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  :: Rassegna stampa - Documento

Aziende italiane in coda negli investimenti per l'innovazione
di Rosaria Amato
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 14 settembre 2009

Le imprese europee hanno fortemente ridotto, a causa della crisi, gli investimenti finalizzati all'innovazione. Tuttavia, ad arretrare sono stati soprattutto i Paesi appena entrati nell'Unione Europea, che hanno una struttura economica ancora debole, e uno scarso sostegno da parte dello Stato, e i Paesi come l'Italia, dove le aziende sono da sempre poco inclini ad investire in innovazione. A fronte di una diminuzione media del 24,7 per cento, il calo italiano è del 26,1 per cento, come risulta dall'Innobarometer 2009, pubblicato dalla Commissione Europea. Una differenza che potrebbe sembrare non enorme, ma che incide su una situazione strutturale piuttosto grave: «L'Italia ha un declino nell'innovazione che è ormai ventennale, e che si ripercuote nel Prodotto Interno Lordo», ricorda Daniele Archibugi, che con Andrea Filippetti (entrambi sono ricercatori Cnr-Irpps e docenti all'Università di Londra) ha appena pubblicato lo studio "Is the Crisis Striking Innovation? Evidence from Europe".
Lo studio analizza l'impatto della crisi sugli investimenti per l'innovazione, un impatto molto significativo, e destinato a durare soprattutto per Paesi come l'Italia, dove il sistema imprenditoriale è costituito in massima parte da una miriade di piccole imprese che negli ultimi mesi hanno riscontrato difficoltà enormi per l'accesso al credito, e che si sono dovute pertanto concentrare più che mai su una strategia di stretta sopravvivenza. «La dimensione delle imprese italiane di per sé non è un problema - spiega Archibugi - noi conosciamo Paesi dove piccole imprese come Microsoft e Apple sono diventate grandi proprio per via dell'innovazione. Nel nostro Paese però casi come questi non ci sono, ci sono problemi di accesso al credito, esistenza di trust. In generale le imprese italiane hanno sempre investito pochissimo in innovazione, non ci hanno mai creduto, hanno sempre pensato che potevano acquisirla da fonti estere».
Di conseguenza, l'Italia è scivolata negli ultimi mesi sempre più in basso nelle classifiche sull'innovazione: molto migliori le posizioni di Paesi appena entrati nella Ue come Estonia e Slovenia. L'Italia è comunque dietro la Repubblica Ceca, la Spagna e il Portogallo, ed è distante anni luce dai quattro Paesi che al momento sembrano aver sofferto meno, dal punto di vista dell'innovazione, per le conseguenze della crisi: Svizzera, Svezia, Finlandia e Austria.
Cosa manca al nostro Paese per eccellere, o almeno per stare al passo con gli altri? Di cosa avrebbero bisogno in particolare le Pmi per lanciarsi nell'innovazione? «Sicuramente di un accesso al credito più facile - dice Archibugi - le banche non dovrebbero disinteressarsi degli investimenti delle aziende, ma anzi dovrebbero seguirli da vicino. Secondo, le Pmi avrebbero bisogno di strutture istituzionali più direttamente connesse ai bisogni dell'impresa: quando questo accade, come nel caso della Toscana e dell'Emilia Romagna, le imprese sono riuscite a innovare costituendo i distretti. Certo, bisognerebbe anche che gli imprenditori cambiassero mentalità, e non pensassero solo di fare profitti tenendo conto dei costi o del design. E poi c'è un problema di qualificazione dei dipendenti: se noi guardiamo all'offerta di ingegneri e personale qualificato, è piuttosto scarsa. In Italia le facoltà universitarie sono meno connesse alle imprese di altri Paesi. Infine, c'è un problema di scarso investimento nella manodopera: rispetto ai Paesi scandinavi dove l'apprendimento è per tutta la vita, da noi ci si ferma presto, e a un certo punto l'offerta di lavoro piuttosto che qualificata viene rottamata». I Paesi che hanno tenuto conto di queste semplici regole, concludono Archibugi e Filippetti, sono anche quelli meno indeboliti, in termini relativi, dalla recessione.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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