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  :: Rassegna stampa - Documento

Buffett, l'anticonformista "Basta con le stock option"
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Luned' 12 maggio 2003

A noi italiani ricordano un po' le adunate per Padre Pio sulle alture di San Giovanni Rotondo. Solo che qui non si parla di santi e miracoli, ma molto più laicamente di soldi. Per la precisione i soldi delle migliaia di "fedeli" che si riuniscono ogni anno a Omaha, Nebraska, profondo midwest americano, per ascoltare il verbo del locale oracolo, Warren Buffett. Il "guru di Omaha" è non solo il secondo uomo più ricco d'America dopo Bill Gates, e il primo che debba la sua fortuna interamente agli investimenti finanziari: è un vecchio saggio in grado di elargire consigli, scambiare pareri, ricostruire esperienze. Intendiamoci, "vecchio" non è riferito ai suoi 72 anni portati garibaldinamente, ma agli oltre 60 d'esperienza sui mercati finanziari, visto che come ama ricordare comprò le prime azioni a 11 anni. Per il resto, sembra un giovanotto: nel primo weekend di maggio, quando si è svolto il raduno 2003, è saltato come un grillo da un cocktail a una reception, da un barbecue ad una open house, da un centro commerciale alla hall di un grande albergo. Per tre giorni, da venerdì mattina a domenica sera tardissimo, ha dispensato il suo verbo e i suoi consigli. Né si è negato ai giornalisti: domenica pomeriggio, dopo che per sei ore ininterrotte aveva fronteggiato l'incredibile numero di 10.000 azionisti all'assemblea della sua finanziaria Berkshire Hathaway al Civic Auditorium di Omaha, si è seduto su una panchina in un grande prato e per tre ore (tre) ha risposto con fare disponibile e voce amichevole a ogni tipo di domanda da parte di un plotone di reporter finanziari venuti da tutto il mondo. Poi, tanto per chiudere, si è gettato nelle danze alla Berkshire Shareholder Night ospitata dalla Gorat's Steakhouse.
Quest'anno Buffett ci teneva a lanciare un messaggio: il vero male oscuro dell'economia americana sono le stock option, questi maledetti diritti a comprare sul medio termine titoli a prezzo predeterminato qualsiasi sia il loro valore in Borsa. Un meccanismo perverso che secondo Buffett va disinnescato al più presto, per tre motivi. Il primo è di natura morale, perché è grazie alle stock option che i manager di qualsiasi società americana arrivano a guadagnare somme esorbitanti, milioni e milioni di dollari. Lui, Buffett, come Ceo della "sua" Berkshire Hathaway ha uno stipendio di 100 mila dollari, immutato da 21 anni. Aggiungendo altre forme di compensazione (soprattutto i gettoni di presenza per i tanti consigli d'amministrazione di cui fa parte) arriva a 300 mila dollari. E basta. Di opzioni neanche l'ombra. Ovviamente se ha bisogno di "spiccioli" basta che venda qualche infinitesima partecipazione delle tante che ha in portafoglio (solo per fare un esempio possiede azioni della Coca Cola che valgono oggi 8 miliardi e mezzo di dollari), ma per il suo lavoro strettamente inteso il suo stipendio è quello. I manager di tante società quotate a Wall Street guadagnano cinquanta o cento volte di più.
Gli altri due motivi dell'opposizione di Buffett alle stock option sono prettamente tecnici. Visto che ovviamente la loro stessa esistenza spinge i capi azienda a massimizzare il valore su un termine più breve possibile, gli amministratori delegati (e anche tutti gli altri top executive che godono di quest'elemento aggiuntivo della retribuzione) intraprendono continuamente politiche di breve respiro. L'obiettivo è solo quello di produrre risultati trimestrali positivi in modo da spingere in alto il titolo. Magari rialzi estemporanei, destinati a rientrare dopo poco tempo appena si scopre che i risultati che li avevano generati sono in realtà poco convincenti. I Ceo insomma non lavorano nel vero interesse della società, che sarebbe quello di impostare investimenti veramente strutturali in grado di dispiegare i benefici nel tempo, ma l'importante è usufruire di quella "finestra" di rialzi per poter esercitare al meglio le option.
C'è ancora una terza ragione, esposta da Buffett nel suo raduno di Omaha. Le option in questione sarebbero anche colpevoli della marea di scandali finanziari che da diciotto mesi sconvolge l'America, proprio perché introducendo questo strettissimo interesse dei manager nell'andamento borsistico dell'azienda creano i presupposti per imbrogli e truffe dei più diversi. C'è, su quest'ultimo argomento, un caso più ampio di corporate governance. Buffett ha insistito molto sulla necessità che le opzioni siano inserite in bilancio come spese, e non viceversa come voci dell'attivo. Un'impostazione, oggi la più diffusa fra le corporation Usa, che rende poco credibili i bilanci stessi, ed espone gli azionisti a violente sorprese quando a qualcuno salta in testa di rimettere ordine nella contabilità. Non a caso, la Coca Cola di cui è il maggior azionista individuale e un autorevole consigliere, è stata la prima a introdurre l'auspicata riforma.
Presso la quasi totalità delle aziende la situazione è invece insostenibile e vulnerabile, secondo il guru di Omaha. «E' tempo che gli azionisti si ribellino ha tuonato Buffett accolto da ripetuti osanna perché si sta paurosamente ampliando il divario fra gli amministratori, che guadagnano cifre diventate folli da almeno cinque anni a questa parte, e chi sta finanziando la loro società. Bisogna creare qualche forza in grado di controbilanciare lo strapotere dei manager». Una vera e propria chiamata alle armi che ha avuto un gran risalto su tutta la stampa economica mondiale. Ma non è certo la prima volta che Buffett dà argomento per titoli di prima pagina. Poche settimane fa, nella lettera agli azionisti che è stata poi discussa nell'assemblea di Omaha, si era scagliato contro l'uso indiscriminato di "derivati", consigliati anche da molti gestori di fondi agli investitori. Invece i derivati sarebbero, nelle parole di Buffett, delle «vere e proprie armi di distruzione di massa» per la delicatezza intrinseca, l'imprevedibilità e quindi la vastità del danno che possono creare presso ignari risparmiatori. Non è finita: la stessa lettera, per la cui redazione Buffett si avvale dal 1977 della collaborazione di Carol Loomis, condirettore di Fortune, era anche permeata di una profonda sfiducia nel mercato azionario americano. «Oggi comprare azioni è molto più rischioso che comprare junkbond», diceva senza mezzi termini, e a conferma di questa posizione Buffett rendeva noto che sta investendo massicciamente appunto in junkbond, a partire dalle obbligazioni Amazon.com. Una posizione che il finanziere ha attenuato solo in minima misura discutendo con gli azionisti in assemblea. «Mi dicono che in questa sfiducia rientrerebbe anche una mia volontà di uscire di scena: invece io rispondo che non solo non ho nessuna intenzione di ritirarmi, ma anche che continuo a investire. Certo, in America il momento è difficile, ma in fondo qualche occasione si può cominciare a trovare. Ma poi c'è il resto del mondo: ho appena rilevato una partecipazione del 13 per cento nella Petro China, una delle compagnie petrolifere dalle migliori possibilità di sviluppo». E' facile prevedere che il giorno dopo un gran numero di risparmiatori si sia messo a cercare il modo per comprare quote in Petro China, noncurante del fattore-Sars.
E non è finita qui. Buffett, che è un democratico convinto ed era stato giovane consulente di John Kennedy, ha lanciato un altro attacco, se possibile ancora più deciso, contro la politica economica di Bush, in particolare il suo tanto sbandierato progetto di taglio delle tasse per favorire l'economia. «Se leggete con attenzione il progetto ha detto il saggio vi accorgerete che l'ammontare complessivo delle tasse che il governo incassa non cambia. Quello che cambia è solo la composizione dei contribuenti: i ricchi finiscono col pagare molto meno, i poveri di più».
Insomma, una tre giorni indimenticabile per chi vi ha partecipato, dalla quale il mito di Buffett è uscito più solido che mai. A chi, a tarda serata, gli chiedeva se non avesse distribuito un po' troppi strali di quà e di là, ha sussurrato: «Bè, l'importante è che ciascuno pensi con la propria testa». Forse un personaggio come Buffett, come tutti gli eretici, è importante proprio per questo: per smantellare il conformismo che lui teme che serpeggi nel popolo dei risparmiatori americani, e insegnare a guardare le cose con sguardo laico. Lui, Buffett, per ora si richiuso nella sua casetta alla periferia della città e per un intero anno non concederà più interviste né interverrà pubblicamente in alcuna sede. E' il suo stile.

* * *

La Berkshire Hatwahay, principale veicolo per gli investimenti finanziari di Warren Buffett, ha in portafoglio partecipazioni per 112 miliardi di dollari. Le aziende interessate sono ben 78 (comprese 40 medie imprese possedute interamente con 150 mila dipendenti), più sette compagnie internazionali. L'ultima operazione è stato l'acquisto per 1,5 miliardi della McLane, una società di distribuzione di prodotti alimentari vendutagli dalla WalMart, la catena di supermarket. Fra le partecipazioni, la Berkshire ha l'11,6 per cento dell'American Express, l'8,1 della Coca Cola, il 9,1 della Gillette, il 15,9 di Moody's Investor Service, il 22,2 del Washington Post, il 2,3 dei grandi magazzini di abbigliamento Gap, il 3,6 della Nike, il 3,2 della banca californiana Wells Fargo. Di tutte società, Buffett è consigliere d'amministrazione. Proprio per girare il paese per le riunioni dei board, Buffett, che ha una fortuna personale di 30,5 miliardi, si è comprato da qualche anno un aereo privato. E' il suo unico lusso: quando scende sulla pista di Omaha, c'è ad aspettarlo la sua Dodge del 1979 che guida personalmente fino a casa. Fra le società interamente possedute e quindi gestite direttamente, spiccano molti gruppi assicurativi. Al recupero di redditività del maggiore di questi, la General Reinsurance, che aveva subito i contraccolpi delle vicende assicurative legate all'11 settembre, si deve la chiusura in utile-record della Berkshire nel 2002 (4,3 miliardi) nonché nel primo trimestre 2003 per 1,7 miliardi. I risultati sono stati annunciati da Buffett nel megameeting di Omaha dell'inizio di maggio, e il giorno successivo il titolo ha guadagnato il 4 per cento in Borsa.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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