Banca sorda con la piccola impresa
di Alberto Ronchetti
Il Sole 24 Ore
Lunedì 5 maggio 2003
Un ritorno al passato. Oggi - come dieci, venti o trent'anni fa - chi cerca credito
per avviare una nuova attività imprenditoriale si rivolge alle banche. Ma queste,
spesso poco attrezzate per valutare una business idea, lesinano le risorse.
E le concedono solo in cambio di garanzie reali: immobili o beni alla luce del sole,
che un giovane imprenditore difficilmente ha.
La tumultuosa crescita dei nuovi mercati borsistici, sul finire degli anni 90,
aveva creato l'illusione che l'accesso ai listini potesse sostituire il credito
bancario nel finanziamento delle start up. L'esplosione della bolla speculativa,
però, ha riportato in primo piano il ruolo degli istituti di credito nell'intermediazione.
Per di più, in una spirale perversa, lo sboom ha reso oggi le banche più guardinghe
nell'erogazione del credito rispetto a qualche anno fa.
Il problema colpisce particolarmente le piccole e medie aziende. La revisione in atto
dei coefficienti patrimoniali minimi degli istituti di credito, nota come Basilea 2,
rischia di far lievitare il costo dei prestiti alle Pmi. E' vero che l'ultima
versione dell'accordo, diffusa la settimana scorsa, in parte corregge gli effetti
distorsivi più clamorosi. Ma anche questa vicenda indica come l'atteggiamento
complessivo del mondo bancario verso il finanziamento per la nascita o lo sviluppo
delle piccole imprese non sia dei migliori.
Anche l'alternativa più logica, quella del ventur capital, batte in testa. Nel 2002
in Italia, secondo i dati dell'Aifi, l'associazione degli investitori istituzionali nel
capitale di rischio, sono state finanziate solo 49 operazioni finalizzate alla
nascita di nuove imprese. L'anno prima erano state 222, nel 2000 il record a 339.
«Esistono fondi specializzati nel finanziamento di start up, che peraltro adesso
hanno anche una buona liquidità - spiega Roberto Del Giudice, direttore Studi e
ricerche dell'Aifi -. Oggi però sono costretti a finanziare quello che hanno
in portafoglio senza assumere nuove iniziative: la situazione del mercato borsistico
rende difficile lo smobilizzo delle partecipazioni e impedisce il turn-over».
L'aspetto singolare è che oggi i progetti imprenditoriali e i business plan
che arrivano sul tavolo dei venture capitalist sono, mediamente, migliori di
qualche anno fa. La fine dell'euforia-Internet e dei listini in crescita esponenziale
ha costretto tutti a un maggior rigore valutativo, anche nelle primissime fasi di
nascita e presentazione delle nuove idee di business. Ma il sistema è bloccato
e l'attività di early stage financing è la prima a soffrirne.
Fra le alternative possibili vi sono alcune finanziarie regionali (Finlombarda e
Friulia appaiono tra le più attive) e, soprattutto, i business angels,
investitori privati che finanziano e assistono un'impresa nelle prima fasi e
sono rappresentati dall'Italian business angel network
(www.iban.it).
«Si tratta - spiega il direttore generale dell'Iban, Tommaso Marzotto Caotorta -
di ex titolari d'impresa, manager in attività o in pensione, che dispongono
di mezzi finanziari, anche limitati, con il gusto di gestire un business e
l'interesse a monetizzare una significativa plusvalenza all'uscita».
L'ordine di grandezza medio è quello di un investimento sotto i 500 mila euro
con una potenzialità di pieno sviluppo di 12-36 mesi. «Noi rappresentiamo
- conclude Marzotto Caotorta - il primo anello nella catena del capitale di rischio
e avviamo iniziative che, una volta cresciute, entrano nella sfera d'interesse
dei venture capitalist più grandi».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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