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  :: Rassegna stampa - Documento

Capitali propri da un imprenditore su tre
di Marco Biscella
Il Sole 24 Ore
Lunedì 25 luglio 2011

Una rotta pericolosa tra la 6th Avenue di New York, sede della Lehman Brothers, e Basilea 3. Come tra Scilla e Cariddi. Così hanno navigato gli imprenditori italiani dopo il naufragio della banca d'affari Usa. Come Cariddi, il mostro che secondo la mitologia inghiottiva le acque dello Stretto di Messina, la grande depressione si è mangiata, in tre casi su dieci, un bel po' di patrimonio personale degli imprenditori, soprattutto nei settori dell'edilizia e del manifatturiero, impegnati a cercare di tamponare le falle che si erano aperte nei fatturati. Quel patrimonio - ecco Scilla - che per reggere l'urto dei nuovi requisiti di Basilea 3 gli stessi imprenditori, nel 16% dei casi, hanno dovuto iniettare nelle proprie aziende perché considerate troppo sottocapitalizzate, dunque a rischio rating, con la prospettiva di veder sgonfiare le vele dell'accesso al credito. A far emergere come non pochi imprenditori abbiano investito nell'azienda patrimonializzandola è l'indagine «Crisi e patrimonio personale degli imprenditori», condotta da Panel Data su un campione di 800 imprese. «Dal 2008 - sottolinea Chiara Tronchin, coordinatrice della ricerca - il 16,4% degli imprenditori interpellati non ha puntato solo sulla capacità imprenditoriale di "creare reddito", ma anche sull'aumento del valore capitale dell'azienda». In prima fila, le imprese del manifatturiero (17,5%) e le aziende di servizi (17,1%). Più restie (14,3%) le imprese dell'edilizia, anche perché «sono state le più colpite dalla crisi economica». Strumento principale della patrimonializzazione è stato il ricorso, in più di quattro casi su dieci, al finanziamento dei soci, seguito dal versamento in conto capitale (29,3%) e dall'aumento del capitale sociale (26,8%). E l'83% che non ha patrimonializzato? In gran parte (76%), perché non ne aveva la necessità, una su cinque perché ha sofferto problemi di liquidità e solo il 4,5% per motivi fiscali. «Quasi il 40% degli imprenditori - aggiunge Tronchin - ha dovuto utilizzare i propri mezzi per far fronte alla crisi economica. In particolare, gli imprenditori edili hanno investito in misura maggiore i loro capitali personali (47,6%), seguiti a ruota dai titolari di imprese manifatturiere (43,2%), mentre più distanti sono quelli delle società di servizi (30%). E non sorprende il fatto che il ritardo dei pagamenti e la contrazione del volume d'affari siano tra i motivi principali per l'impiego di risorse proprie». Un imprenditore su quattro ha dovuto utilizzare risorse personali per evitare la chiusura dell'azienda. Nel 65,4% dei casi i capitali investiti erano sotto forma di risorse liquide, ma il 15% ha dovuto vendere beni personali e il 14% immobili di proprietà. «L'investimento - sottolinea Tronchin - è stato leggero per il 48% degli imprenditori, che ha eroso meno del 10% del proprio patrimonio, ma il 31,5% degli intervistati ha dovuto bruciare più del 20%». E nei prossimi mesi toccherà ancora mettere mano al portafoglio? L'attuale congiuntura disorienta gli imprenditori. «Se il 14% degli interpellati - conclude Tronchin - ha già messo in preventivo di dover utilizzare il proprio patrimonio, il 25,9% non è in grado di fare una previsione. I più incerti sono gli imprenditori dell'edilizia: uno su tre non sa cosa accadrà. Chi si occupa di servizi è più ottimista, perché il 64% non prevede di utilizzare i propri capitali, mentre nel manifatturiero la percentuale si ferma poco sopra il 60%


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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