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Basilea 2 apre le Pmi ai fondi
di Daniele Lepido
Il Sole 24 Ore
Domenica 16 dicembre 2007

La metafora più azzeccata è forse quella calcistica. Se Basilea 2 fosse l'inizio di un campionato con regole nuove, i fondi di private equity potrebbero svolgere, nei confronti delle piccole e medie imprese, il ruolo che in Serie A spetta agli allenatori freschi di nomina. E quindi: portare nuove risorse al team, magari con una campagna acquisti mirata (tradotto: ricapitalizzare l'azienda, ma anche fare shopping di manager), studiare tattiche di gioco vincenti (conquistare mercati internazionali), portare la squadra verso lo scudetto o la Champions (accompagnarla in Borsa o più semplicemente verso la strada della redditività).
Dopo un anno di "slittamento", così come previsto dalle direttive comunitarie 2006/48 e 49, dal primo gennaio 2008 entrerà definitivamente in vigore l'accordo di Basilea 2 che riscrive i requisiti patrimoniali delle banche in relazione ai rischi assunti nelle loro attività. Una svolta nei rapporti tra istituti e aziende sull'apertura delle linee di credito. Un sistema basato sui rating, veri e propri voti che premiano gli imprenditori con i bilanci più virtuosi a scapito di chi ha una situazione patrimoniale meno brillante. Con il risultato che ai primi della classe verranno concessi prestiti a tassi agevolati, mentre ai "bocciati" spetteranno tassi salati.
In questo contesto potrebbe essere rivisto il ruolo dei fondi di private equity, le famose "locuste" che (per alcuni) sciamano sulle aziende con l'appetito del predatore. Un ruolo da riscoprire nella sua accezione più sana, anche in un'ottica di alleanza con le banche. Perché il fondo, nel caso per esempio di expansion, entra come nuovo socio, apporta capitali freschi all'impresa e concorre a risollevarne le sorti, quindi il rating. La banca, dal canto suo, concorrerà a ristrutturare il debito in funzione della capacità di rimborso dell'azienda che andrà a finanziare, concedendo danaro a un costo più interessante. «Un'operazione di private equity - spiega Roberto Saviane, partner di Wise (De Agostini) - cerca di costruire un equilibrio tra debito ed equity, spostando verso il medio-lungo termine il debito di breve, quello che le imprese familiari, spesso sottocapitalizzate, utilizzano per gli investimenti».
E la famosa "leva", cioè la tentazione di alcuni fondi (e soprattutto di alcuni tipi di operazioni) di utilizzare più debito che capitale? «Nel caso di buyout, di rilevamento di un'impresa - dice Gabriele Cappellini, direttore generale di Mps Venture Sgr - il fondo si deve comportare come un nuovo allenatore, senza però stressare troppo la squadra: ecco allora che nel nostro caso il debito non deve superare di 4-5 volte il valore del margine operativo lordo».
Con Basilea 2 potrebbe aprirsi per i fondi una nuova era, perché il private equity agisce su quello che molti analisti considerano il «male cronico" delle Pmi: la sottocapitalizzazione che, storicamente, ha due cause. La prima riguarda la pratica del multi-fido, con casi di aziende che intrattengono rapporti anche con quindici-venti istituti di credito perché chiedere troppo a un solo soggetto potrebbe trasformare il rapporto nella fiera dei "no". La seconda causa della sottocapitalizzazione delle realtà industriali italiane è la vecchia pratica della fideiussione personale che l'imprenditore concede alla banca a garanzia del finanziamento. «Basilea 2 aumenterà il flusso di imprenditori che si rivolgeranno al private equity - commenta Walter Comelli, di Sanpaolo Imi Fondi Chiusi Sgr (gruppo Intesa-Sanpaolo) - perché chi ha una situazione patrimoniale ballerina, o si adatterà a pagare di più mutui e prestiti oppure cercherà di riportare il proprio rating su livelli accettabili, anche attraverso l'ingresso di nuovi soci in azionariato. Soci con un marchio forte e le spalle grosse». Una stoccata a Basilea 2 la dà Simone Cimino, fondatore di Cape Natixis Sgr: «In Italia c'è uno strutturale indebitamento del circolante perché le aziende pagano tardi, soprattutto i grandi gruppi. E Basilea 2 di questo non tiene conto, se tu fatturi e incassi a sei mesi, ti devi necessariamente indebitare. Chi acquista materie prime dall'estero, sa benissimo che i pagamenti sono immediati. Ecco che i fondi possono dare alle aziende la forza necessaria per sopportare questa situazione».
Eppure il rapporto tra il nuovo Accordo e i fondi parrebbe privilegiato. Lo ricorda Andrea Resti, professore di economia degli intermediari finanziari alla Bocconi: «Basilea 2 tratta bene le banche che vogliono mettersi in portafoglio società non quotate, come fanno i fondi di private equity, perché la ponderazione ai fini del rischio, ciò che determina l'assorbimento patrimoniale e quindi quanto capitale la banca deve accantonare a fronte del prestito erogato, è del 300% nel caso di società quotate, e del 200% per le partecipazioni ben diversificate in private equity». Che significa: le azioni in cui investono i fondi possono essere più "economiche" rispetto ai titoli quotati.
Se questi nuovi "allenatori" saranno in grado di aiutare realmente il mondo delle imprese nell'affrontare il match di Basilea 2 è ancora presto per dirlo. Certo è probabile che, nei prossimi anni, le aziende familiari con bilanci da rattoppare dovranno abituarsi ad accogliere nell'azionariato qualche parente (private) in più.

* * *

Dove e quanto investe il private equity
Record di operazioni nel settore della tecnologia. Nei primi sei mesi del 2007 i fondi di private equity italiani hanno investito oltre 272,2 milioni di euro in aziende nostrane, di diversi settori, con un fatturato fino a 50 milioni di euro. Si tratta delle classiche piccole imprese che costituiscono ancora la spina dorsale del sistema economico italiano. Come si vede nella tabella qui a destra (ndr: non disponibile), le risorse maggiori (cioè il peso % sull'ammontare totale) sono andate al comparto «Altre manifatture» con 48 milioni di euro investiti (il 17,6%). Il record di numero di operazioni spetta invece al comparto «Computer» (17 operazioni, il 14,8%, su 115).
Nel manifatturiero i deal più «ricchi». Sulle piccole 3 operazioni su 4. Il 56% delle risorse è stato assorbito da 10 maxi-operazioni. Ammontano ad oltre 1,9 miliardi di euro gli investimenti fatti dai fondi, da gennaio a giugno, nelle aziende italiane. Il numero più alto di operazioni (115, il 75,2% del totale) è stato realizzato in società con ricavi fino a 50 milioni. Guardando invece al valore dei deal, oltre un miliardo di euro (quindi il 56,3% sul totale), che corrisponde però a sole dieci operazioni, è stato portato a termine con gruppi che hanno generato ricavi superiori a 250 milioni. Che tradotto suona così: oltre sette operazioni di private equity su dieci hanno riguardato le Pmi. Ma oltre la metà dei soldi messi sul piatto dai fondi è finita sole in dieci maxi-operazioni.

L'accordo
I principi base. Basilea 2 è un accordo vincolante (e non una legge) che viene riconosciuto dalle banche centrali e dalle autorità di vigilanza di oltre 100 Paesi. Un accordo che definisce i requisiti patrimoniali delle banche in relazione ai rischi assunti nelle loro attività. I tre pilastri sui quali si basa sono: i requisiti patrimoniali minimi, il controllo prudenziale dell'adeguatezza patrimoniale, i requisiti di trasparenza delle informazioni.
Il sistema dei rating. Secondo Basilea 2 gli istituti di credito devono classificare i propri clienti con dei rating (dei veri e propri voti) in base alla loro rischiosità. Le aziende con bilanci sani, quindi con dei rating elevati, saranno privilegiate quando chiederanno dei finanziamenti e si vedranno applicare tassi d'interesse più vantaggiosi rispetto a chi, invece, ha una scarsa patrimonializzazione e molti debiti.
Meno capitale da accantonare. Rispetto a Basilea 1, il nuovo Accordo premia le banche che prestano denaro ad aziende virtuose. Se prima, per esempio, prestare un milione di euro a un cliente con rating AAA richiedeva un capitale immobilizzato di 80mila euro, oggi potrebbero essere sufficienti 16mila euro.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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