L'alta finanza ora punta sulle Pmi. Il venture capital scopre il business
di Christian Benna
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 21 giugno 2010
L'alta finanza si fa piccola e si allea con le Pmi. Dopo un decennio sull'onda di grandi
operazioni, la filiera degli investitori in capitale di rischio - dal venture capital al
private equity - oggi orienta le sue antenne su deal di dimensioni sempre più
ridotte. Tanto che nel 2009, secondo le stime di Aifi, l'associazione di categoria, il
77% (contro il 71% del 2008) degli investimenti dei fondi, circa 2,6 miliardi di euro,
in calo del 52% rispetto all'anno precedente, ha riguardato aziende con meno di 250
dipendenti, e il 75% delle partecipazioni (contro il 68% del 2008) si è concentrato su
imprese con un fatturato inferiore ai 50 milioni di euro.
Che l'aria sia cambiata, complice la crisi ma anche per via di un'evoluzione del settore,
lo si intuisce anche dalle iniziative di grande respiro. A settembre, infatti, partirà
il Fondo italiano di investimento per le Pmi, con una dotazione di un miliardo di euro e
della durata complessiva di 15 anni, lanciato da Cassa depositi e prestiti insieme con
Intesa San Paolo, Unicredit e Mps, che si pone l'obiettivo di investire in aziende con
ricavi compresi tra 10 e 100 milioni di euro. L'idea è di destinare la metà delle
risorse in quote di fondi di private equity dedicati alle piccole e medie imprese e
l'altra metà in investimenti diretti o coinvestimenti di medie dimensioni, che abbiano
come target l'aggregazione di più imprese.
Il bacino di riferimento è rappresentato da 15 mila aziende, quel tessuto produttivo
rimasto a lungo lontano dai radar della finanza del capitale di rischio. Che il private
equity stia puntando con decisione sulle Pmi, per Giampio Bracchi, presidenti di Aifi,
l'associazione che raccoglie gli operatori di private equity e venture capital, non è
una novità. «Sono pochi quei fondi che raggiungono una raccolta superiore al miliardo di
euro. Ma sono quelli che fanno più notizia e che, per valore dei volumi, determinano le
statistiche di settore. Tuttavia la crisi ha frenato i grandi deal. E ora stanno
venendo fuori i fondi attivi sul pianeta delle piccole e medie imprese».
Ritorno al mid market come un ritorno alle origini, dove i fondi di private equity, sia
nelle operazioni di buy out, di maggioranza, che di expansion, con partecipazioni di
minoranza forniscono quel carburante che serve alle imprese per internazionalizzarsi e
competere su mercati sempre più lontani. Infatti, continua Giampio Bracchi, «i segnali
positivi arrivano dal settore dell'early stage, gli investimenti nelle prime fasi di
vita di un'azienda, che ha subito un calo inferiore rispetto agli altri comparti e la
cui attività può aiutare la ripresa economica».
I settori di investimento preferiti dal capitale di rischio sono quelli classici del
Made in Italy: meccanica strumentale, moda, tessile, legno arredo, con un occhio
particolare sull'hi-tech. I casi di successo non mancano. Come Favini, azienda veneta
specializzata nella produzione di carta di lusso, che dal rischio fallimento, con un
indebitamento di 118 milioni di euro, nel giro di pochi anni è tornata all'utile, circa
4 milioni di euro, aumentato la forza lavoro di 30 unità (480 dipendenti in tutto),
grazie all'intervento del fondo Orlando, che detiene il 60% della proprietà. «E nel
primo trimestre 2010 - sottolinea Andrea Nappa, ad di Favini - abbiamo riportato una
crescita del giro d'affari attorno al 20% e prevediamo una crescita dell'ebitda
nonostante il rialzo del costo della cellulosa, che è avviata a toccare il record
storico di 1.000 dollari a tonnellata. In base al nostro piano industriale, al 2011
prevediamo una crescita sia di fatturato che di margini».
Fondi di salvataggio, ma anche per lo sprint sui mercati esteri. Sonur Faber è una Pmi
veneta, 9 milioni di fatturato, nata nel 1983 da un gruppo di appassionati di musica,
che produce e distribuisce casse acustiche di altissima gamma. Con l'arrivo del fondo
Quadrivio Sgr sono arrivate, oltre a nuove competenze manageriali, anche le risorse per
sbarcare negli Usa acquisendo Audio Reaserch, una Pmi americana del settore. Accanto
alle iniziative degli operatori crescono i fondi regionali, lanciati da camere di
commercio (è il caso di Futurimpresa in Lombardia, fondo di 80 milioni di euro) e/o
fondazioni ex bancarie (Toscana Innovazione, sostenuto da Mps, Pegaso Investimenti
avviato da Crt), per dare un sostegno alla crescita alle Pmi.
Le piccole e medie imprese italiane cominciano a scoprire i pregi del capitale di
rischio, ma in modo non ancora omogeneo su tutto il territorio nazionale. Per quanto
concerne la distribuzione geografica degli investimenti, nonostante l'incremento dei
capitali destinati ad imprese situate nel Sud Italia (108 milioni di euro, +55% rispetto
al 2008), il loro coinvolgimento rimane marginale e pari ad appena il 4% del totale.
Segnali positivi arrivano anche dagli investitori informali, i business angels, che
investono in start up innovative. Tanto che quest'anno, Iag, la principale rete italiana
del settore, si è aggiudicata il trofeo per il miglior investimento in Europa,
consegnato dal Congresso 2010 da Eban, il network internazionali degli angeli del
business. Iag ha ricevuto il premio per l'investimento effettuato (insieme al Fondo
Ingenium dell'Emilia Romagna) nel 2009 nella start up bolognese Biogenera, che ha messo
a punto e brevettato una molecola attualmente in fase di studio preclinico per il
trattamento dei tre principali tipi di cancro pediatrico.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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