Aprire il mercato dei rating per dare un aiuto alle Pmi
di Gianfranco Imperatori
Il Sole 24 Ore
Giovedì 17 giugno 2004
Secondo il Direttore Generale di Moody's (vedi Il Sole 24 Ore del 9 giugno; ndr:
leggi l'articolo dal titolo
«Dopo Cirio, rating ancora troppo rari tra le società italiane») i rating in Italia sono sono ancora rari ma dovrebbero crescere nel futuro anche
nel settore delle PMI. La storia del "rating" in Italia è assai tortuosa, non
solo per la rilevanza che il giudizio delle società di rating ha sul costo del
nostro debito pubblico, ma anche perché escluse alcune grandi società il rating
non si è mai diffuso presso imprese italiane di non grandi dimensioni: si è
diffuso invece fra Comuni, Province e Regioni essendo divenuto "indispensabile"
(ancorché costoso) per le emissioni di vari strumenti di debito, grazie anche a
stravaganze legislative per cui, ad esempio, la Regione Sicilia non sarebbe
"rischio Italia" (il caso della provincia brasiliana del Minas Gerais dovrebbe
far riflettere). Oggi, nella maggioranza dei casi, le imprese italiane sono
"unrated": perché? Il rating è oneroso per una PMI, e il suo costo è gustificato
solo da operazioni di "finanza straordinaria", presenti in verità in limitati
casi di imprenditoria "aggressiva", oppure dal rapporto bancario, sui cui il
rating incide ancora limitatamente.
A "falsare" ulteriorimente i rapporti fra impresa e società di rating vi è il
monopolio anglofono che caratterizza il mercato delle agenzie, ristretto a
pochissime società leader. Abbiamo assistito negli ultimi due anni a default di
obbligazioni sia corporate sia soveraign, con rating neanche troppo negativo:
certo non possiamo accusare le società di rating se un'azienda falsifica il
proprio bilancio, oppure se uno Stato sovrano iscrive nel proprio bilancio
entrate fiscali che non riscuoterà mai. Ma rimane un dato: è almeno dal 1997 che
sui mercati si scontano default largamente imprevisti. Le asimmetrie informative
si stanno allargando, e questo mette a rischio la possibilità di accedere ai
mercati, specie per quegli operatori non di prima grandezza ma comunque sani dal
punto di vista economico finanziario. E l'Italia, ricordiamocelo, è un Paese di
piccole e medie imprese che hanno forte bisogno di ristrutturare la finanza
d'impresa, accelerando così anche il processo di disintermediazione del sistema
bancario. In alternativa alle strutture esistenti, andrebbe stimolato un mercato
del "rating" per le medie imprese, anche non quotate, che elabori parametri e
metodi d'analisi del rischio basati sulle caratteristiche proprie del sistema
industriale italiano. Caratteristica che non è presente nella cultura di una
società internazionale. Resto convinto, da un punto di vista strutturale, che
solo un mercato spesso e profondo dia in grado di diminuire nel lungo periodo i
rischi finanziari. Investire di più e meglio nei processi di analisi del rischio
e di valutazione del merito di credito è ciò che devono fare gli investitori
istituzionali, e soprattutto le banche, aiutando lo sviluppo del mercato dei
capitali, incentivando la quotazione in borsa delle imprese medie e rendendo
complessivamente più trasparente il rapporto banca impresa.
Diversa invece l'evoluzione del rating nel processo decisionale e di
monitoraggio del rischio delle banche. Qui infatti il rating può essere l'output
di una procedura di internal rating (fundamental e advanced) oppure il voto che
emette una società di rating, tra cui come vedremo non soltanto le note agenzie.
Per quelle banche che non intendono attivare le procedure interne, si ricorre al
metodo standard in base al quale gli Stati e le società unrated pesano come nel
vecchio accordo di Basilea, cioè il 100% dell'8%, per cui in termini concreti
incidono per il 20% dei requisiti di capitale della banca.
L'accordo di Basilea nel campo delle valutazioni esterne del merito di credito è
davvero esplicito: è scritto che queste devono essere svolte da soggetti definiti
"External Credit Assessment Institutions" (ECAI), scelti nel nostro Paese dalla
Bance d'Italia sulla base di sei requisiti (obiettività, indipendenza, accesso
internazionale, trasparenza, pubblicità delle informazioni, risorse e
credibilità) tutti soddisfatti dalle tre grandi agenzie di rating, Moody's, Fitch
e S&P. Ma è un fatto che il Nuovo Accordo di Basilea non ha voluto chiudere il
mercato: chi sono gli altri soggetti che possono candidarsi ad essere
riconosciuti come ECAI? Fra i soggetti candidabili ci sono le Agenzie che
assicurano i crediti all'export, non solo perché appartengono al processo di
"rating" per i rischi sovrani (per il rischio paese fa fede la categoria in cui
le Export Credit Agencies collocano il Paese) ma perché hanna database
internazionali molto consistenti che si riferiscono ai debiti e crediti
commerciali, cioè fra le imprese. Inoltre questi soggetti dispongono di modelli
di valutazione del rischio molto avanzati, in quanto devono rispondere a livello
internazionale di transazioni che avvengono sotto regimi legislativi e normativi
assai diversi fra loro.
Un punto è assodato: la valutazione esterna non è un mercato riservato ad
agenzie di rating. Il rating qui va inteso infatti come una valutazione d'insieme
dell'impresa che analizzi dall'interno la struttura imprenditoriale, i rischi
finanziari e commerciali, il settore in cui opera e quindi i mercati di sbocco,
le tecnologie e i sistemi di qualità adottati. Una valutazione resa pubblica,
come richiesto da Basilea 2, per garantirne trasparenza e diffusione, sia che
questa venga fornita alla banca nella metodologia I.R.B. di base, sia che venga
richiesta dall'impresa stessa per esibirla come certificazione nel momento della
valutazione del merito di credito. Tutte le banche oggi si stanno
compartimentando e segmentando, differenziando la propria offerta sui segmenti
retail/commercial piuttosto che corporate/large corporate: la possibilità che
una piccola impresa, che venga intesa come un credito al consumo e non benefici
della attenzione riservata alle imprese "corporate" mi sembra concreta. La Pmi
cge vuole crscere, in particolare attraverso la competizione con operatori
esteri, ha diritto a un rating, dunque più soggetti saranno presenti sul mercato
del rating, aggregando ad esempio soggetti quali società di ricerca o aziende
editoriali particolarmente versate nella cultura d'impresa, migliori saranno le
condizionin per averlo. In termini di "pricing" ma non solo. Se Basilea 2 avrà
fra gli altri risultati quello di ampliare il mercato del rating, avrebbe
conseguito, solo per questo un risultato importante.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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