Convincere i mercati? Servono solo i fatti
di Giampaolo Galli
Il Sole 24 Ore
Martedì 2 agosto 2011
E' inutile girarci intorno. L'Italia sta correndo rischi che non hanno precedenti
nella storia del dopoguerra. Si è spesso fatto il confronto con il 1992 e si è
giustamente ricordato lo spirito di coesione che alla fine prevalse nella
politica e nelle forze sociali nel biennio 92-93.
Purtroppo oggi la situazione è potenzialmente assai più grave, perché non
abbiamo più la possibilità di ricorrere alla via d'uscita della svalutazione
della moneta o alla monetizzazione del debito. L'accordo raggiunto il 21 luglio
a Bruxelles è stato positivo perché ha dimostrato la volontà dell'Europa, a
cominciare dalla Germania, di evitare una catastrofe nei Paesi più a rischio. Ma
ha anche messo paletti chiari sull'entità degli interventi che possono essere
messi in campo a favore di altri Stati membri.
Il messaggio, che i mercati hanno recepito chiaramente, è che Italia e Spagna
devono cavarsela da sé.
L'Italia uno sforzo notevole l'ha fatto, approvando in pochi giorni la manovra
di bilancio in un clima di ritrovata coesione nazionale, sotto gli auspici del
presidente Giorgio Napolitano. Ma i differenziali di rendimento fra i titoli
italiani e quelli tedeschi ci dicono, con tutta evidenza, che purtroppo quella
manovra non è bastata.
Continuiamo dunque a ballare sul ponte del Titanic. E non possiamo affidarci
allo stellone. Può darsi che le correnti portino l'iceberg fuori dalla nostra
rotta. Ma al momento l'iceberg è a vista e occorre rapidamente cambiare rotta.
È stato osservato che la presa di posizione delle parti sociali dei giorni
scorsi non ha precedenti. Forse è vero, ma è la situazione italiana che non ha
precedenti. Le parti non vogliono e non debbono sostituirsi alla politica. Hanno
però l'obbligo di verificare che vi sia piena consapevolezza della situazione. I
mercati chiaramente ne dubitano. Fatto lo sforzo della manovra, la politica è
tornata a occuparsi d'altro, di ministeri a Monza, di processo lungo eccetera. E
autorevoli esponenti della maggioranza hanno continuato a ripetere che la colpa
è di qualcun altro, dell'Europa, degli Stati Uniti, della speculazione e delle
agenzie di rating.
Ciò può anche essere in parte vero, ma è come dire che la colpa è dell'iceberg.
Le parti sociali, in qualità di passeggeri della nave, hanno anche il diritto di
accertarsi che nella cabina di comando ci siano il clima giusto, la volontà e
l'energia per guidarci in una fase così difficile. Se ci sono queste condizioni,
le parti sociali possono aiutare a creare quel senso di urgenza e quel clima di
coesione che sono assolutamente necessari. Ma è ovvio che le decisioni spettano
alla politica.
Non sfugge che la credibilità della politica è la variabile cruciale su cui si
gioca oggi la nostra salvezza. La stessa manovra che è stata approvata pochi
giorni fa è corposa se la politica è credibile e le misure sono in larga parte
condivise. Ma è quasi nulla se mancano queste condizioni. Ciò perché quasi tutto
l'onere dell'aggiustamento è rinviato al 2013 e soprattutto al 2014, cioè alla
prossima legislatura. Si tratta di una scelta giustificabile in tempi normali,
perché evita il rischio di un effetto deflattivo troppo forte concentrato in un
tempo breve. Ma in questa circostanza, con un'elezione di mezzo, il timore è che
i tagli siano scritti sulla carta e che ci sia tutto il tempo per cambiare
rotta, specie in prossimità della campagna elettorale. Le misure a effetto
immediato sono pochissime e quelle poche - ad esempio i ticket sanitari - stanno
già sollevando reazioni negative fra i più autorevoli esponenti della
maggioranza.
Non ha aiutato a recuperare credibilità il fatto che il grosso
dell'aggiustamento è affidato ad aumenti della pressione fiscale, a dispetto
degli impegni che erano stati solennemente assunti con l'Europa nel Documento di
Economia e Finanza, secondo cui l'aggiustamento doveva avvenire interamente
attraverso riduzioni di spese. A peggiorare la situazione arrivano le
dichiarazioni di ministri di primo piano secondo cui la manovra non aumenta le
tasse. Il fatto è che la scelta di aumentare le tasse è stata fatta. Essa va
difesa di fronte ai cittadini, chiamandoli a uno sforzo di solidarietà per il
bene comune. Sarebbe devastante se si ricominciasse con la stanca litania
elettorale del "non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani". Non vi è
alcun merito nel non aumentare le tasse. Il merito, semmai, è nel ridurre le
spese, in modo da creare le condizioni per ridurre le tasse, e questo, sino a
oggi, non lo ha fatto nessuno.
Gli incontri dei prossimi giorni con il Governo e con l'opposizione saranno
utili se metteranno a punto misure per la crescita economica, quali quelle su
cui questo giornale, meritoriamente, ha prodotto giorno dopo giorno un catalogo
davvero ponderoso. Ci auguriamo che non ci sia più nessuno che neghi che
l'Italia ha un problema strutturale di bassa crescita o che dica che il "Pil non
lo fanno i Governi, ma i Tar, le imprese ecc.", un concetto che è mezzo vero, ma
che soprattutto è mezzo falso.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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