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Capitalismo familiare: perché è così difficile passare il testimone
di Sara Bennewitz e Giorgio Lonardi
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 25 gennaio 2010

Giovani non lo sono più, la loro età media è sopra i 70 anni. Se fossero lavoratori dipendenti sarebbero già in pensione. E invece gli imprenditori italiani, con qualche eccezione che conferma la regola, anche quando non ci sono problemi economici, non riescono a mollare la scrivania. In molti hanno spesso dichiarato di voler lasciare «per far posto ai manager», ma non sempre alle parole sono seguiti i fatti. Più difficile dire di no a figli e nipoti. In questo caso di solito per la seconda generazione si profila una vicepresidenza: poteri limitati e un grande lavoro di rappresentanza.
L'abitudine degli industriali italiani a delegare il più tardi possibile potrebbe trasformarsi in un rischio quando le nuove leve si trovano impreparate alla successione. Prendete il caso di Marcellino Gavio, scomparso lo scorso novembre a 77 anni. Lui, Gavio, il re delle autostrade e delle costruzioni, a capo di un gruppo che capitalizza due miliardi e mezzo di euro conteggiando solo il valore di mercato di Sias e AutoToMi è uscito di scena lasciando le sue quote in eredità al figlio Beniamino e al nipote Marcello. Entrambi fino a pochi mesi fa non avevano avuto un ruolo di rilievo nella gestione del gruppo.
Fa riflettere anche il canovaccio della successione in casa Agnelli. Certo, John Elkann era stato designato per tempo dal nonno Gianni come l'erede dell'impero Fiat. Tuttavia prima la scomparsa dell'Avvocato nel 2003 e poi di quella del fratello Umberto nel 2004, avvenute in un momento di grande difficoltà del gruppo hanno imposto una sorta di «interregno» affidato a Gianluigi Gabetti (classe 1924). Un quadriennio conclusosi nel 2008 quando John è diventato presidente dell'Ifi e dell'Ifil che si sono fuse successivamente dando vita l'Exor.
Nel caso della Luxottica di Leonardo Del Vecchio (75 anni), solo Claudio, il primogenito maschio, è consigliere del leader mondiale degli occhiali, ma non ha nessuna delega esecutiva. Allo stesso Claudio, che da anni vive negli Stati Uniti e che ha rilevato e gestisce l'azienda di abbigliamento Brooks Brothers, non è ancora stato proposto il passaggio alla vicepresidenza di Luxottica. Viceversa nella Saras dei Moratti tutte e tre le poltrone principali sono occupate da un membro della famiglia. Gian Marco (classe 1936) è il presidente del gruppo petrolifero, il suo primogenito Angelo è vicepresidente e il fratello Massimo (1945) è amministratore delegato.
Si contano sulle dita di una mano i padri che hanno già fatto un passo indietro ritagliandosi il ruolo di presidente, e lasciando ai figli quello di amministratore delegato. Nel panorama della grande imprenditoria del Bel Paese il caso più eclatante è quello di Giampiero Pesenti (79 anni) che nel 2004 ha promosso il figlio Carlo a consigliere delegato di Italcementi, colosso europeo del cemento e del calcestruzzo che detiene il controllo di Ciments Français. Stesso copione per Carlo De Benedetti e il figlio Rodolfo nominato nel 1993 a 32 anni amministratore delegato di Cir e nel '95 amministratore delegato della Cofide.
Le cose si complicano quando il nome dell'azienda è poi quello della famiglia stessa che l'ha creata. A questo proposito anni fa l'ex Merloni Elettrodomestici è diventata Indesit Company. De' Longhi invece ha fatto del suo cognome un brand e Giuseppe, il fondatore, ha già lasciato in mano al figlio le deleghe del gruppo veneto. E così Fabio De' Longhi è amministratore delegato e vice presidente del gruppo di piccoli elettrodomestici. Un cognome, un marchio: un «modello» che ricorre soprattutto tra le aziende della moda, dove il brand si identifica con lo stilista creativo e fondatore della maison.
Di esempi ce ne sono tanti: Marcolin (occhiali), Marzotto, Missoni, Stefanel, Versace, Zucchi. Emblematico il caso di Bulgari, controllato a mezzadria dai due fratelli Paolo e Nicola Bulgari, rispettivamente di 73 e 69 anni. Proprio Bulgari è guidata dall'amministratore Francesco Trapani, azionista di minoranza nonché nipote di Paolo e Nicola. Insomma, anche nella moda fino alla prima generazione non ci sono problemi. Dalla seconda in poi, invece, entrano in campo fratelli e cugini e allora le cose si complicano. A chi gli chiedeva perché il figlio Alessandro non potesse diventare l'amministratore delegato dell'azienda che porta il nome di famiglia Luciano Benetton (75 anni) ha più volte risposto che «i manager si cambiano i figli no».
L'idea di Ponzano Veneto, valevole per la sola Benetton (ed esclusa per le altre società del gruppo da Autogrill ad Atlantia) è infatti che siano i dirigenti a servire le esigenze dell'impresa, e non questa a servire alle esigenze dei dirigenti. Il risultato di questa filosofia si traduce in un viavai abbastanza serrato di manager. Luigi De Puppi, ad esempio, è rimasto appena 3 anni come amministratore delegato di Benetton Group per poi lasciare la mano nel 2003 a Silvano Cassano. Quest'ultimo, però, si è dimesso nel novembre del 2006 prima che scadesse il suo mandato. I motivi di questa uscita repentina sono rimasti poco chiari. L'unica cosa certa è stato il crollo in Borsa subito a suo tempo dal gruppo (8,14%) alla notizia dell'abbandono di Cassano.
Dopo sette mesi di sede vacante, nel giugno 2007, il timone di Benetton è stato messo nelle mani di Gerolamo Caccia Dominioni. Anche in questo caso si è trattato di una parentesi: alla prossima riunione del cda del 28 gennaio Caccia Dominioni potrebbe annunciare le proprie dimissioni a partire dalla primavera con la firma del bilancio 2009. L'unica certezza a Ponzano Veneto è che il successore di Caccia Dominioni non sarà né un parente né un manager del gruppo, comprese le altre aziende controllate. E non è detto che il nuovo amministratore delegato venga scelto in tempi brevi.
Qualcosa potrebbe invece cambiare a Fabriano, forse già la prossima primavera in occasione del rinnovo del consiglio. Vittorio Merloni, primo azionista e fondatore di Indesit Company ha nominato il figlio Andrea come suo vice presidente con deleghe esecutive. Ed è probabile che in un futuro non lontano Vittorio, che si appresta a compiere 77 anni, faccia un passo indietro diventando presidente onorario del gruppo di elettrodomestici. Intanto suo fratello Francesco (classe 1925) ha già scelto il figlio Paolo Merloni come amministratore delegato della Ariston Thermo.
Un'altra caratteristica del capitalismo italiano è che le aziende si tramandano di padre in figlio purché sia maschio. E in alternativa sul genero, come nel caso di Marco Tronchetti Provera, marito di Cecilia Pirelli. Ad oggi nel panorama delle grandi industrie italiane, solo nelle famiglie Berlusconi e Ligresti, anche le figlie ricoprono un ruolo ai vertici delle società controllate. Ancorché Marina Berlusconi, Jonella e Giulia Ligresti siano presidenti con un ruolo attivo ma di supervisione rispetto al management.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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