Banche, morire per Basilea? No, grazie
di Massimo Mucchetti
Corriere della Sera
Giovedì 1 dicembre 2011
Morire per Basilea? No, grazie. Diversamente da Danzica, che nel '39 andava
difesa a costo della vita, Basilea è solo fonte di equivoci finanziari, se non
di inganni. Il rigore degli accordi internazionali sulle banche (che prendono
il nome dalla città svizzera dove sono stati stipulati) è solo apparente.
Mentre si profila un secondo credit crunch dopo quello dell'autunno 2008, può
essere pericoloso svenarsi in aumenti di capitale per obbedire a una
regolazione sbagliata.
Tre dati la dicono lunga. Primo, tra il 2006 e il 2008, in base al secondo
accordo di Basilea in Europa e alla riforma bancaria del 1991 negli Usa, le
grandi banche poi fallite o salvate dai governi apparivano più solide e
solvibili delle consorelle che se la sono cavata da sole. Secondo Andrew
Haldane, Bank of England, il capitale delle decadute era pari all'8-9% degli
attivi, 1-1,5% in più della media. La storia si è ripetuta adesso con Dexia.
Secondo dato, la sproporzione tra la leva finanziaria legale delle banche e
quella artificiale ricostruita per stabilire il capitale minimo per operare.
La leva finanziaria, leggibile sui bilanci, è il rapporto tra il totale delle
attività e il patrimonio netto. Ma con Basilea 2, fermo restando il
denominatore, il numeratore cambia: invece della somma degli attivi, ecco la
somma ponderata in base al diverso rischio attribuito alle diverse classi di
attivi. Questo procedimento, assai opaco, riduce di molto la base su cui
calcolare il capitale minimo. Nelle banche più conservative (Bilbao,
Santander, Intesa Sanpaolo e Unicredit) gli attivi ponderati stanno fra il 57
e il 49% di quelli di bilancio,mentre nelle più spinte (Ubs, Credit Suisse,
Deutsche Bank, Bnp, Soc-Gen e Barclays) stanno fra il 15 e il 30%.
Prestabilito il rapporto, la taglia del denominatore dipende da quella del
numeratore. La ponderazione, dunque, serve a diminuire drasticamente il
capitale delle banche a parità di attivi ovvero ad aumentare gli attivi
lasciando immutato il capitale e facendo correre i debiti. In tal modo, nella
presunzione di azzerare il rischio di fallimento delle controparti con
l'innovazione finanziaria, ecco che le banche regalano ai soci ritorni del
15-20% e compensi da capogiro ai banchieri. Che dicono di meritarseli.
Terzo dato, i criteri di ponderazione. Secondo Basilea 2, le banche possono
seguire modelli standard, fissati dalla Vigilanza di ogni Paese, ovvero
modelli avanzati, elaborati dalla singola banca e convalidati dalla Vigilanza.
In Italia, nel modello standard i mutui pesano per il 37% del valore facciale;
nel modello avanzato di Intesa per il 25. In Francia, Paribas ha il 12%,
SocGen il 9%. Nelle maggiori banche inglesi, avvertono Bank of England e
Financial Services Authority, a parità di portafogli emergono divergenze del
100% nei crediti interbancari, del 150% nei crediti alle imprese, del 280% nei
titoli sovrani. Quale conturbante confessione di impotenza del regolatore! Era
complice o incompetente? Certo, la sua cattura da parte dei regolati ha il
bacio in fronte della legge.
Eppure, avverte Haldane, era noto come, fin dalla rottura degli accordi di
Bretton Woods nel 1971, i banchieri, almeno gli inglesi, abbiano sempre
rischiato il massimo consentito. Non un penny di meno in omaggio alla
prudenza. Il che avrebbe dovuto mettere in guardia governi e banche centrali
sulla moltiplicazione del rischio che sarebbe derivata dall'allentamento dei
vincoli e delle sanzioni fallimentari. E invece, nel comporre il quadro, i
rischi di mercato, da cui è venuta gran parte delle perdite, contano
pochissimo, tra il 2% e il 10%, quando invece l'attività finanziaria pesa
sempre più.
Di cattivo credito una banca muore lentamente, ma una vera crisi di liquidità
la uccide in una mattina. Basilea 2 si è rivelata impotente a prevenire e
curare tali shock, che possono nascere sia dal contesto sia dalle
caratteristiche della singola banca. Hanno dovuto pagare gli Stati facendo
debito pubblico, con quel che è seguito. Ma che cosa fa Basilea 3? Lavora sul
denominatore, aggiunge un 2% qua e un 1,5% là al capitale: una percentuale per
ogni precedente fiasco. Irrigidisce anche il numeratore, toccando i titoli di
Stato, non i tossici.Ma lascia l'autovalutazione convalidata dalla Vigilanza
su migliaia di poste, terreno fertile per ogni manipolazione. In altre parole,
non emancipa il regolatore dal regolato. E conferma la Babele delle regole.
Eppure, anche dal cuore del sistema si invita ad abolire ogni ponderazione e
ad adottare criteri prudenziali più sani e omogenei quali la leva finanziaria.
In un seminario europeo, Stefano Micossi, direttore Assonime, ha prospettato
un rapporto tra attività totali e capitale di non più di 10-15 volte. Nel suo
ultimo saggio, Fulvio Coltorti, responsabile dell'Area studi di Mediobanca,
precisa: capitale tangibile, ovvero depurato dagli avviamenti, altra voce
assai manipolabile. Incidentalmente, le banche italiane hanno una leva
finanziaria più bassa delle concorrenti tedesche, francesi e svizzere. La
difesa degli interessi nazionali aiuterebbe anche la stabilità del sistema
bancario europeo. Gli aumenti di capitale saranno ancora necessari da noi?
Probabilmente sì, con tanti avviamenti discutibili, e in mancanza del mercato
dovrebbe intervenire lo Stato. Ma la stagione degli inganni avrebbe fine.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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