Aziende bocciate all'esame di Basilea 2
di Claudio Pasqualetto
Il Sole 24 Ore
Mercoledì 4 agosto 2004
Bocciate in affidabilità. Troppe imprese
italiane, il 58% secondo un campione analizzato dalla
società di rating Eu-Ra, non raggiunge la sufficenza
patrimoniale e finanziaria secondo i criteri di Basilea
2. Poco consola sapere che, se nessuna azienda arriva
all'Olimpo della tripla A, che significa solvibilità
massima, nella C, e quindi con situazioni patologiche
considerevoli, c'è un modesto 0,84% del campione e nella
D, praticamente in default, appena lo 0,01 per cento.
Il problema di fondo è quello più volte denunciato: la
maggioranza delle aziende italiane ha dedicato finora
poca attenzione al suo equilibrio strutturale.
Pesano ragioni territoriali, e il Nord risulta
essere più in buona salute rispetto al Sud; ragioni
dimensionali, con le piccole aziende più in sofferenza
rispetto a medie e grandi; ma non mancano motivazioni
legate ai singoli mercati e al riflesso che questi
possono avere, ad esempio, sulla regolarità dei flussi
di cassa.
Il campione esaminato da Eu-Ra è tutt'altro
che irrilevante: 60mila imprese di tutta Italia che
hanno regolarmente presentato bilanci ordinari fra il
1997 e il 2002. Trasferendo le indicazioni di bilancio
nella "griglia" messa a punto secondo le indicazioni di
Basilea 2, quella stessa che le banche, anche se con
sfumatre diverse, adotteranno, si ha il risultato
citato.
«Il dato è preoccupante e la nostra lettura è
leggermente peggiorativa rispetto ad altre fatte con
criteri diversi - spiega Maurizio Fanni, presidente di
Eu-Ra - ma ogni singola situazione ha una precisa
motivazione. Certo, leggendo il movimento fra le
diverse classi di rating, si nota una tendenza al
miglioramento negli ultimi anni ma è un trend molto
debole e, secondo le nostre proiezioni, complice anche
la situazione economica generale, quest'anno potrebbe
addirittura registrare un'inversione di tendenza con un
incremento fino al 59% delle aziende ad affidabilità
insufficente».
La regione che sta peggio, con quasi il
20% di aziende a rischio solvibilità, è il Lazio; ma la
classifica è estremamente sgranata ed entro il 14%
rientrano anche Molise, Calabria, Liguria, Sardegna,
Abruzzo e Sicilia. Chi sta meglio è la Valle d'Aosta
ferma all'8% e tra le più virtuose ci sono anche
Basilicata, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e
Veneto.
«A penalizzare il Lazio - commenta Fanni - è la
forte concentrazione di microaziende. Anche a Nordest
c'è un fenomeno simile ma qui le imprese, pur piccole,
solitamente rientrano in un distretto che ha trasmesso
cultura industriale, che offre servizi a rete, che
sviluppa efficenza e competitività».
Quanto ai settori produttivi, i rischi maggiori li corre chi
produce servizi per la pubblica amministrazione, con
quasi il 30% delle imprese che presenta seri problemi di
solvibilità; ma vicino al 25% stanno anche le imprese
dell'intrattenimento e le attività di poste e tlc.
«Anche in questo caso la spiegazione non è difficile -
osserva Fanni - la pubblica amministrazione è un pessimo
pagatore e questo incide pesantemente sulla
programmazione e sui flussi di cassa. L'entertainement è
penalizzato dalla forte presenza di una componente
immateriale nella produzione, mentre per poste e tlc c'è
da considerare la precarietà di un settore in grande
evoluzione. In compenso chi sta meglio sono le attività
più tradizionali, dall'industria estrattiva a quella
metallurgica, dalla chimica/plastica al manifatturiero,
fino alle multiutilities che hanno solidi flussi
finanziari in ingresso ed attività ad alto valore
aggiunto».
Se, a questo punto, è quasi scontato
constatare che più crescono le dimensioni dell'impresa
più aumenta la sua affidabilità in quanto assume una
struttura industriale più completa, meno prevedibile
risulta il fatto che, secondo le stime di Eu-ra, un
quarto di quel quasi 17% di aziende che oggi viene
valutato con la tripla C, rischia il default entro tre
anni se non apporterà adeguati correttivi.
«La nostra analisi - conclude Fanni - è ovviamente molto tecnica ma
si basa su elementi oggettivi. Anche a leggere il tutto,
come abbiamo fatto, attraverso i rapporti relativi a
cash flow, leverage, Roe, Roi il problema di fondo non
cambia. Ma a far uscire da un possibile incubo le
piccole imprese potrebbe in fondo bastare una più
robusta, e oggi non impossibile, capitalizzazione e una
minor confusione finanziaria tra azienda e famiglia».
* * *
Un campione di 60mila aziende
Eu-Ra, la società di rating che ha realizzato l'indagine, è uno spin-off
del Dottorato di ricerca in finanza aziendale dell'Università di Trieste. Creata
all'inizio del 2003 ha oggi una banca dati con la situazione di 200mila aziende
e ha sviluppato proprie piattaforme di analisi per elaborare, con attenzione
specifica alle Pmi, un rating tecnico, un rating operativo e un rating per il
merito di credito.
La società, che ha sede a Trieste, opera in collaborazione con numerosi
altri atenei italiani ed è partecipata, fra gli altri, da Banca Generali, Banca
Ponti, Federazione veneta delle BCC, Sfir Sardegna, Friulia e Confidi di
Pordenone e Treviso.
Il campione analizzato, nell'evoluzione dei bilanci fra il 1997 ed il 2002,
è di circa 60mila aziende. I fatturati delle aziende esaminate variano da poco
meno di 500mila euro a oltre 500 milioni, con le maggiori presenze nelle classi
fra 1 e 3 milioni e fra 6 e 20 milioni.
La ripartizione geografica delle imprese riflette la concentrazione
industriale, con una presenza determinante di Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna,
Piemonte, Lazio e Toscana, mentre per quanto riguarda i settori la ripartizione
è stata fatta seguendo l'abituale classificazione Istat.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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