Con i bilanci sociali cresce la credibilità dell'impresa
di Stefano Salis
Il Sole 24 Ore
Giovedì 4 dicembre 2003
Il bilancio sociale sta entrando sempre di più nelle priorità delle aziende,
in maniera decisa in quelle grandi (più di 250 dipendenti), ma
anche le piccole e medie iniziano a essere sensibili al
tema.
Ma, e questa è la reale novità, sta anche cambiando pelle.
Lo ha evidenziato la ricerca «Il bilancio sociale in
Italia: credibilità e diffusione» condotta dall'Isvi
(scaricabile dal sito
www.isvi.org nei prossimi giorni)
e presentata martedì a Milano. «Sono sempre di più le aziende
- dice Mario Molteni, direttore scientifico dell'Isvi e professore
di Economia aziendale alla Cattolica - che adottano il bilancio sociale,
ma ora lo stanno facendo passare da mero strumento di
comunicazione delle performance economiche, sociali e
ambientali per tutti gli stakeholders a strumento di
gestione aziendale a tutti gli effetti».
La credibilità delle aziende verso il mercato, insomma, passa anche
attraverso questo strumento. «Lo richiedono gli stessi investitori
istituzionali - continua Molteni -. E può veramente essere lo strumento
che indica a tutti gli azionisti quali sono le strategie
che l'azienda ha intrapreso per garantirsi uno sviluppo
duraturo nei confronti non solo dei soci ma della
società in generale».
La diffusione del bilancio sociale - secondo la ricerca
condotta in partnership dall'Isvi e da Unioncamere che
ha riguardato un campione di 3.663 aziende, illustrata
in anteprima a Venezia in occasione del convegno sulla
Csr organizzato dal ministero del Welfare - è ancora
limitata: solo l'1,6% degli intervistati lo redigono. Ma
sono significativi altri dati: delle quotate (erano 60)
adottano lo strumento ben il 28,6% (segno evidente che è
un indicatore richiesto dagli investitori) e per quanto
riguarda le categorie dimensionali è evidente come siano
più attente le grandi imprese, che decuplicano quasi la media.
Tra i settori (omissis) emerge con prepotenza quello creditizio-assicurativo:
qui le capofila (da Unicredit a Intesa fino a Unipol) hanno già
una tradizione da vantare. Nel campo delle utilities,
invece, è da rimarcare il caso Enel, autore di un
bilancio di sostenibilità talmente valido da vincere, al
primo tentativo, l'Oscar di Bilancio 2003.
Nel corso del convegno milanese dell'Isvi, inoltre, è anche
emersa una possibile sinergia tra bilanci sociali e
l'adozione di sistemi di qualità e gestionali. Qui i
principali enti di certificazione (da Rina a Kpmg, fino
a Bvqi, Erm e Pkf) sono pronti a raccogliere la sfida
del mercato.
La Deloitte e Touche, invece, ha appena
certificato un bilancio sociale di notevole impatto
emozionale, anche in virtù dell'azienda che lo ha
redatto, per la prima volta. Si tratta del Bilancio
Sociale 2002 dell'Avsi (Associazione volontari per il
servizio internazionale). Un documento che ha
suggellato, in qualche modo, il trentennale
dell'associazione, nata nel 1972 a Cesena. «La
redazione - dice Arturo Alberti, il presidente - ha
implicato il coinvolgimento delle nostre unità operative
attualmente in funzione in 35 Paesi di tutto il mondo,
che sono impegnate in 86 progetti». Il
documento analizza in dettaglio ciascuno dei progetti
dei quali si sta occupando l'Avsi, guardandolo da un
punto di vista quantitativo: costi sopportati, benefici
assicurati alle popolazioni verso le quali si
interviene, tipologia e quantità dei lavoratori
impiegati. È chiaro, in questo caso, più che mai, che non è
riducibile l'azione sociale portata da Avsi nei Paesi in
via di sviluppo a una analisi solo numerica. Ma quella
mano tesa che apre il fascicolo e quelle foto sorridenti
che lo corredano accrescono di molto il valore del
documento. E, almeno in questo caso, non solo della
parte contabile.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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