Basilea 2. Saranno favoriti non i giganti ma chi si è attrezzato per tempo
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 5 aprile 2004
«Sicuramente l'attuazione
degli accordi Basilea 2, per i quali sono in via di completamento i
regolamenti applicativi e che diventeranno pienamente operanti in autunno,
comporterà una serie di importanti adattamenti nel mercato. Ma come non
comprendere le preoccupazioni delle banche centrali, forzate a stringere i
cordoni della sicurezza e della trasparenza dopo la fitta serie di
scandali finanziari che hanno bruciato decine di miliardi di risparmi?»
Franco Citterio, direttore generale dell'Associazione Bancaria Ticinese,
ha una lunga esperienza nell'universo bancario per antonomasia, appunto
quello svizzero, e ha appena completato l'ennesimo road show tra banche e
imprese per spiegare motivi e conseguenze dei sofferti accordi messi a
punto nella città del nord del suo paese. «Lo sa qual è stata la cosa più
difficile? Far capire agli imprenditori che Basilea 2 non è nata per
iniziativa delle banche, come a creare qualche ulteriore problema nella
concessione dei crediti, ma su iniziativa delle istituzioni centrali e
delle autorità di controllo, con l'appoggio dei governi dei principali
paesi industrializzati».
Perché è importante questa precisazione?
«Perché dell'accordo probabilmente resteranno vittima
anche alcune banche piccole, oppure gestite secondo criteri, diciamo così,
all'antica, cioè senza troppi controlli sulla qualità del credito. E
d'altro canto, dal lato cioè di chi il credito lo prende, risulteranno
spiazzate le industrie che a loro volta non avranno già messo a punto
tutte le adeguate procedure di corporate governance interna, di sana
finanza, di conti chiari».
Ma perché? Quali sono i meccanismi messi in piedi dalla nuova architettura
di regolazione?
«A differenza di Basilea 1, che esiste dai primi anni 80 e che si limitava
a dire che ogni banca doveva accantonare a titolo di sicurezza l'8% del patrimonio,
quest'accordo introduce un importante elemento qualitativo: non basta più
evidenziare la semplice somma dei crediti in essere, per la banca, ma
occorre chiarire a chi sono stati prestati questi soldi. L'ammontare degli
accantonamenti prudenziali verrà deciso in base ad una serie di algoritmi
e sostanzialmente adeguato alla rischiosità delle operazioni
intraprese».
Insomma, chi ci guadagna e chi ci perde?
«C'è una considerazione di fondo: tutte le banche, grandi e piccole, dovranno
mettere in piedi una loro struttura equivalente a quelle di cui dispongono
le agenzie internazionali di rating, di valutazione. Dovranno essere cioè
perfettamente consapevoli delle caratteristiche, dei precedenti, della
solvibilità di ogni singolo cliente, al quale assegneranno un voto. Dal
rating discenderà il tasso applicato, e anche gli accantonamenti di
rischio da effettuare. Per far ciò serve una struttura dedicata di
analisti, specialisti dell'analisi dei crediti, e via dicendo. Le maggiori
banche, per parlare delle nostre dall'Ubs al Credit Suisse, questa
struttura la stanno mettendo insieme da tempo, e in molti casi è già
completata. Tutte le altre se la dovranno costruire in tutta fretta, e
saranno investimenti che non tutti saranno in grado di sostenere».
Ma sarà obbligatorio per tutti adempiere a questi impegni?
«Le nuove norme varranno di principio per tutti i paesi e per tutti gli istituti di
credito che vorranno far parte della finanza internazionale».
Un'altra critica, velatamente avanzata perfino dal ministro Tremonti, è che le
nuove norme penalizzeranno le piccole aziende, che troveranno con molta
maggior difficoltà chi presterà loro soldi a tutto detrimento dello
sviluppo nel suo complesso...
«E perché? Le strutture di valutazione
delle banche esistono proprio per questo. Anche un'azienda poco nota,
piccola e sconosciuta, può essere solida, affidabile, tempestiva nei
pagamenti. Spesso molto di più di una grande realtà, apparentemente più
solida. Tutto starà nel rating che sarà assegnato dalla banca sulla base
di valutazioni oggettive».
Ma qui in Svizzera, la terra delle banche, ci sono stati casi clamorosi in cui
un fallimento bancario ha provocato una crisi quasi sistemica, come la Bcci a
Londra o il Banco Ambrosiano in Italia?
«Oh, certo, più di uno. Ricordo che negli anni 80 a Losanna
finì sull'orlo del fallimento la banca cantonale Vodese, a causa del crack
di un importante cliente del settore vinicolo. In questo caso dovette
intervenire con un cospicuo salvataggio lo stesso Cantone di Vaud. Altro
caso eclatante fu negli anni 90 quando vari istituti creditizi ebbero
grosse difficoltà in seguito alla crisi del settore immobiliare, in
particolare a Ginevra. Le banche si trovarono esposte in modo
sproporzionato al valore degli immobili, e alla fine le perdite
complessive superarono i 40 miliardi di franchi svizzeri. Ecco, Basilea 2
dovrebbe contribuire a fare in modo che questi casi non si verifichino più».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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