italiani sia così poco
investita in Parmalat. Credo che quello che anni fa aveva
capito Beppe Grillo poteva essere capito da molti altri, a ciò
deputati per mestiere. Per questo è molto triste la difesa che
le istituzioni italiane preposte al sistema hanno, sino ad
ora, fatto rigettando ogni responsabilità e quindi cercando di
impedire anche ogni serena e costruttiva riflessione critica.
Allora dobbiamo domandarci: perché questa responsabilità
non è stata esercitata? Semplicemente perché questo esercizio
di responsabilità non è più richiesto. Il gioco si svolge
secondo altre regole. Le cose vanno più o meno così. La
dirigenza dell'istituto si chiede: le commissioni
dell'operazione sono interessanti? Esistono bilanci in qualche
modo certificati accettabili? Esiste un qualche
rating? Esiste il parere legale che lo
schema dell'operazione è formalmente legale? Se la risposta a
queste domande è positiva si va avanti. E tutto il resto
(profili soggettivi, poste di bilancio anomale, struttura del
Gruppo inutilmente complessa ed oscura, governance
inaccettabile e simili) non interessa più nessuno. Ritorniamo
così al tema generale sopra illustrato, di un modo
meccanicistico, impersonale, deresponsabilizzante di
esercitare i propri compiti professionali.
Questo è il nuovo modo di lavorare e sperare di cambiarlo con gli appelli
all'etica è illusorio. Io sono moralmente certo che, nel caso
Parmalat, vi siano stati casi di collusione e corruzione: ma
questa è l'area d'indagine dei magistrati. Non credo però che
questo sia il caso per la maggioranza degli operatori e delle
operazioni; né posso credere che la maggioranza degli
operatori finanziari, bancari e professionali coinvolti fosse
incapace di intendere e di volere. Allora la risposta non può
trovarsi che nel nuovo modo di lavorare proprio della finanza
di massa che ho cercato di descrivere.
Ma indietro non si torna ed allora i meccanismi di difesa
vanno cercati in altre direzioni. Penso che la direzione
maestra vada ricercata in un'elevata e aggravata
responsabilità civile per negligenza. Se è vero ed è giusto,
alla luce della delicata funzione che svolge, che la Banca
d'Inghilterra abbia uno statuto che esclude ogni
responsabilità per semplice «negligenza», una banca
commerciale ordinaria deve avere, per legge, un'esplicita
piena e forte responsabilità civile per semplice negligenza.
Ciò aiuterà a mantenere se non la fiducia almeno un minimo di
affidamento dai risparmiatori. Ma porterà anche a un
miglioramento nell'esercizio della responsabilità manageriale.
L'onere di questa responsabilità civile sarà, per le
grandi banche, normalmente abbastanza modesto: se il buco
Parmalat fosse di 10 miliardi di euro (ma penso che, alla
fine, sarà di 5-6 miliardi) e venisse totalmente coperto da
una delle grandi banche internazionali del Gruppo, ciò
determinerebbe, per esempio, per Citicorp un onere pari solo a
circa il 60% dei profitti annuali prima delle imposte, ed al
95% nel caso della Bank of America. Dunque in poco più di sei
mesi nel primo caso, ed in quasi un anno, nel secondo la
perdita sarebbe assorbita. Un onere modesto per la banca ma
con effetti significativi sui bonus e altri compensi dei
dirigenti. Ciò dovrebbe presumibilmente aumentare attenzione e
responsabilizzazione.
Se tutto, compresa la
responsabilità, nei nostri tempi è commercializzabile,
dobbiamo cercare di migliorare i comportamenti con gli unici
meccanismi che gli uomini del nostro tempo capiscono:
toccandoli nelle tasche. Naturalmente questa responsabilità va
segmentata. Sarà massima nei confronti del piccolo investitore
istituzionale, ridotta o al limite negata per gli investitori
istituzionali che dovrebbero avere un'autonoma capacità di
analisi e sono dunque, a loro volta, portatori di
responsabilità.
4. Altro grande tema è quello dello strapotere
del Ceo che copre insieme la carica di presidente e
consigliere delegato.
Anche questo è un tema che è
stato ampiamente dibattuto in America, dopo i casi Enron e
Worldcom, ma nulla di serio è emerso né ha alcuna possibilità
di emergere. Il caso Parmalat dimostra, una volta di più, la
criticità di questo tema, come avevo ampiamente analizzato in
«America punto e a capo», al quale rinvio. Anche qui l'Europa
o anche singolarmente il nostro Paese potrebbe imporre, per
legge, la soluzione della distinzione dei due ruoli, già
diffusa nei Regno Unito, così come potrebbe imporre, per
legge, alcune delle buone pratiche di governance
messe a punto nei vari codici di comportamento,
rispettati formalmente anche da Parmalat, ma violati
sostanzialmente.
Forse, se venissero imposti e sanzionati
per legge, nell'ambito della nuova legge sulle società, questi
codici di comportamento potrebbero essere di qualche utilità,
se non altro togliendo alibi a molti professionisti dei
consigli di amministrazione e dei collegi sindacali.
5. L'uso e l'abuso delle
società off shore non ha alcuna giustificazione e funzionalità
se non quella di aiutare i truffatori attuali o potenziali.
Anche qui non possiamo attendere nulla dagli Stati
Uniti. La mia proposta è che l'Italia, così duramente colpita
del caso Parmalat, si metta in testa al gruppo ed elabori una
precisa proposta in base al quale nessun gruppo con sede in
Italia possa emettere titoli attraverso veicoli off-shore o,
comunque, attraverso Paesi che non assicurino un'adeguata
funzione di controllo dei mercati finanziari.
Queste sono le principali questioni che possono,
almeno in parte, adattare il sistema alle nuove esigenze su
scala generale. Poi, in Italia, abbiamo alcuni problemi
tipicamente nostri, come quello di riportare il trattamento
legale del falso in bilancio a un livello di decenza, quella
di riordinare e, nel caso, rafforzare i poteri e le
responsabilità di Consob, altri organi di vigilanza,
antitrust, Banca d'Italia.
In questo contesto di riordino,
la nuova collocazione della Banca d'Italia, ferma la sua
indipendenza, va ripensata profondamente, alla luce del nuovo
assetto nazionale ed europeo, che l'ha proiettata verso
compiti più ridotti, anche se importanti, rispetto a quelli
cui era abituata. Poiché, poi, sono inevitabili scosse
telluriche in certi terminali bancari, il sistema deve
decidere. O segue il sistema giapponese di annacquare e
diluire tutto e, in questo caso, si arriverà a nuove
improvvide fusioni bancarie o si lascerà via libera al
rafforzamento di nuovi soci europei disposti ad assicurare una
nuova responsabilità e conduzione imprenditoriale e
manageriale. Il secondo, purtroppo contrastato dal governatore
della Banca d'Italia, è lo sviluppo più utile al Paese.
Credo anche importante introdurre subito una forma di
class action, di azione collettiva, a
favore degli investitori.
Quelle descritte, sia generali
che nostre specifiche, sono alcune delle misure che possono
aiutare a puntellare il sistema.
Ma molti altri temi vanno messi a fuoco ed approfonditi in
un approccio multidisciplinare molto approfondito. Il lavoro
che ci attende è difficile e impegnativo, e richiede un
profondo sforzo di pensiero. Il sistema che ha preso corpo nei
duri Anni Trenta e che, bene o male, con continui
aggiustamenti, ci ha servito, abbastanza bene, per
settant'anni è andato in frantumi.
Il nuovo mondo sarà
profondamente diverso. Nella sua costruzione anche la ricerca
di un'etica adatta ai nostri tempi - i tempi della finanza di
massa e della commercializzazione di tutto e di tutti -
riemergerà. Perché un sistema non può vivere di sole regole.
Così come, sia nell'ambito degli istituti finanziari che
professionali, bisognerà rifondare una ben diversamente
appropriata formazione. Ma perché dal travaglio dei tempi
nascano una nuova etica e una nuova formazione, ci vorranno
molto tempo, molti sforzi, molti talenti, molta sofferenza,
molte voci. E soprattutto molta verità.
Per riportare il
mostro creativo del capitalismo, che ancora una volta è uscito
dagli argini, in un alveo dove possa scorrere senza fare
troppo male.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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