Aspettando il Dittatore Universale
di Luigi Spaventa
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 21 settembre 2009
Dopo avere intonato un canto di ringraziamento alla divinità per avere scampato il pericolo di squagliamento
del sistema finanziario e di ripetizione degli anni trenta dello scorso secolo, si prenda atto che si
manifestano ora problemi meno drammatici per immediatezza, ma più complicati nella sostanza. Non è questione
di quel che accade nei prossimi trimestri.
Il quesito è se, come e quando le economie, in particolare quelle dei paesi industrializzati, riescano a
tornare a una crescita soddisfacente e sostenibile, senza riprodurre gli squilibri passati. Si dà per
scontato che quanto di prodotto si è perso con la grande recessione non verrà più recuperato e che perciò
la nuova traiettoria partirà da un livello assai più basso.
Con l'intelletto tutti riconoscono che l'eccesso di spesa privata, e soprattutto di spesa delle famiglie,
negli Stati Uniti ha rappresentato una componente principale nella generazione dell'instabilità finanziaria.
Le famiglie americane avevano azzerato il loro tasso di risparmio e si indebitavano per comprarsi la casa;
l'eccesso di spesa rispetto alla produzione dava luogo a un eccesso di importazioni dall'estero rispetto alle
esportazioni, e dunque a disavanzi protratti ed elevati nella bilancia del dare e dell'avere con il resto del
mondo, e dunque a un crescente indebitamento verso l'estero; questo sbilancio veniva finanziato con afflussi
di capitale provenienti dai paesi, soprattutto asiatici, dove si consumava poco e si esportava molto,
soprattutto a credito agli Stati Uniti. Si discuteva nei seminari e nei convegni della insostenibilità a
lungo andare di questa situazione; ma di fatto si trovava comodo che la maggiore economia del mondo fungesse
da consumatore di ultima istanza, che assorbiva le esportazioni altrui pagandole con soldi altrui.
Questo modello è andato in frantumi e per ora è irripetibile. Non circolano più gli strumenti finanziari che
lo avevano lubrificato; manca il credito; soprattutto le famiglie americane, non più garantite dal valore
crescente delle case, vogliono ridurre il loro indebitamento e, per farlo, intendono risparmiare. Ma, come ci
rammenta in un lucido breve saggio Olivier Blanchard, consigliere economico al Fondo Monetario Internazionale,
un aumento della propensione al risparmio delle famiglie americane dallo zero di prima a un modesto 45 per
cento implicherebbe una riduzione immediata della domanda complessiva degli Stati Uniti dell'ordine del 3 per
cento, con effetti depressivi sul resto del mondo. Per ora i massicci interventi a carico del bilancio
pubblico tamponano queste conseguenze: per ora, poiché, se quegli interventi continuassero, si rinnoverebbero
i passati squilibri con un cambiamento di attore - l'indebitamento pubblico al posto di quello privato. A
lungo (ma non troppo lungo) andare, la soluzione necessaria per conciliare l'eliminazione degli squilibri con
un sostegno della domanda non può che consistere in un deciso aumento delle esportazioni nette americane.
Un dittatore onnipotente e benevolo dell'universo risolverebbe la questione manovrando leve opportune:
favorirebbe l'aumento di risparmio degli Americani; creerebbe le condizioni affinché gli Asiatici dell'est,
ma anche i Tedeschi, consumino di più (molto di più: ad esempio offrendo in Cina qualche vestigia di welfare
state) e dunque esportino di meno e importino di più da paesi come gli Stati Uniti; aggiusterebbe
ordinatamente i tassi di cambio di quel tanto che serve a favorire questa ricomposizione della domanda
mondiale senza sacrificio per il suo livello. E tutti vivrebbero relativamente contenti: i Cinesi, il cui
benessere aumenterebbe; gli Americani che, pur migliorando la propria situazione patrimoniale, non sarebbero
costretti a perdite di occupazione; il resto del mondo, che eviterebbe il rischio di una crescita anemica e
incerta.
Il dittatore universale non esiste, e meno male. Ma si manifesta il rischio opposto di esiti non desiderabili
derivanti da mancanza di coordinamento. Soprattutto in Europa, molti paesi si affidano alla speranza di una
ripresa trainata dalle esportazioni. Ma esportazioni a chi? Ricordando la banale verità che su questa terra,
in mancanza di commercio interplanetario, la somma di tutte le esportazioni deve eguagliare quella di tutte
le importazioni, non è possibile che tutti riescano ad aumentare le proprie esportazioni senza anche importare
di più. Le economie che non si trovano nelle condizioni di endemico squilibrio degli Stati Uniti dovrebbero
piuttosto favorire le componenti interne della crescita, con politiche adeguate (non necessariamente di
bilancio) che stimolino la crescita dei redditi attraverso un aumento della produttività. Altrimenti rischia
di inverarsi un'alternativa più dolorosa: quella di movimenti improvvisi e destabilizzanti del tasso di cambio.
Si piange oggi per un ritorno del cambio del dollaro con l'euro poco al di sotto di 1,50, da 1,25 di pochi mesi
fa (ma sempre meno dei circa 1,60 toccati nella prima parte del 2008) e si invocano improbabili e
indesiderabili interventi della Banca centrale europea, comunque inefficaci se non in situazioni di estremo
disordine valutario; al tempo stesso, contraddittoriamente si spera che la politica monetaria americana
continui a tenere i tassi a livelli vicini allo zero.
E' stato detto, singolarmente, che la vera e sola responsabile della crisi finanziaria è la globalizzazione,
che ha consentito l'entrata della Cina sulla scena mondiale: come se chi colpito da un mattone che qualcuno
gli ha fatto cadere in testa se la pigliasse con la forza di gravità. Si ammetta piuttosto che senza la tenuta
dell'Asia la recessione provocata in occidente avrebbe probabilmente degenerato in recessione; e che solo
una strategia lungimirante della Cina può riportare l'economia mondiale ad una crescita soddisfacente.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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