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Borse, è la festa più lunga. Gli Usa macinano record e snobbano i nuovi rischi
di Federico Rampini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 4 dicembre 2017

La festa continua. Se qualcuno ha l'intenzione di fischiare la fine della ricreazione, ancora non si è manifestato. Siamo forse "noi" gli uccelli del malaugurio, non abbiamo capito nulla, abbiamo perso il contatto col mondo reale? Il dubbio deve assalire il giornalista che si ostina a descrivere un mondo impazzito, che segnala bolle speculative a destra e a manca, per poi essere regolarmente smentito dall'andamento dei mercati.
Ed anche dell'economia reale. Non basta il canto del cigno di un politico pessimista come Wolfgang Schaeuble a cambiare il quadro. Magari un giorno si scoprirà che aveva ragione lui, e quindi avevamo ragione pure noi. Ma il tempo passa ed è almeno da un anno e mezzo che abbiamo torto. Da quando ospitammo – non necessariamente a nostra firma, ma non importa – fior di scenari apocalittici sul dopo-Brexit e dopo-Trump. Crolli dei mercati, panico, avvitamento dell'economia globale in una spirale recessiva da protezionismi.
Tutte balle, ex post, bisogna riconoscerlo. Cominciamo dall'America perché è il caso più eclatante. Sarà pure inseguito dagli inquirenti sul Russiagate o dalle sconfitte in politica estera (la Corea del Nord che lo beffa; Siria, Turchia, Egitto che ricompongono una sfera d'influenza russa) ma c'è chi ha fiducia in Trump: gli investitori. I record di Borsa si sono susseguiti di mese in mese al punto da non fare quasi più notizia. La scorsa settimana ci siamo lasciati alle spalle anche la soglia dei 24.000 punti sull'indice Dow Jones. È l'altra faccia di questo 2017, impossibile da ignorare. Da una parte un governo che sembra affondare negli scandali, perde pezzi in continuazione, dà un'immagine caotica, con un presidente che continua a coltivare un'immagine estremista. Dall'altra l'euforìa delle Borse, che su di lui scommettono senza esitazioni dal giorno della sua elezione. C'è una logica: dopo la deregulation, anche la riforma fiscale che i repubblicani stanno cucinando al Congresso è un regalo alle imprese come non lo si vedeva dai tempi di Reagan. Da ricordare poi che questo boom trumpiano non riguarda solo la sfera della finanza, anche l'economia reale ne beneficia visto che la velocità di crescita del Pil a +3,3% è in accelerazione. Molte le spiegazioni, e parte del merito va ancora ad Obama: ma questo boom dura abbastanza perché Trump lo faccia suo. Questo accentua l'immagine schizofrenica di un'America che sembra perdere credibilità nel mondo intero... salvo tra chi ha capitali da scommettere su di lei. E' un tema sul quale bisogna soffermarsi, con tutte le chiavi di lettura possibili. Da una parte la crisi del 2008 ci ha insegnato che i mercati non sono infallibili, anzi l'istinto del gregge può spingerli verso disastri tremendi, e potremmo essere alla vigilia di uno di quelli. D'altra parte è possibile invece che i mercati abbiano riscoperto un'antica verità che noi non vogliamo vedere: la lotta di classe è rinata, e i ricchi la stravincono. Prima di tornare su questo punto, conviene fare un giro del mondo delle possibili bolle speculative. Dicevo di Schaeuble, il longevo ministro delle finanze tedesco che si congeda con un avvertimento cupo. Schaeuble ha unito la sua voce a un coro – minoritario ma consistente anche qui negli Stati Uniti – di conservatori pessimisti. Sono quelli convinti che siamo in una gigantesca e pericolosissima bolla creata dalle banche centrali, che con il loro "quantitative easing" hanno completamente falsato il mercato. La spiegazione ha una solida logica. Dal punto di vista macro, viviamo in un mondo inondato di liquidità dopo anni di acquisti di bond. Dal punto di vista micro, ogni singolo risparmiatore che dialoga con un consulente finanziario si sente proporre la stessa alternativa in base alla quale si muovono grandi flussi di capitali: se la sicurezza dei buoni del Tesoro significa accettare rendimenti microscopici, perché non salire sulla locomotiva delle Borse in cerca di affari migliori? È un clima nel quale la percezione del rischio può essere obnubilata, e molti forse hanno abbassato la guardia in modo allarmante. Dal Sole-24 Ore prendo la segnalazione che in preda all'euforia da mercati nessuno si protegge con Credit default Swap. Il Sole fa l'esempio di un'emissione obbligazionaria nigeriana andata a ruba, mentre i terroristi di Boko Haram facevano strage di militari, segno di una ingordigia crescente. Potrei aggiungere tra i segnali di follia la corsa ai Bitcoin, pur sapendo che questo riempirà d'insulti la mia casella di e-mail... Mi sposto verso un'area molto più centrale nei destini dell'economia globale: la Cina. È lì che abbiamo visto l'epicentro dell'ultima "potenziale" crisi finanziaria. Tra l'estate 2015 e il gennaio 2016 il mondo intero ha tremato per alcuni scossoni che venivano dalla Cina: un principio di svalutazione del renminbi, fughe di capitali, cadute delle Borse. Ma la potenziale crisi non si è poi realizzata, l'allarme è rientrato. Ancora una volta per un intervento dall'alto: il dirigismo di Xi Jinping ha raddrizzato la situazione. Così come da noi si può sostenere che c'è un'euforia artificiale creata dalle banche centrali, in Cina c'è un senso di sicurezza che è frutto di un robusto intervento pubblico. L'una e l'altra situazione possono nascondere elementi di fragilità. Nel caso della Cina sono ben noti: sistema bancario malato e altissimo debito pubblico (300% del Pil, altro che Italia). Correttezza impone però di ricordare questo: è da quando facevo il corrispondente a Pechino (2004-2009) che sento pronosticare il tracollo imminente del sistema bancario cinese. Un giorno magari accadrà, per adesso le Cassandre hanno avuto torto e di conseguenza hanno anche lasciato scappare un bel po' di opportunità d'investimento. Ritorno quindi al centro del sistema, l'America, e al tema della lotta di classe. Perché di questo si tratta. La manovra fiscale repubblicana è un ennesimo, gigantesco regalo alle imprese. Viene spacciata come pro-crescita all'elettore medio di Trump – operaio metalmeccanico del Michigan, per esempio – con la riproposizione della reaganomics: se le imprese sono più ricche investiranno, assumeranno, alzeranno i salari. Sappiamo in realtà che da anni le imprese americane galleggiano su profitti record, mentre i salari ristagnano. E' proprio dai tempi di Reagan, inizio anni Ottanta, che la distribuzione del reddito si è spostata durevolmente e significativamente a favore dei profitti e della rendita finanziaria, penalizzando chi vive di stipendi e impoverendo il ceto medio. La crescita delle diseguaglianze è stata individuata come una delle cause della "stagnazione secolare". Ma esiste una contro-narrazione, che in Europa è un po' più flebile, in America è assai vociferante. Basta frequentare un po' di convegni bancari qui a New York, che dopotutto rimane la capitale globale della finanza, per incontrare questo paradigma alternativo. E' un mondo arci-convinto che i ricchi debbano diventare ancora più ricchi, così elargiranno a tutti la benedizione di una crescita perpetua. Se da New York ci si sposta nella Silicon Valley californiana, il paradigma viene sussurrato con un po' più d'imbarazzo perché nessuno vuole passare per trumpiano, però la sostanza del modello è identica. Le diseguaglianze sono un falso problema, bisogna ridare piena libertà di manovra agli imprenditori perché sono il motore della crescita. Alle Borse "questa" lotta di classe piace tantissimo, e avanti così, finché dura.

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