L'asset management suddito delle banche e affetto da "nanismo"
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 28 novembre 2011
Troppo tardi? Forse. Certo è che sono stati persi gli ultimi dieci anni per cercare
di dare una svolta costruttiva all'asset management italiano. Dieci anni in cui,
soprattutto, non si sono create, salvo rare eccezioni, neppure le premesse per un
consolidamento, da tutti indicato come necessario. Ci sono oggi troppe minuscole
società di gestione del risparmio, e quasi tutte sono imparentate con le banche, di
cui sono delle controllate. Una miriade di nani, i cui conti sono stati messi a dura
prova negli ultimi anni dalla perdita di asset undermanagement e che avrebbero
quindi dovuto cercare la strada che porta alle aggregazioni. Sgr più grandi
avrebbero permesso di creare economie di scala, riducendo i costi.
Soltanto l'operazione Prima, con la fusione con BPM Gestioni e l'Asset Management ex
Antonveneta di Mps, ha messo in luce il tentativo di creare una struttura più grande
e, soprattutto, separata dalle banche, seguendo l'invito in tal senso della Banca
d'Italia. La separazione, infatti, è una formidabile arma di sviluppo per un
operatore che diventa così indipendente, può investire nei propri prodotti e trovare
varie strade possibili per distribuirli, al di fuori dalla cerchia dei propri
azionisti.
Gli altri operatori indipendenti di una certa rilevanza sono Mediolanum e Azimut.
Non è un caso che proprio queste due società di asset management stiano cercando uno
sbocco distributivo all'estero. «Il primo è andato in Spagna e Germania, il secondo
ha fatto accordi in Asia», dice Sergio Albarelli, senior director Europa Meridionale
e Benelux di Franklyn Templeton. Il perché è presto spiegato: «In Italia - dice
Albarelli - le piccole sgr dove possono andare a vendere i loro prodotti? In Italia,
al contrario che in altri paesi, i promotori indipendenti sono pochi, mentre le
grandi reti di promotori, seppur ad "architettura aperta", tendono sempre a
privilegiare il proprio gruppo finanziario. Unicredit o Intesa non vanno a
distribuire i prodotti della concorrenza. Il mercato captive è dominato dalla grande
banca e dalla grande sgr».
Ma grandi quanto? In realtà anche Eurizon e Pioneer, le due "grandi" sgr italiane,
rispettivamente di Intesa e di Unicredit, da anni perdono asset under management.
Non è un caso che nel recente passato si sia parlato molto di una possibile fusione
tra di loro, preludio a un passo indietro degli azionisti e alla nascita di una vera
società indipendente. Ma poi il disegno è tramontato. «Io credo - dice Massimo
Fortuzzi, amministratore delegato di Idea Sim - più che altro per il fatto che le
due banche erano impegnate su altre questioni. In fondo quello dell'asset management
non è stato un business fondamentale per loro».
Può darsi, quindi, che prima o poi la questione della fusione riprenda corpo.
«Occorre investire nei prodotti e nei manager - dice Fortuzzi -. I prodotti italiani
non hanno mai performato bene, come ripete ogni anno la ricerca di Mediobanca. Non
si può puntare tutto sulla distribuzione ma bisogna puntare a creare prodotti che
producano performance».
Sul perché ciò non sia avvenuto è interessante la spiegazione di Alessandro Aspesi,
country manager per l'Italia di Threadneedle, gestore puro indipendente di origine
inglese: «In Italia quasi tutte le sgr retrocedono l'80-90 per cento alle reti di
distribuzione, che sono perlopiù gli stessi sportelli della banca che controlla la
società di gestione. All'sgr non restano dunque sufficienti fondi per investire in
personale e in ricerca e sviluppo; in realtà altro non sono state finora che delle
strutture al servizio dei loro proprietari».
Si torna dunque inevitabilmente al problema della mancanza di indipendenza e alla
pochezza degli investimenti. Serve dunque una presa d'atto, da parte delle banche
che possiedono delle piccole sgr, che è inutile tenersi strutture antieconomiche e
che sarebbe meglio venderle o trovare strade per accorparle con altri istituti del
genere. «Tutto ciò - dice Aspesi - potrerebbe a economie di scala e alla
possibilità, oggi negata, di trovare plausibili alternative alla distribuzione. Per
terminare questa piccola rivoluzione, però, ci vorrebbe anche un incentivo fiscale,
come già esiste in Francia, Uk e Germania. Un incentivo che premi i piani di
accumulazione nel medio termine (6-7 anni) e che migliori la cultura del
risparmiatore nell'investimento finanziario».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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