Banche italiane all'attacco. Lo stress test dell'Eba «Parte da un errore di fondo»
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 5 dicembre 2011
Tu chiamali, se vuoi, "esercizi" sulla capitalizzazione delle banche. Ma che guai
hanno combinato! L'Abi ha elaborato un graficoshock sulla volatilità media sui Cds
sovrani e ha notato che dopo che l'Eba li ha resi noti il 26
ottobre scorso, questa grandezza è schizzata verso l'alto. Gli "esercizi"
dell'Autorità bancaria europea, insomma, hanno avuto un impatto enorme sul
mercato, contribuendo in misura non piccola a far lievitare a livelli
insostenibili gli spread BptBund. E, a cascata, hanno provocato danni alle banche,
che detengono quote assai significative di titoli di Stato italiani. Ovvero di
quell'asset class che, improvvisamente, è stata declassata quasi a livello di junk
bond. Niente di strano che il mondo bancario italiano abbia messo in campo tutta
la sua capacità di pressione e di lobbying per evitare che il prossimo 7 e 8
dicembre (quando il Board of Supervisors dell'Eba dovrà decidere se e quando
rendere noti gli "esercizi" aggiornati al 30 settembre) sia costretto a subire un
nuovo smacco. Considerato ingiusto oltre che pericoloso per la stabilità
dell'economia. Questa volta la posta in gioco è enorme e lo hanno compreso anche
la Confindustria e le altre organizzazioni datoriali. Il pericolo, adesso, è che
gli istituti di credito strozzino l'economia per rimettere a posto i propri ratios
patrimoniali. All'Eba, l'authority europea nata poco più di un anno fa e
presieduta da un italiano, Andrea Enria, scrollano le spalle e lanciano un
semplice segnale: non siamo noi, dicono, i responsabili di questa decisione di
effettuare uno stress test sul livello di patrimonializzazione delle banche
europeo, ma il Consiglio dei capi di Stato e di governo dell'Unione Europea. In
altre parole, una decisione politica: è a questo livello che è stata presa la
determinazione di verificare se tutti gli istituti di credito hanno un capitale
sufficiente ad affrontare le situazioni più pericolose, costringendoli a lanciarsi
oltre il livello considerato di sicurezza del 9 per cento di Core Tier 1. In
verità era in cantiere anche uno stress test sul funding, che invece sembra adesso
il vero problema, ma alla riunione del 26 ottobre scorso fu data la preminenza al
problema della patrimonializzazione. Qualcuno fa timidamente notare che quella fu
l'ultima occasione in cui Berlusconi partecipò a un vertice europeo. Comunque sia,
l'esercizio preliminare sul Core Tier 1 (basato sui dati del 31 luglio) ha
indicato che in Italia ci sono cinque grandi banche che hanno bisogno di un
aumento di capitale: Bpm, che l'ha già fatto, Unicredit, che lo sta per fare; Mps,
che non vorrebbe farlo e Ubi e Banco Popolare che stanno alla finestra. Il nuovo
esercizio è già stato realizzato con i dati aggiornati al 30 settembre e dovrà
essere reso noto dopo il 7 8 dicembre. Presumibilmente si attenderà l'esito della
riunione del Consiglio dei capi di governo e di Stato prevista dopo il 9. Riunione
nella quale il primo ministro italiano, Mario Monti, porrà probabilmente la
questione. Del resto Monti, nell'incontro dei giorni scorsi con il presidente
della Commissione Ue, José Barroso, aveva toccato questo discorso. Ma l'attività
di lobbying dell'Abi è stata stavolta particolarmente attenta. Nella tappa romana
della visita del commissario europeo Michel Barnier, il 25 novembre scorso, c'è
stata anche una cena nella sede dell'associazione alla quale hanno partecipato
oltre ai vertici dell'Abi, Giuseppe Mussari e il direttore generale Giovanni
Sabatini, anche banchieri del calibro di Antonio Vigni (dg Monte Paschi), Victor
Massiah (Ubi), Luigi Abete e Fabio Gallia (Bnl) e Paolo Fiorentino deputy ceo di
UniCredit. È in quella sede che hanno esposto il loro cahier de doleances. Mentre
Giuseppe Guzzetti, presidente dell'Acri, ha da parte sua rilasciato un'intervista
a toni caldi. Gli istituti di credito italiani sono certi di essere vittime
quantomeno di un grave errore di valutazione. «Il problema attuale delle banche
dice Gianfranco Torriero, direttore centrale e responsabile direzione Strategie e
Mercati Finanziari dell'Abi, non è quello patrimoniale ma di liquidità. L'aumento
del costo del funding che si è creato a seguito di un accresciuto rischio sovrano
riduce la crescita. Ciò a sua volta contribuisce a far salire il rischio sovrano,
in una spirale perniciosa. È un errore pensare che per combattere il rischio
sovrano occorra accrescere la capitalizzazione delle banche». Tra l'altro è stato
ancora fatto notare dall'Abi in questo modo l'Eba ha impartito raccomandazioni
"pro cicliche", «in contrasto spiega ancora Torriero con le istruzioni di Basilea
3, che invece prevedono di aumentare il capitale quando l'economia gira bene e di
ridurlo quando invece il ciclo è nella fase negativa». Entrando nelle
technicalities utilizzate per l'"esercizio" dell'Eba, molte sono le perplessità
manifestate dal sistema bancario italiano (ma per la verità anche da quello
spagnolo e francese) sulla metodologia usata. Per comprendere la querelle, bisogna
partire dal presupposto che non esiste nell'Area Euro un modo univoco di
rappresentare le varie poste nel bilancio delle aziende di credito, né esiste
un'unica valutazione di ciò che è Core Tier 1. Ad esempio, nel nostro paese la
Banca d'Italia è particolarmente severa nella valutazione dei cosiddetti Rwa,
ovvero gli asset pesati per il rischio, laddove altre banche centrali sono più
lasche. Un'altra accusa rilevante è che l'Eba si è soffermata soltanto sui titoli
di Stato che possono presentare un elemento di rischiosità ma non ha assolutamente
preso in considerazione l'incertezza causata dai cosiddetti "titoli di livello 3"
ovvero strumenti (tra cui potrebbero esserci anche quelli tossici) che non hanno
una valutazione di mercato e che quindi sono valutati discrezionalmente dalle
banche. Quelle italiane ne hanno pochissimi ma in istituti di altri paesi questa
posta può avere una notevole rilevanza. Ecco il nocciolo della protesta che arriva
dall'Abi: le banche italiane, con un modello di business più tradizionale e più
prudenti di quelle europee, sono state penalizzate solo perché hanno in pancia un
asset, i titoli di Stato italiani, fino a ieri considerati risk free e che ora
soffrono ma non è detto che domani non tornino a posto. Ma quello che proprio non
va giù è che con l'"esercizio" dell'Eba, che adesso potrebbe ripetersi, dice un
banchiere, «è come si dicesse al mercato che i titoli italiani sono rischiosi e
che quindi è meglio tenersene lontani. Così certo la crisi si avviterà sempre più
su stessa».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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