Basilea 2 e Ias, i rischi possibili
di Rainer Masera (Presidente San Paolo-Imi)
Il Sole 24 Ore
Sabato 13 dicembre 2003
L'ottimo articolo di Mauro Bini e Luigi Guatri
(«Basilea 2 moltiplica le ricadute degli Ias»),
pubblicato sul Sole-24 Ore del
19 novembre, ha richiamato l'attenzione sugli effetti incrociati di
Basilea 2 e dei principi contabili internazionali (Ias), toccando in
particolare gli effetti della valutazione delle poste immateriali.
Un altro punto su cui vale la pena soffermarsi riguarda il
trattamento delle poste creditizie.
L'attuale normativa di Basilea stabilisce una semplice
relazione tra rischio creditizio e capitale regolamentare, talché,
lungo il ciclo economico, l'eventuale deterioramento della qualità
delle controparti non influenza il fabbisogno patrimoniale, se non
ex post per effetto delle perdite subite. Da qui l'ipotesi di una
sostanziale a-ciclicità dell'attuale normativa.
Una critica rilevante a Basilea 2 (sulla quale ho avuto
spesso occasione di soffermarmi e su cui è anche intervenuto
autorevolmente il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet) è che
viene fissata una rigida relazione tra qualità creditizia e
dotazione di capitale: nei momenti sfavorevoli del ciclo ciò
potrebbe imporre fabbisogni straordinari di risorse inducendo
comportamenti pro-ciclici degli intermediari, con razionamento del
credito e aumento del costo del denaro.
Tale pericolo è stato oggetto di ampia discussione. La
recente versione dell'Accordo richiede agli intermediari di valutare
in modo prudenziale i rating e di predisporre "buffer" di capitale
per far fronte alle eventuali esigenze aggiuntive, con una soluzione
che appare convincente sotto il profilo metodologico e operativo.
Il tutto poggia, come noto, sul ricorso a procedure e
modelli interni approvati dalla vigilanza - punto discriminante
rispetto al passato - che determinano probabilità di insolvenza a
partire dai "fondamentali" dell'impresa, come ricavi, costi,
capacità competitiva, investimenti e così via. La stima di perdita è
una "expected loss", valida su orizzonti temporali opportunamente
individuati; si può dimostrare che questa grandezza è compatibile
sul piano logico ed empirico con gli assunti delle teoria economica
e della finanza d'impresa.
Questa logica è stata ribadita dal Comitato a Madrid l'11
ottobre scorso, laddove si prevede che la perdita attesa venga
confrontata con l'insieme delle rettifiche su crediti e la
differenza rappresenti incremento o diminuzione del patrimonio di
vigilanza.
Anche l'introduzione degli Ias innova la metodologia di
valutazione dei crediti, attraverso i metodi di determinazione delle
rettifiche di valore su base collettiva, che sostituiranno l'attuale
disciplina della riserva generica. Tale metodologia si basa invece
sul concetto di incurred loss, vale a dire di perdita già
verificata.
Viene pertanto esclusa la perdita probabile in futuro per
eventi non ancora accaduti ("expected loss"), anche se la stima
discende dall'esperienza pregressa e la perdita stessa è già in
qualche modo presente nel portafoglio, perché implicita nella
qualità creditizia misurata da modelli statistici documentati.
Pur facendo salva la diversa finalità delle due normative,
gli approcci non appaiono facilmente conciliabili, soprattutto sul
piano logico, nel timore (ribadito in particolare dalla Sec) che
l'abbandono di una impostazione empirica riscontrabile (la incurred loss)
lasci spazio a discrezionalità eccessive nella valutazione dei crediti.
La gestione bancaria ha come punto di riferimento la
rappresentazione del valore creato che, con riguardo al portafoglio
di credito, può cambiare crucialmente se il trattamento dei crediti
è stabilito su quanto è accaduto (incurred) o su quanto è
prevedibile che accada (expected, in base ad evidenze empiriche
comprovate).
Se a prevalere sarà l'impostazione Ias attuale,
amministratori e manager saranno inevitabilmente condizionati da
un'ottica "point in time" nella formazione del portafoglio crediti.
L'accantonamento di risorse nella fasi favorevoli (ancorché
suggerita dalla expected loss) non sarebbe motivata dal livello
dimostrabile di incurred losses, consentendo di esporre utili
distribuibili non giustificati dalle prospettive del portafoglio.
Per contro accantonamenti "sottili" accentuerebbero
l'avversione ad assumere il rischio creditizio quando aspettative di
inversione ciclica, anche solo paventate, sollevassero
preoccupazioni di prossime pesanti perdite.
Effetti di "consistenza" (dotazione patrimoniale) e di
"flusso" (esigenze di accantonamento), esaltati dal timore di
giudizi negativi di analisti, agenzie di rating, investitori, si
potrebbero "inseguire" con una forte interazione pro-ciclica.
Gli Ias sono principle based, hanno carattere generale, sono
applicabili quindi a tutte le industrie (valgono per una banca come
per un'acciaieria, se quotate). Solo nel caso delle attività
assicurative lo Iasb ha finora riconosciuto il mantenimento di una
necessaria distinzione rispetto alle altre attività, prevedendo un
trattamento (i.e. principi contabili) ad hoc, ancora da emanare.
Vi è da chiedersi se di fronte alla complessità del ruolo
del sistema finanziario (il cui trattamento è per contro rule based)
non sia opportuno riflettere su principi che riconoscano, perlomeno
per le grandi banche commerciali ad attività internazionale, il
fatto che le scelte finanziarie non sono ancillari alla produzione
ma sono il processo stesso di produzione.
È auspicabile per tutte le parti che lo Iasb si apra al
dialogo su questi temi, perlomeno con le autorità di vigilanza e con
i regulator bancari e finanziari, i cui cantieri sono ancora aperti
con importanti costruzioni in corso.
Infatti, facendo proprie impostazioni di accantonamento
preventivo (dynamic provisioning), alla fin fine, tutti gli
"stakeholders" coinvolti (non solo pubblici o istituzionali)
sarebbero maggiormente tutelati, azionisti ed investitori in primis.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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