Ancora poca la voglia di Borsa
di Antonella Olivieri
Il Sole 24 Ore
Mercoledì 7 maggio 2003
E' allarme listino in Piazza Affari. Le società non vanno più in Borsa e per contro
fioriscono le Opa finalizzate al ritiro dei titoli dal mercato. Di conseguenza il
listino si accorcia e Milano rischia di restare ai margini del panorama europeo per
numero di realtà quotate. Ma la "colpa" secondo il presidente della Consob, Luigi
Spaventa, non è della «qualità tecnica dei mercati di negoziazione», bensì della
perdurante «scarsa propensione» alla quotazione delle imprese italiane e delle
banche più «inclini al finanziamento tradizionale» e «meno disposte o meno
preparate» a offrire i servizi propedeutici allo sbarco sul mercato.
Così, se l'aspetto "quantitativo" lascia a desiderare anche «la qualità dei nostri
listini resta insoddisfacente». Nei tre anni che vanno dal 2000 al 2002 le somme
riversate sul mercato per ritirare titoli dalle contrattazioni di Borsa hanno
sopravanzato di 8 miliardi di euro le risorse raccolte con i nuovi collocamenti. Il
numero di società quotate in Piazza Affari, che era cresciuto fino al '99, si è poi
ridotto nel biennio successivo, per restare costante l'anno scorso.
Non basta. Le matricole degli ultimi anni non hanno cambiato sostanzialmente la
configurazione del mercato di Borsa, dove il grosso della capitalizzazione è
tuttora concentrato sulle veterane o le società privatizzate. Il flottante è si
aumentato, ma supera di poco la metà della capitalizzazione e, soprattutto, è
notevolmente inferiore, in particolare per quanto riguarda i big del listino,
a quello «di ogni altro Paese», anche nell'Europa continentale: basti pensare che
le società non controllate di diritto o di fatto sono solo 32 sulle 231 trattate
sul mercato telematico azionario.
Ma, appunto, la responsabilità di tutto ciò non è della Borsa che anzi
«grazie a importanti e tempestive innovazioni sopporta con vantaggio il
confronto internazionale»: l'efficienza tecnica del nostro mercato è dimostrata
dagli spread di negoziazione che sono «relativamente bassi» e il rapporto fra
scambi e capitalizzazione è «relativamente elevato».
Il «problema vero» sono le imprese, restie ad aumentare la loro dimensione, che
preferiscono ricorrere all'autofinanziamento e mantenere il controllo familiare.
«Ci si arrocca in settori tradizionali - sottolinea il presidente di Consob -
ove si richiede un modesto impegno di investimenti per l'innovazione e lo
sviluppo e dunque minore necessità di capitale esterno di rischio. In conseguenza,
i beneficiottenibili dalla raccolta di capitale sono modesti in rapporto ai costi
della quotazione ed agli obblighi da essa derivanti».
Come se ne esce? Speventa indica una "terza via" fra banche e mercato: il private
equity. Uno strumento che può «favorire lo sviluppo industriale» e sperimentare
«nuove forme di governo societario» quando convoglia risorse verso «promettenti»
Pmi non quotate, per farle crescere e nel caso portarle in Borsa.
Ma il cui contributo al sistema è modesto quando per contro i capitali
«raccolti in aree ricche ove vi è sovrabbondanza rispetto alle opportunità
o ai desideri di investimento nelle imprese, sono destinati all'acquisto di
partecipazioni di riferimento in società quotate».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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