Basilea 2, l'accesso al credito resta complicato
di Franco Canevesio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 24 settembre 2007
L'Italia è un paese strano, che riesce a mettere il mare tra il dire e il fare anche quando,
in mezzo, c'è un atto normativo terragno e pragmatico come quello di Basilea 2. Entrato in vigore
a giugno 2006 per regolare l'attività bancaria rapportata a quella delle imprese questo accordo
che ha introdotto nuove regole in materia di bilancio, nuovi criteri per l'attribuzione del rating
(che serve per valutare i rischi connessi all'accesso al credito e che incide sul costo delle
singole operazioni di finanziamento), dopo un anno di operatività, fa mugugnare più d'un
industriale, soprattutto se piccolo o piccolissimo.
A dire il vero, scorrendo l'ultima edizione (quella del 2006) del Rapporto sull'affidabilità delle
imprese minori, stilato da Unioncamere, quello che salta subito all'occhio è che le Pmi italiane
risultano sostanzialmente "affidabili". Guardando meglio, si vede che il tasto dolente è proprio
l'accessibilità al credito diventata da noi, dicono gli interessati, più una chimera che
un'opportunità. Con la benedizione di Basilea 2.
Ma andiamo con ordine e partiamo dalla ricerca di Unioncamere che ha preso in esame 16.493 aziende
suddivise in 11.941 ditte individuali e 5.002 società di persone, tutte raggruppate in 4
macrosettori scelti in base all'attività svolta: commercio (7.136 imprese), servizi (4.060),
manifatturiero (3.691) e costruzioni (2.056). Quasi nove imprese su dieci dispongono al massimo
di cinque collaboratori e l'85 per cento delle aziende ha un fatturato inferiore a 500mila euro:
il 92 per cento non dispone di filiali e poco più dell'1 per cento ne ha almeno due. Il 58 per
cento delle imprese opera al dettaglio offrendo soprattutto beni (36 per cento) o servizi
(22 per cento). La metà di questo 58 per cento si trova al Sud mentre la percentuale di quanti
operano al dettaglio nel Nord-Est scende sensibilmente e si attesta al 27 per cento. Ancora: il
53 per cento delle società prese in considerazione dalla ricerca non ha debiti mentre c'è uno
striminzito 3,7 per cento per cui i debiti superano l'ammontare del fatturato.
Tra i risultati dell'indagine spicca quello sulla liquidità: per il 42% delle imprese i tempi di
incasso e pagamento coincidono mentre per il 24% "i tempi di pagamento sono inferiori a quelli di
incasso" e il restante 34% "gode di vantaggi nella definizione delle scadenze". Tradotto, il dato
significa che "una impresa su quattro deve fare i conti con uno squilibrio che potrebbe condurre
a difficoltà nella gestione dell'azienda". La cosa al momento non sembra impensierire più di tanto
visto che, facendo una media generale, solo il 3,9% delle impresecampione risulta essere, secondo
i parametri di Basilea 2, in una situazione di default (lo sono il 4,1% delle società di persone
e il 3,3% di quelle di capitale). A livello di settori è interessante notare come le imprese
manifatturiere siano quelle meno in sofferenza, visto che solo il 3,1% di esse ha problemi di
insolvenza. Seguono il commercio, col 3,9% di aziende in sofferenza, le costruzioni col 4,1% e
infine i servizi col 4,5% delle imprese in rischio default.
Combinando questi dati con quello sulla liquidità, si vede come il rischio di insolvenza cresca
con l'aumentare dei tempi di pagamento: chi regola subito le proprie pendenze solo nel 3,4% dei
casi rischia poi di trovarsi in default, cosa che invece accade a quasi il 6% di quanti pagano
dopo i fatidici 90 giorni. E se, prendendo in considerazione l'anzianità delle imprese, si vede
che tanto più l'azienda è giovane, tanto più cresce il rischio di insolvenza, considerando invece
il livello di occupazione, si nota che il "molto piccolo è bello": tra le imprese che si dimostrano
più solide dal punto di vista finanziario ci sono le ditte individuali, le società di persone
che si avvalgono solo del lavoro degli imprenditori e quelle "che hanno una struttura significativa
ma ancora gestibile in modo che si possa definire artigianale". Questa tendenza sembra solida,
tanto da essere confermata nell'analisi previsionale di Unioncamere: proiettando i numeri
precedenti in un arco temporale di 12 mesi, emerge che la fascia di solvibilità è occupata per
la maggior parte da società di persone (81,7%) mentre le ditte sono decisamente più vulnerabili
al rischio di default. Anche a voler fare le Cassandre a tutti i costi sull'anno che verrà
prendendo in considerazione il fatturato, resta saldo il fatto che la crescita dimensionale di per
sé non favorisce la maggiore solidità finanziaria: anche in futuro, secondo Unioncamere, il
crescere del fatturato porta con sé l'aumento della percentuale di imprese che si vanno a collocare
nella classe a più alto rischio di insolvenza.
E, anche in futuro, la liquidità è destinata a giocare lo stesso ruolo che ha avuto nel recente
passato: "la percentuale di imprese solvibili - riporta l'indagine - diminuisce con l'allungarsi
dei tempi di pagamento, scendendo da valori superiori al 70% di chi rientra nei tempi medi di
pagamento al 51% di chi paga dopo oltre 6 mesi".
I dati della ricerca Unioncamere perdono un po' della loro forza quando toccano il tasto dolente
dell'accessibilità al credito. Se il 43% delle imprese dichiara l'intenzione di riutilizzare gli
utili (non superiori a 25mila euro per il 59% delle aziende, superiori a 100mila euro solo nel 6%
dei casi) per effettuare investimenti nel prossimo triennio - macchinari e immobili ma anche
sicurezza, qualità, informatizzazione e ricerca di nuovi prodotti - per la maggior parte di queste
aziende (il 62%) punto di riferimento ottenere finanziamenti resta la banca, visto che solo l'11%
ricorrerebbe a società di leasing e meno del 10% a finanziarie.
Quello con la banca però è un rapporto turbolento: il 90% delle aziende non sono disposte ad
accettare aumenti nei costi in cambio di una maggiore disponibilità della banca a erogare i
finanziamenti e solo il 45% sarebbe disposto a offrire maggiori garanzie pur di migliorare la
propria capacità di penetrazione all'interno della banca stessa. Questo perché la possibilità
di ottenere una linea di credito è, secondo le imprese, questione sottoposta ad almeno due
variabili: la necessità di dimostrare di disporre di un'adeguata dotazione di garanzie e un
buon rapporto personale col direttore.
Due questioni che, nel nostro Paese, neppure Basilea 2 riesce a scalfire. La conferma arriva da uno
che con queste problematiche combatte ogni giorno: Agostino Goldin è presidente di Cidec, la
Confederazione degli esercenti commercianti, che raggruppa 350mila iscritti divisi tra piccole e
piccolissime imprese. «Da noi il credito è sempre stato un atto di fiducia verso il sistema
bancario - dice Goldin -. E la cosa non è cambiata con Basilea 2: le piccole e piccolissime
imprese, per esempio, non hanno collegio dei revisori e questo è considerato peccato grave dal
sistema bancario che, non contento, penalizza le aziende più giovani, quelle che si affacciano al
mercato senza un adeguato pedigree di bilancio. Ma come fanno, se sono appena nate?». Già, come
fanno? Non certo come in Germania e in Francia dove le banche favoriscono gli imprenditori più
giovani usando parametri maggiormente flessibili rispetto ai nostri: "Lì - spiega il presidente
Cidec - l'accessibilità al credito è garantita, anche se il prodotto commercializzato è una novità
o è distribuito sul territorio per la prima volta». Con o senza Basilea.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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