Basilea 2, fidi su misura e senza ridurre i crediti
di Fabio Tamburini
Il Sole 24 Ore
Mercoledì 29 settembre 2004
La marcia dim avvicinamento a Basilea 2 è fatta d'investimenti importanti da
parte delle banche, revisione dei modelli organizzativi, preoccupazioni della
clientela. Tutti, dai banchieri ai bancari agli imprenditori, devono misurarsi
con regole nuove, che mettono in discussione modelli consolidati. «Sarà
una rivoluzione copernicana», ammete Alberto Agnelotti, direttore centrale
pianificazione strategica del gruppo Bpl. E Stefano Monferrà, professore di
Economia degli intermediari finanziari all'università di Parma, aggiunge:
«L'effetto è positivo perché le banche sono costrette a fare investimenti
importanti in settori decisivi come l'information technology, i metodi di analisi
e valutazione delle aziende clienti, l'organizzazione interna. Senza Basilea 2
sarebbero stati rimandati per anni, anche perché mancano concorrenti esteri con
cui fare i conti. Finora si vedono soprattutto i costi dell'operazione ma i
ritorni non mancheranno, anche se per arrivare al break even occorre tempo»
Davide Alfonsi, responsabile risk management della Banca popolare di Milano:
«Basilea 2 è un manuale di qualità dei servizi bancari. Si sa quanto costa
ma non quanto rende. Il rischio è che alla fine una parte degli investimenti non
abbia ritorni evidenti».
Come si stanno organizzando le banche? Quali sono gli effetti dei vincoli
patrimoniali in arrivo sull'offerta di credito? e che cambiamenti determinerà il
sistema dei rating sulle condizioni di finanziamento? Effetti significativi si
avranno sull'organizzazione interna delle banche, perché si passa dalla
trattativa diretta con i singoli clienti per la concessione dei finanziamenti e
i loro costi, a meccanismi più o meno automatici basati sui rating. «E'
la fine di un mondo - dice Agnelotti (Bpm)- . Avverrà gradualmente ma rende
indispensabile il cambiamento di mentalità e finirà per pensionare una grande
fetta di bancari, quelli che non si adatteranno alla rinuncia della trattativa
diretta come parametro unico nella concessione dei fidi».
Disponibilità di risorse. Un secondo fronte è rappresentato dal credito
che, secondo i parametri di Basilea 2, le banche potranno offrire alla clientela
in rapporto a determinati coefficienti patrimoniali. «Oggi la liquidità
non manca - dice Franco Cruciani, direttore di Fedart, la Federazione unitaria
dei Confidi artigianato e piccola impresa e direttore finanziario del Cna -
il punto saranno costi e condizioni dei prestiti». In effetti le simulazioni
effettuate sulla possibilità di fare credito delle banche rispettando le nuove
regole danno risultati confortanti. E tra gli istituti interpellati dal Sole
24-Ore la prevalenza dei gruppi che, almeno sulla carta, avranno più risorse
disponibili è netta: dalla Banca popolare vicentina (che stima di liberare
capitale per un buon 25%) all'Istituto San Paolo Imi (+10% circa), dalla Bpl
(+10%) al gruppo Bpu (13-15%). La prudenza è maggiore in casa Antonveneta e
della Banca popolare di Verona e Novara. «E' presto per dirlo perché le
verifiche sono in corso», dice Achille Mucci, responsabile risk management
del gruppo Antonveneta. Su posizioni analoghe è Marco Franceschini, responsabile
sviluppo strategie e pianificazione della Popolare di Verona e Novara: «Tutto
lascia prevedre, secondo le simulazioni effettuate e gli studi d'impatto, che
libereremo capitali per aumentare i finanziamenti - sostiene - ma non me la
sento di indicare numeri precisi».
Rapporto banca-impresa. Di sicuro il rapporto tra banca e impresa è
destinato a cambiare. I riflettori, in particolare, sono accesi sui sistemi di
rating che verranno adottati da buona parte del mondo bancario. Lo faranno
i gruppi maggiori e anche gli istituti di medie dimensioni, mentre per le banche
strettamente locali il discorso cambia. «Non avremo rating interni perché
non ne abbiamo bisogno» dice Franco Caleffi, direttore generale di
Federcasse, la Federazione italiana delle banche di credito cooperativo. E
spiega: «Siamo banche locali con una conoscenza approfondita dei clienti.
I rating, almeno per noi, sono estremamente costosi e sproporzionati alle
esigenze effettive. Adotteremo, invece, criteri scientifici di valutazione dei
rischi di credito che stiamo mettendo a punto d'intesa con Deloitte e che
prevedono punteggi finali ad ogni singola azienda. Terranno conto di indicatori
di bilancio, andamento del rapporto con la banca, rischiosità del settore di
attività e di elementi pregiudiziali come eventuali scoperti. Alla fine il
giudizio derivante dalla conoscenza diretta inciderà per un buon 10%».
Anche le banche che puntano sui rating, tuttavia, prevedono adeguamenti finali
di carattere discrizionale effettuati dai dipendenti a cui è affidata la
responsabilità dei finanziamenti. Fa eccezione, per esempio, UniCredit, ma lo
confermano Sanpaolo Imi («La facoltà sarà ampia e stiamo mettendo a punto
il meccanismo con Banca d'Italia» dice Alfonsi), Banche popolari unite
(«Un approccio di tipo automatico e troppo meccanico sarebbe
inopportuno», osserva Rossella Leidi, responsabile dell'area risk
management del gruppo Bpu), Banca Nazionale del lavoro («Abbiamo previsto
la possibilità di forzare il meccanismo dei rating fino al 20%», dice
Euclide Furia, responsabile direzione risk management). Nonostante ciò una delle
preoccupazioni più diffuse nel mondo imprenditoriale, soprattutto tra le imprese
minori, è che vengano meno i rapporti tradizionali basati sulla conoscenza
reciproca. «Stiamo cercando di far capire alla clientela - chiarisce
Franceschini (Popolare di Verona e Novara) - che la banca non passerà in mano
ai signori del rating»
Il sistema dei rating. Per tenere sotto controllo l'impatto con il
sistema dei rating, alcuni istituti stanno prendendo altre contromisure. In Bnl,
per esempio, è prevista una struttura indipendnete, che farà capo all'area risk
management e dirà l'ultima parola quando i clienti non saranno soddisfatti del
trattamento ottenuto. «I rating sono uno strumento per fare business e non
per affossarlo - sottolinea Furia (Bnl) -. Quando ci sono discordanze forti
occorre andare a verificare quanto sta accadendo. Il modello adottato non va
considerato un meccanismo secco e immutabile, ma il prodotto di un processo
dinamico».
Dovrà essere così perché non è detto che il sistema, nonostante gli investimenti
elevati, risulti completamente attendibile. Le difficoltà da superare sono
significative. «La raccolta dei dati è una operazione complessa - dice
Metelli (Popolare di Milano) - perché viviamo in un Paese in cui non c'è cultura
della comunicazione. Ottenere informazioni chiare, veritiere e codificabili è
tuutt'altro che facile». Anche perché, soprattutto per certi settori e in
certe zone, l'economia in nero rende i bilanci poco corrispondenti ai conti
effettivi delle aziende. In proposito Luciano Colombini, condirettore generale
della Popolare vicentina, prevede che «i rating porteranno gli
imprenditori a fare bilanci più convincenti e più trasparenti, con l'obiettivo
di ottenere finanziamenti a condizioni migliori». Per questo, aggiunge
Mucci (Antonveneta), Basilea 2 «spingerà i clienti verso una trasparenza
maggiore». E le banche a farsi maggior concorrenza. La ragione è semplice.
Ogni impresa potrà rivolgersi a più istituti cercando di ottenere rating
migliori e, di conseguenza, condizioni di finanziamento meno onerose. Così,
sempre secondo Mucci, «si aprirà un fronte nuovo di competizione».
E Metelli (Popolare di Milano) conclude con una previisone: «Mi attendo un
confronto davvero vivace».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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