I banchieri rivedono il bonus; la City aspetta un Natale d'oro
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 10 novembre 2003
Mike Connolly è un giovane broker della sede londinese della
Merrill Lynch. Lavora nella finanziaria da tre anni, e mai aveva
conosciuto il brivido di un bonus. Gli avevano raccontato di premi da
favola, pari a due, tre, quattro, fino a quindici volte il suo stipendio,
ma a dir la verità da quando era entrato per lui era già tanto conservare
il posto e la pagabase, che è di 50-60 mila sterline (raddoppierà solo
quando raggiungerà la qualifica di managing director e per una città cara
come Londra non sono redditi da favola). Quest'anno, la musica cambierà:
niente che si avvicini alle cifre di cui si favoleggiava, ma un bonus ci
sarà. Un premio per aver lavorato duro tutto l'anno, in un ambiente di
rinnovata fiducia. «Potrò finalmente restituire le rate del mutuo che
erano rimaste in arretrato», sorride Connolly. E come lui decine e decine
di giovani professionisti che erano rimasti spiazzati dalla crisi della
finanza negli ultimi tre anni.
Dall'altra parte dell'oceano, a New
York, le anticipazioni su una cospicua stagione di bonus hanno già
comportato, secondo il costume americano di indebitarsi appena possibile,
una corsa all'acquisto di macchine di lusso. «Abbiamo il più ricco libro
di prenotazioni di tutti i tempi», ha detto a Bloomberg News Brian Miller,
general manager della Manhattan Motorcars. «Le nuove Bentley GT (un'auto
che costa 149.000 dollari, >ndr) e Lamborghini Gallardo (prezzo 167.500)
sono già esaurite. Per non parlare delle Porsche 911 Turbo». Perfino il
mercato delle case è in tensione, ed è salito del 6 per cento nel terzo
trimestre rispetto al secondo. E tutto questo succede mentre, osserva
l'economista Richard Medley, «un settore della finanza assolutamente
centrale come quello dei fondi d'investimento è spazzato dall'inchiesta a
tappeto del procuratore Spitzer che ha già ha fatto tante vittime illustri
e svelato malversazioni per decine di miliardi di dollari».
Sta di
fatto che il 2003, a questo punto, "rischia" di essere l'anno del recupero
sul fronte di queste attesissime gratifiche di fine anno, corrisposte per
una molteplicità di figure professionali rispetto agli obiettivi
prefissati: un dirigente di una banca commerciale ne riceve se i prestiti
che ha fatto si rivelano efficaci e produttivi, un promotore finanziario
secondo il numero delle quote o dei servizi che è riuscito a vendere, per
un operatore in >bonds dipende dai rendimenti che ha raccolto, un manager
di una banca d'investimenti riceve bonus a seconda degli affari che ha
condotti in porto e della "quantità" di M&A che ha messo insieme,
perfino una società di credit recovery valuta il numero di distressed
assets, le "gestioni difficili", che ha riportato a casa. E così via.
Tutti, indistintamente, aspettano con trepido ottimismo il periodo delle
gratifiche, che va tradizionalmente da dicembre a marzo. Le finanziarie
che chiudono il bilancio a fine novembre (Lehman Brothers, Morgan Stanley,
Goldman Sachs) comunicano i bonus il 16 dicembre, le altre a gennaio.
Tutte devono per legge metterli in pagamento entro 60 giorni dalla
chiusura del bilancio.
La Armstrong International, un'agenzia di Londra
specializzata in questo tipo di analisi (oltre che nell'executive search),
conferma il ritorno generalizzato, anche se non si sbilancia in molti casi
nel quantificarlo. Sia per i banchieri d'investimento che per gli analisti
in titoli della City comunque è previsto un aumento medio fra il 10 e il
20 per cento del bonus. Un po' superiore dovrebbe essere, azzarda la
Napier Scott di Londra, il bonus per i funzionari coinvolti nei derivati e
nei buoni convertibili. Per i corporate bond a reddito fisso si potrebbe
arrivare anche al 50 per cento di incremento, e questo perché i trader in
questi titoli sono stati i maggiori beneficiari dei bassi tassi
d'interesse che sono stati una caratteristica di tutto quest'anno. Anche i
broker in titoli, vista la ripresa dei mercati azionari, stanno lentamente
riguadagnando volumi d'affari. Quanto all'M&A, ottobre è stato il mese
più intenso degli ultimi due anni.
Nessun regalo, comunque.
«D'accordo, i bonus cresceranno com'è inevitabile essendo relativi al
2003, un anno in cui il business è stato molto forte», ha confermato, dal
suo ufficio di Londra, William Winters, il vice capo dell'investment bank
della JP Morgan. «Ma effettueremo un'attentissima distinzione basata sulle
singole performance». E Andrew Lowenthal, capo globale del
recruiting nei
servizi finanziari alla Egon Zehnder International di Londra, offre la sua
soluzione: «Non c'è nessun dubbio che sarà un anno migliore: i profitti
sono buoni, ma soprattutto ci sono meno bocche da sfamare». In effetti,
l'emorragia di posti di lavoro nella City è stata micidiale: in tutto il
composito settore dei financial services ne sono stati persi 100.000 in
tre anni, di cui 26.000 nel solo periodo settembre 2001-giugno 2002, fino a
un livello di 302 mila che è un minimo quasi storico. Ora, lentamente, si
sta iniziando a riassumere. Il comparto guadagnerà probabilmente intorno
alle 3.000 unità l'anno prossimo. Conferma Antonio Perricone, managing
partner della BS Private Equity, uno dei principali operatori indipendenti
nel settore del private equity operativo dalle sedi di Londra e Milano:
«Abbiamo assunto nelle ultime settimane alcuni giovani professionisti
nell'ufficio di Londra, e sento nel nostro ambiente di diverse persone che
stanno intraprendendo interviste pre-assunzione». Ma a proposito dei bonus,
Perricone si dichiara perplesso: «Diciamo che il vero fattore positivo è
sicuramente il fatto che si sia arrestata la perdita di posti di lavoro,
ma da questo a dire che ci possiamo aspettare una grassa stagione di bonus
ce ne corre ancora». Nella City c'è chi condivide questo scetticismo:
«Intanto chi ha grossi bonus ha bassi stipendi, e negli ultimi due-tre anni
ha sofferto pesantemente», dice Roberto Guerrini, a lungo responsabile del
Monte dei Paschi a Londra e oggi presidente del Business Club Italia,
sempre nella capitale inglese. «Oggi che le Borse sono risalite, sta anche
alla loro abilità far valere presso i loro amministratori, chi fa i conti
insomma, che quest'anno le cose sono andate meglio e che è anche merito
loro. Che poi dopo tutti questi anni di vacche magrissime, la base degli
affari sia sempre bassa è un altro discorso».
In America la situazione
è ancora più delicata e complessa. Dopo l'11 settembre 2001 e fino a
maggio dell'anno scorso, 48 mila posizioni nel settore finanziario si sono
volatilizzate, portando il totale dei tagli dall'inizio della crisi (metà
2000) a più di 200 mila, e fissando il minimo a 793.700 occupati nel
settembre 2002. Un anno dopo, stando alla Sia, una società di analisi che
compila mensilmente questi bollettini, la situazione è lievissimamente
migliorata, e gli occupati sono risaliti a 798.100. Ma nella sola New
York, sede ovviamente della massima concentrazione del paese, questi
numeri continuano a deteriorarsi, e a settembre 2003 si era a 176 mila
unità, il minimo da nove anni, il 20 per cento in meno del dicembre 2000,
come documentano le statistiche dell'U.S. Bureau of Labor Statistics. Ora
un contributo non marginale lo darà la robusta stagione degli utili: per
il 2003, secondo stime stavolta della Securities Industry Association, le
sette maggiori banche d'investimento e case di brokeraggio d'America Bear
Stearns, Citigroup, Goldman Sachs, JP Morgan, Lehman Brothers, Merrill
Lynch e Morgan Stanley metteranno a segno profitti pretasse cumulativi per
22,5 miliardi di dollari, una somma da record più di tre volte superiore
ai 6,9 miliardi guadagnati l'anno scorso. Da questi risultati non potranno
non venire notizie confortanti sul fronte dell'occupazione, e
verosimilmente anche dei bonus. Solo alla J.P. Morgan i profitti del terzo
trimestre sono schizzati a 1,63 miliardi di dollari. Per inciso, anche le
maggiori istituzioni europee si preparano a chiudere un 2003 a gonfie
vele. I tre colossi Ubs, Credit Suisse e Deutsche Bank hanno riportato
utili per 3,8 miliardi di dollari nel solo investment banking nei primi
sei mesi, contro i 2,1 dello stesso periodo del 2002.
Un'altra sicura
caratteristica dei bonus edizione 2003 è che saranno pagati in azioni più
che in contanti, e questo perché, come spiega Medley, «il cash in
cassa è ancora poco e perciò prezioso». Ma ugualmente forte nelle società,
a questo punto, è l'esigenza di fidelizzare i migliori dipendenti, e legarli
in qualche modo - quindi soprattutto con le stock options
con tanto di lock-up time - all'azienda.
Il tradizionale rapporto 65-35 (le percentuali rispettivamente in
titoli e contanti di un bonus) potrebbe essere invertito. Le finanziarie
cercheranno poi di "rateizzare" quanto più possibile il pagamento. Tutto
alla luce del sole, naturalmente: la Morgan Stanley durante l'estate ha
rivisto completamente la sua politica di compensi e bonus. L'effetto
dei cambiamenti sul conto economico è stato tale che nel terzo trimestre
questa voce (compensation expense charge) è scesa di 519 milioni di
dollari, e l'utile netto è aumentato di 350 milioni.
Ma, pur con tutte
le modifiche al suo interno, che il bonus sia un elemento
fondamentale della retribuzione è fuor di dubbio. Anzi, sta conquistando
sempre nuovi proseliti. Finora era diffuso per lo più a Londra e New York,
e ora si sta adeguando anche la terza piazza mondiale, la Svizzera. «Da
pochi anni anche le nostre banche hanno istituito il bonus come premio per
i migliori», conferma Franco Citterio, direttore dell'Associazione
Bancaria Ticinese. «Quest'anno qualche bonus ci sarà, certamente, ma nulla
che si avvicini ai livelli anglosassoni». Comunque, è un istituto che si
diffonde, e non poteva diffondersi se fossero continuati i tempi difficili.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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