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Rassegna stampa - Documento |
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Banche, la liquidità non basta prima si salva l'euro poi serve rivedere Basilea 3
di Marco Panara
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 16 gennaio 2012
L'aumento di capitale di Unicredit è uno spartiacque. Nella sua complessità, tra crolli
vertiginosi e brusche risalite, aiuta però a dipanare la matassa. Tra analisti, osservatori
e anche regolatori è diffusa ormai la convinzione che dei 115 miliardi di rafforzamento
dei parametri di capitale richiesti dall'Eba alle banche europee, ben pochi arriveranno
dal mercato. Tanto meno dopo la raffica di poco spiegabili downgrading di Standard & Poor's.
Il Santander aveva aperto la strada rafforzando i suoi requisiti patrimoniali con strumenti
interni e qualche cessione, poi l'operazione Unicredit ha confermato che in questa fase
il ricorso al mercato è difficile e pericoloso. Difficile perché il mercato reagisce male
alla richiesta di denaro, tanto che organizzare oggi consorzi di collocamento e garanzia
è praticamente impossibile per quasi tutti. L'aumento lo faranno probabilmente Deutsche
Bank e pochissimi altri. Pericoloso perché la reazione negativa dei mercati alla notizia
di nuovi aumenti determina preoccupazioni nei depositanti e indebolisce le banche stesse
rendendone meno stabili gli azionariati. Sotto accusa è l'Eba, neonata authority europea,
fragile come tutti i neonati, e in più con alle spalle già una serie di errori: dagli
stress test dell'estate subito giudicati insufficienti (giudizio confermato dalla crisi
di Dexia, che quegli stress test avevano promosso), alla decisione infelice di imporre
alle banche di valutare i titoli pubblici in portafoglio a prezzi di mercato anche se
tenuti fino alla scadenza, per finire poi con questa fretta di imporre una ricapitalizzazione
al sistema prima ancora che l'impianto costruito per mettere in sicurezza l'euro (il fondo
salva stati Esm) entrasse in funzione. Una serie di errori ormai chiari ai più, che si sta
cercando di riparare con una difficile marcia indietro che salvi la faccia e il futuro
dell'Eba. «La logica dell'Eba è peculiare dice Stefano Visalli, che per McKinsey segue il
mondo del credito chiede alle banche di rafforzarsi contro il rischio di default dei debiti
sovrani, ma in realtà questo è un rischio non assicurabile: se un paese va in default non
c'è capitale delle banche di quel paese che possa bastare a reggerne gli effetti». Le
contraddizioni tra l'impianto di Basilea 3 e le prescrizioni dell'Eba da una parte, e la
situazione dell'economia europea e le scelte della Bce dall'altra erano già chiare, l'aumento
di capitale di Unicredit le ha fatte esplodere. Lo stesso presidente della Bce Mario Draghi
ha definito «procicliche» le prescrizioni dell'Eba, nel senso che determinano un
prosciugamento di quella liquidità e di quella disponibilità di credito che la stessa Bce
sta invece cercando di evitare. Unicredit, varando il suo aumento per prima, e in virtù
della sua struttura di banca paneuropea, ha finito così per trovarsi suo malgrado al centro
di uno snodo cruciale per il destino della moneta unica e dell'Unione stessa. Lo snodo riguarda
i tempi, i modi e i comportamenti dei soggetti economici e delle autorità nelle mani dei quali
c'è il futuro dell'Euro e della Ue. In questo primo trimestre del 2012 si giocano i tempi
supplementari della partita per il salvataggio dell'Euro. Grazie anche alla manovra che ha
messo in sicurezza i conti dell'Italia che ha reso possibile uno schiarimento dell'orizzonte,
ora i contorni del disegno cominciano a intravedersi. I pilastri sono tre: le decisioni della
Bce, il "fiscal compact" sul rigore dei bilanci pubblici e l'Efsf (che diventerà Esm). La Bce
ha dato il via aprendo un rubinetto possente per ridare liquidità al sistema fornendo alle
banche dell'eurozona quasi 500 miliardi di euro a tre anni. Riducendo le riserve dal 2 all'1
per cento ha poi liberato altri 230 miliardi di liquidità e si prevede una nuova operazione
(si parla questa volta di mille miliardi) entro la fine di febbraio. In tutto si tratterebbe
di oltre mille 500, forse 1700 miliardi all'uno per cento che le banche avranno a disposizione.
Per fare ché? Innanzitutto per non venire strozzate dalla crisi di liquidità che ha stremato i
mercati, poi per acquistare titoli di stato a breve (gli effetti già si vedono con il crollo
degli spread sui titoli fino a tre anni), per evitare di dover correre a collocare obbligazioni
a tassi improbabili e semmai ricomprarsi obbligazioni proprie a prezzi scontati, per finanziare
l'economia. E'una operazione che potrebbe cogliere due risultati insieme: consentire alle banche
che si finanziano a Francoforte all'1 per cento di investire al 2 o al 3 in titoli pubblici di
ricostruirsi dei margini; favorire l'abbattimento dei tassi sui titoli pubblici a breve. La Bce
quindi sta facendo la sua parte. Poi c'è il "fiscal compact". Nella versione un po'più dolce che
Monti è riuscito ad ottenere dovrebbe non strangolare l'economia e nel contempo rassicurare i
contribuenti tedeschi tanto da consentire di rendere solido il pilastro numero tre, un fondo salvastati
rafforzato. Angela Merkel ha già annunciato la sua disponibilità ad aumentarne la dotazione, vedremo
nelle prossime settimane di quanto. Il decollo del fondo salva stati, la cui funzione finale sarà
quella di acquistare titoli pubblici a lungo termine per calmierarne i tassi, dovrebbe mettere un
tetto agli spread e avere sui titoli a lungo termine lo stesso effetto che l'azione della Bce sta
avendo su quelli a breve. Il fondo dovrà intervenire per finanziare gli stati in difficoltà per
evitarne il default e potrebbe essere utilizzato anche per ricapitalizzare le banche. A questo punto,
se i tre pilastri entro aprile saranno solidi e operativi, e se si riuscirà a neutralizzare le
intemperanze delle società di rating, è possibile che la febbre dell'euro cominci a scemare. E qui
arriva l'aumento di capitale Unicredit, che fa esplodere la contraddizione tra questo disegno e
l'impostazione dell'Eba e di Basilea 3. «Perché tutto funzioni bisogna ora rivedere le filosofie
alla base delle indicazioni dell'Eba e di Basilea 3 dice Rainer Masera, economista e raffinato
conoscitore dei mercati finanziari e delle dinamiche europee l'enfasi sul capitale delle banche
è sbagliata, e l'intreccio tra capitale e debiti sovrani in portafoglio ancora di più». Se si vuole
che i tassi sui titoli pubblici e sul credito all'economia scendano, le banche devono poter comprare
Bot e Btp senza pagare pegno in termini di capitale di vigilanza, come è avvenuto da sempre e fino
a pochi mesi fa, quando anzi erano le autorità di vigilanza stesse a considerare i titoli pubblici
lo strumento principe che le banche dovevano utilizzare per impiegare la loro liquidità. Il primo
effetto che l'operazione Unicredit sta avendo è quello di consolidare la convinzione che l'enfasi
sul capitale non è utile in questa fase a risolvere i problemi ma rischia anzi di aggravarli. Anche
perché, spiega Visalli «le banche hanno difficoltà a raccogliere capitale sui mercati per l'incertezza
sulla entità della remunerazione, che a sua volta deriva dalle incertezze sul futuro dell'euro e da
una più strutturale necessità di rivedere i modelli di business caratterizzati da eccessivo impiego di
capitale e costi ancora troppo alti rispetto ai ricavi». C'è un ultimo capitolo, delicatissimo, ed è
la rinazionalizzazione di fatto dei mercati finanziari. Le tensioni degli ultimi tre anni hanno
determinato in alcune autorità di vigilanza atteggiamenti di chiusura, ed è questa una delle ragioni
per cui la liquidità circola meno in Europa. E' un problema molto grave, che va contro la filosofia
dell'Unione e probabilmente in alcuni casi anche contro i Trattati. E' fondamentale che in breve
tempo questa tendenza si inverta perché ne va del futuro stesso dell'Unione Europea: se i capitali
possono circolare meno liberamente di quale mercato unico parliamo? Ebbene Unicredit, che si è costruita
come banca europea, è nel bel mezzo di tutto ciò. Il suo modello si basa su un mercato dei capitali
continentale libero e funzionante, e quel modello ora deve fare i conti invece con una pericolosa
inversione di tendenza. L'auspicio è che la maggiore integrazione fiscale porti ad una maggiore
integrazione anche tra le attività di vigilanza e, alla fine, al rilancio del progetto europeo stesso.
Perché se non ci sarà l'Europa neanche il gruppo Unicredit, così com'è oggi strutturato, avrà più senso.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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