Basilea 2, ok le utilities e ko l'edilizia
di Marika Gervasio
Il Sole 24 Ore
Lunedì 5 luglio 2004
Utilities, chimica e imprese estrattive: sono questi i settori dell'industria
italiana più preparati all'introduzione degli accordi di Basilea 2. Mentre i
settori edile, tessile-abbigliamento e alimentare sono i più vulnerabili. E'
quanto emerge da un'analisi condotta dalla società di consulenza K Finance sui
bilanci 2002 di 27mila società di capitali, che ha permesso di attribuire a
ciascun settore un rating medio (secondo la scala codificata da Standard & Poor's
che va da un massimo di AAA+ a un minimo di C-) in base alla capacità di
autofinanziamento delle aziende, all'incidenza degli oneri finanziari, al
livello di patrimonializzazione e di indebitamento, alla gestione del capitale
investito e alla redditività.
I migliori. Gli elevati flussi di cassa sono uno dei punti di forza delle
utilities, il settore migliore in assoluto, con un rating medio di BBB-, seguito
da chimica e industria estrattiva (BB+). «Il buon posizionamento di
utilities e industrie estrattive non stupisce - spiega il presidente di K
Finance, Giuseppe Grasso - , viste le loro caratteristiche strutturali: flussi di
cassa alti e stabili e forte patrimonializzazione, necessaria per far fronte agli
elevati investimenti fissi. Sorprende invece positivamente la chimica, che emerge
anche grazie all'ottima capacità di copertura degli oneri finanziari».
I peggiori. Capacità di copertura che è, al contrario, scarsa nel settore
edilizia e costruzioni, all'ultimo posto con un rating B-, che esprime un'elevata
vulnerabilità delle aziende del comparto, vicine alla soglia dei casi a rischio
insolvenza.
«E' nota - aggiunge Grasso - la relativa fragilità di queste aziende,
caratterizzate spesso da insufficiente patrimonializzazione, elevato
indebitamento e necessità di finanziare un ciclo di costruzione che eccede
spesso i 12 mesi e che genera flussi di cassa solo al termine del processo. Per
migliorare la situazione dovranno essere messi a punto strumenti finanziari
ad hoc per questo settore e dovrà essere rivista completamente la
politica finanziaria e di capitalizzazione delle imprese e dei gruppi attivi
nell'edilizia».
Tra gli altri settori più deboli, spiccano due comparti legati al consumatore
finale: il tessile/abbigliamento e l'alimentare/bevande, entrambi con un rating
B. Pesano la scarsa copertura degli oneri finanziari, l'elevato indebitamento e i
flussi di cassa insufficienti. A questo si aggiunge la modesta redditività del
settore alimenare/bevande.
La fascia intermedia. I settori tradizionali dell'industria italiana,
quelli legati alla meccanica, alla plastica e all'elettronica, evidenziano un
rating BB, che indicano una vulnerabilità normale rispetto al panorama
generale dell'industria (raccoglie un BB-, che indica un posizionamento debole,
vicino alla soglia della vulnerabilità, come spiega Grasso). Tra questi spicca
negativamente solo la produzione di mezzi di trasporto (BB-).
Le classi dimensionali. Settori a parte, il rating migliora all'aumentare
delle dimensioni aziendali. Le aziende più vulnerabili, infatti, risultano essere
quelle con fatturati inferiori a 5 milioni, che rappresentao il 56,6% del numero
totale delle aziende, ma solo il 6% del fatturato aggregato e il 12% degli
addetti.
«Ma con Basilea 2 - spiega Grasso - le aziende di queste dimensioni
saranno classificate tra la clientela retail per le quali il grado di
correlazione, e quindi di rischio per la banca, è modesto. Pertanto queste
aziende beneficeranno di un trattamento privilegiato e di una maggiore
tolleranza».
Le aziende da 5 a 50 milioni di fatturato (il segmento delle Pmi, secondo
Basilea 2) - che rappresentano il 40% del totale, il 21% del fatturato aggregato
e il 31% degli addetti - si collocano mediamente a un livello di vulnerabilità
superiore alla norma (BB-). Le classi di aziende superiori a 50 milioni di
fatturato (il segmento corporate, sempre secondo Basilea 2) evidenziano
invece una situazione di vulnerabilità normale o bassa. Queste società
rappresentano meno del 5% del fatturato aggregato e impiegano il 57% degli
addetti.
Dal rischio all'eccellenza. In generale, il 23% delle aziende
manifatturiere italiane è in condizioni di insolvenza, circa il 42,9% è in
un'area di vulnerabilità, mentre il 22,3% può essere considerato non a rischio e
l'11,9% vanta performance eccellenti.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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