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Autorità finanziarie? Una Babele
di Nicolas Véron
Il Sole 24 Ore
Giovedì 20 ottobre 2011

I primi vertici del G-20, nel 2008 e 2009, furono dedicati a una revisione accurata della normativa finanziaria globale, al rafforzamento delle autorità finanziarie internazionali e alla lotta contro la recessione. Da allora i progressi sono stati discontinui e le priorità sono cambiate. Il prossimo vertice, a Cannes, sarà dominato dalla discussione sul caos europeo: la regolamentazione della finanza sarà poco più che un pensiero accessorio. Ma la necessità di un quadro normativo internazionale per la finanza non è venuta meno: è un elemento indispensabile per sostenere il progetto di un sistema finanziario mondiale integrato e abbandonare questo progetto comporterebbe grandi costi economici. La crisi ha dimostrato quanto sia pericoloso non regolamentare o regolamentare in modo inadeguato le attività finanziarie.
Ecco perché le autorità finanziarie internazionali sono così importanti. Tra queste figurano il Comitato per la stabilità finanziaria (Fsb), un gruppo che raccoglie organizzazioni nazionali e internazionali, e le dieci organizzazioni facenti parte di questo comitato che non sono legate a un Paese o a una regione specifica, la Banca per i regolamenti internazionali (Bri), che ha sede a Basilea; quattro organismi ospitati dalla Bri, e cioè il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria (Cbvb), il Comitato sul sistema finanziario globale, il Comitato sul sistema dei pagamenti e dei regolamenti e l'Associazione internazionale degli organi di vigilanza del settore assicurativo; l'Organismo internazionale di normalizzazione contabile (Iasb), che ha sede a Londra; l'Organismo internazionale delle commissioni sui valori mobiliari (Iosco), che ha sede a Madrid; l'Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (Ocse), che ha sede a Parigi; il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale, sede a Washington.
Tutte queste istituzioni non costituiscono un gruppo omogeneo, e forse in futuro si renderà necessario crearne altre, con il compito di affrontare le sfide specifiche relative al sistema finanziario globale. Ma un problema più immediato è capire se le undici istituzioni sopra elencate siano riuscite o meno a tenere il passo delle trasformazioni geografiche della finanza globale. Sono tutte istituzioni nate nel XX secolo, quando l'Europa e gli Stati Uniti (e per un breve periodo il Giappone) dominavano la scena. Ora il mondo della finanza è cambiato. Secondo le classifiche Global 500 del Financial Times, le economie emergenti adesso pesano più dell'Europa dal punto di vista del valore complessivo delle grandi aziende del settore quotate in Borsa.
Tre delle prime cinque banche del mondo per valore di mercato sono cinesi, e due di queste occupano la prima e la seconda posizione. Hong Kong e Singapore si sono avvicinate a Londra e New York nella classifica dei centri finanziari. La crisi ha accelerato questo cambiamento, con l'Occidente che è entrato in un lungo ciclo di riduzione dell'indebitamento e crescita lenta, mentre le economie emergenti continuano a ridurre il distacco. A un livello meno tangibile, si può aggiungere che il modello di sviluppo finanziario dell'Occidente ha perso gran parte della sua aura di superiorità.
Il nuovo panorama ha prodotto una discrepanza sempre più accentuata fra la realtà della finanza globale e le autorità che dovrebbero vigilare su di essa. È vero, gran parte di queste istituzioni si sono allargate alle grandi economie emergenti, ma solo in un caso il direttore generale proviene da uno di questi Paesi (il segretario generale dell'Ocse, il messicano Ángel Gurría).
Come ha dimostrato il caso della successione di Dominique Strauss-Kahn al Fmi, i Paesi emergenti restano reticenti a prendere l'iniziativa per forzare un riequilibrio. Ma il tempo gioca a loro favore. Gli occidentali dovrebbero rendersi conto che è nel loro interesse rinunciare unilateralmente a una parte di queste cariche, invece di difendere i diritti acquisiti. Per fare una cosa del genere serve un cambiamento colossale dei loro schemi mentali, specialmente per gli europei, sovrarappresentati in questo sistema più degli americani.
Un cambiamento concreto potrebbe includere il trasferimento di alcune istituzioni in Asia, o almeno il trasferimento dei segretariati di alcune delle commissioni di Basilea, tra cui lo stesso comitato per la stabilità finanziaria, e della Fondazione Ifrs, l'organismo di cui fa parte lo Iasb. Dal punto di vista logistico, non sarebbe complicato. Un piano più ambizioso potrebbe includere il trasferimento della sede centrale della Banca mondiale o dell'Fmi al di fuori degli Usa. Almeno per un periodo di transizione bisognerebbe dare la priorità ai candidati non occidentali per le cariche direttive delle autorità finanziarie globali.
Certo, la francese Christine Lagarde e lo svedese Stefan Ingves, nominati a capo rispettivamente del Fmi e del Cbvb, sono altamente qualificati. Ma di talenti ce ne sono parecchi anche in altre parti del mondo. Le prossime nomine importanti (al Comitato per la stabilità finanziaria il mese prossimo, alla Ifrs nelle prossime settimane e alla Banca mondiale nel 2012) dovrebbero andare a candidati non occidentali.
Anche in questo caso non ci sarà nessuna garanzia che le autorità finanziarie globali riescano nel loro compito. Ma senza un riequilibrio serio come quello che ho tracciato, scivoleranno senz'altro nell'irrilevanza, cosa tanto più grave in quanto il mondo ne ha più che mai bisogno.

Traduzione di Fabio Galimberti.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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