Un'azienda di successo? Quando il manager va in terapia
di Alessandra Retico
La Repubblica
Martedì 25 novembre 2003
Quando non riesci a mettere a fuoco i tuoi obiettivi. O
qualcosa ti blocca, e non riesci a fare il salto oltre
l'ostacolo, vero o presunto che sia. Oppure semplicemente vuoi
cambiare, o le circostanze ti impongono di farlo, e opaca è la
via da prendere. Hai delle potenzialità, una creatività
imprigionata, cerchi il modo di liberarla. Pensieri e vicende
di tutti. Che dalla stanza privata del nostro io si stanno
trasferendo nelle sale riunioni dei più grandi gruppi
industriali: manager e top executive, quadri medi e staff di
corporation come Motorola o General Electric vanno ormai da
tempo in "terapia". No, non da "strizzacervelli" o su lettini
di analisi, ma dai più pragmatici e glamour "coach" che negli
Stati Uniti fanno semplicemente furore.
Di che si tratta? Di "allenatori", trainer con diverse specializzazioni,
che attraverso suggerimenti, corsi, workshop e sedute di
"ascolto" (che possono essere fatte di persona, al telefono o
via e-mail), accompagnano i loro "clienti-pazienti" a
risolvere problemi tecnici (o personali) e a raggiungere
obiettivi sia privati che professionali. Si definiscono
"partner", e ci tengono a precisare che la loro
professionalità non va confusa o sostituita con quella di
altri esperti.
Se da più di vent'anni dall'altra parte
dell'Oceano si parla di e si fa "coaching", solo ora è il
momento dell'Italia: negli ultimi due anni sono nate diverse
scuole di formazione per coach (tra le altre U2coach, Future,
The Change Partnership), e sono una cinquantina gli associati
della Federazione Italiana Coaching, costola italiana
dell'International Coach Federation, la più grande
organizzazione di professionisti certificati, fondata dall'ex
Saatchi & Saatchi e poi Yahoo! Giovanna D'Alessio. A Roma
il loro primo convegno nazionale, seguito da coach
professionisti, aspiranti tali, manager ed esperti di risorse
umane.
Signore in tailleur e telefonini di ultima generazione, giovani in
giacca scura e sotto jeans. Sui 35-40, il popolo dei coach
riunitosi nella capitale parla di esperienze personali e
progetti che provengono da realtà e geografie molto diverse
tra loro. "L'intenzione è di allargare il network dei
professionisti e fare in modo di garantire alle aziende la
qualità dei nostri coach", spiega D'Alessio che dal 2001,
abbandonata la carriera nel managment, si è dedicata
completamente al coaching. "In Italia siamo ancora agli
esordi", continua, "ma a giudicare da come sono andate le cose
negli ultimi due anni con sempre più persone che si avvicinano
a questa professione e aziende che richiedono questo genere di
consulenza, andremo rapidi verso standard europei e più in là
americani". Che, tradotti in cifre, significano circa 7000
coach in 30 Paesi al mondo iscritti all'IFC, 30 mila quelli che
fanno riferimento ad altre associazioni. Un giro d'affari di
circa un miliardo di dollari che secondo l'Harvard Business
School raddoppierà nei prossimi due anni.
Ma chi sono i coach? I due terzi sono donne. Molti vengono dal mondo
dell'insegnamento e altri campi della consulenza. Alcuni hanno
lavorato nell'ambito della salute, altri in realtà aziendali.
Flaminia Fazi, romana di 39 anni, laurea in Sociologia a Roma,
ha fatto un lunghissimo percorso di esperienze e di studi in
Italia e all'estero prima di diventare coach, una delle prime
da noi. Ha fondato una sua azienda-scuola, la U2coach, che
offre percorsi di corporate ma anche life coaching. "In
America il trainer personale è senz'altro più diffuso, ma
anche in Italia le persone cominciano a orientarsi su questa
alternativa piuttosto che alla tradizionale terapia per
risolvere questioni private" spiega Flaminia aggiungendo che
"nella mia esperienza ho sempre avuto e ho tuttora molti
rapporti di life coaching: un manager che a quarant'anni, una
posizione invidiabile in azienda, una famiglia, si è sentito a
un certo punto sperduto. Un 14enne con difficoltà di
relazioni, la cui famiglia ha preferito venisse a fare due
chiacchiere con me piuttosto che con uno psicologo".
La stragrande maggioranza dell'"utenza" del coaching
in Italia è tuttavia quella delle aziende e delle
multinazionali (con filiali). La Ericsson, Banca di Roma,
Federal Express e AstraZeneca (seconda azienda farmaceutica in
Italia e quarta al mondo). Si sussurra, causa privacy, che
molti altri grandi marchi soprattutto delle telecomunicazioni
e del manifatturiero si affidino al coaching da tempo. E
altri, come Alitalia e DaimlerChrysler, si stanno attrezzando.
D'altra parte i vertici delle
grandi aziende non possono non tenere conto di quanto accade,
e con quali risultati, nelle corporation internazionali. Se
agli esercizi dei coach si sono affidati personaggi come Meg
Whitman e Niall Ferguson, rispettivamente 'top executive' di
eBay e di Unilever, vorrà pur dire qualcosa. Adidas, Estee
Lauder, Ibm, Kodak, Ibm, France Telecom per citarne solo
alcune, hanno fatto palestra-terapia dai coach e in breve lo
utilizzano 40 delle aziende top negli Usa secondo
Fortune. La formazione classica, racconta uno studio
dell'International Personnel Management Association, porta a
migliorare del 22% la produttività delle aziende contro l'88%
che raggiunge il coaching. Tradotto in soldoni, il vantaggio è
inequivocabile e ultrapersuasivo: le industrie che investono,
non proprio a prezzi modici, sul coaching, hanno ritorni del
500%. Allora ecco quanto puntare: da 100 a 250 euro per un'ora
di coaching, dai 700 ai 1500 per un giorno, 15-18 mila per un
anno. Sì, più di una buonisssima palestra o un personal
trainer da dive (forse), ma la fatica ripaga.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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