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Deutsche Bank, fondi nella bufera
di Andrea Tarquini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 14 aprile 2003

Gli scandali sui mercati internazionali non finiscono mai. La serie nera continua, e a ogni nuovo episodio se ne va in cenere un altro pezzo della già debole fiducia degli investitori, proprio mentre già così magre appaiono le prospettive d'una ripresa nel Vecchio continente. L'ultimo affaire è esploso in Germania, ed è stato denunciato da un lungo servizio di investigative reporting del settimanale "Der Spiegel". Ha per protagonista la Dws, cioè la più grossa società tedesca di gestione di fondi d'investimento, collegata a Deutsche Bank. Il caso è particolarmente imbarazzante per il grande istituto di credito. Tanto più che epicentro dello scandalo è la filiale lussemburghese di Dws. E che per anni l'attuale numero uno di Deutsche, Josef Ackermann, aveva guidato il consiglio di sorveglianza di Deutsche Bank Luxemburg S.A.
Davvero è possibile che Ackermann in quegli anni non si sia accorto di nulla?, si chiede "Der Spiegel". Il caso - venuto alla luce per la denuncia anonima ai revisori di un manager disgustato - minaccia di gettare nuove ombre sull'istituto, sulla cui immagine già pesano la cattiva situazione generale degli affari e le liquidazioni d'oro concesse alle alte sfere di Mannesmann all'epoca del suo assorbimento da parte di Vodafone.
Il protagonista dello scandalo, narra ancora il settimanale di Amburgo, è Udo Behrenwaldt, che fino alla fine dell'anno scorso era stato numero uno di Dws. L'accusa, che il settimanale muove citando i risultati di un'inchiesta interna dei revisori dell'istituto, è grave. Dws avrebbe influenzato per anni i corsi dei fondi, a suo vantaggio e a tutto detrimento della clientela. Con trucchi e operazioni cosmetiche d'ogni sorta i dirigenti di Dws avrebbero corretto il corso dei fondi rispetto al loro corso reale di mercato. Ottenendo spesso il risultato di poterli vendere alla clientela a un prezzo maggiore rispetto al loro valore reale, e di riacquistarli a costi inferiori.
«Abbiamo sempre avuto successo perché abbiamo sempre seguito con attenzione gli sviluppi sul mercato dei pronti contro termine e sul mercato dei capitali», aveva dichiarato Behrenwaldt in un'intervista alla "Frankfurter Allgemeine". Adesso la musica è cambiata: ogni citazione di qualsiasi colloquio di responsabili di Dws con i giornalisti deve essere prima verificata e autorizzata. I trucchi cui Dws faceva ricorso erano di ogni sorta, narra "Der Spiegel".
Ad esempio, nei fondi venivano inseriti senza dichiararlo titoli sul mercato per aumentarne le chances di vendita. Il luogo dello scandalo è appunto la filiale lussemburghese di Dws. La più importante, visto il vantaggioso regime fiscale e, dice il settimanale, i laschi controlli delle autorità di sorveglianza nel Granducato. Ad esempio, la Dws Lussemburgo aveva investito il 30 per cento dei soldi della clientela in paradisi fiscali offshore come le isole Cayman, piazzandoli sotto la giurisdizione di aziende immaginarie dai nomi fantasiosi, come Earls Four Series 653. E bonds di Allianz. Tali fondi così 'rimescolati' ricevevano in Lussemburgo anche un'autorizzazione a essere quotati in Borsa. I tassi fissi a lungo termine venivano scambiati con quelli a breve termine e a interessi variabili di un'altra banca. E i titoli venivano 'parcheggiati' in fondi del mercato dei capitali con tasso a 19 anni. La società incassava tassi maggiori, ai clienti veniva calcolata la rendita minima della composizione originaria, senza informarli della mutata composizione reale del fondo.
Un altro espediente consisteva nel calcolare il prezzo e quindi il valore dei fondi in base al loro presumibile valore di Borsa, mentre in realtà i fondi stessi non venivano mai messi sul mercato. Le differenze di valore erano di almeno l'un per cento, «in alcuni casi significativamente di più», scrive "Der Spiegel". Inoltre il buyback di un bond di Morgan Grenfell, che era stato rivalutato artificialmente di diversi punti percentuali con i sistemi sopra descritti, era stato completamente iscritto ad ammortamento.
Con questi espedienti, i manager di Dws riuscivano a offrire alla clientela una falsa immagine del valore dei prodotti offerti. Specie nei momenti più turbolenti del mercato, manovravano il valore dei fondi proposti agli investitori in modo da stabilizzarlo artificialmente e renderlo quindi più attraente. In tal modo riuscivano anche ad alzarne il rating. E così rastrellavano sul mercato gli investimenti dei clienti grandi e piccoli. A chi invece cedeva i fondi, veniva offerta la valutazione minima del loro valore, sulla base dei minimi dell'oscillazione reale del mercato o dei conteggi artefatti elaborati da Dws stessa. Grazie a un programma di computer sviluppato appositamente per condurre in porto questi affari.
Adesso l'inchiesta interna incontra la maggiore difficoltà proprio nel ricostruire il funzionamento di questo programma e le distorsioni di valore che esso induceva: il programma, per sicurezza, veniva cancellato e di nuovo immesso nell'input del computer di Dws ogni giorno. Troppi sono ora i dati mancanti dalla memoria nei dischetti. Anche nel caso di compravendita di titoli, non veniva mai registrato con precisione il loro prezzo reale. Quindi l'acquirente pagava troppo per il fondo, o chi voleva disfarsene incassava troppo poco, a seconda delle rivalutazioni o svalutazioni indotte da Dws sul fondo stesso.
Secondo i primi rapporti dell'inchiesta interna, di cui il settimanale di Amburgo è venuto in possesso, le verifiche ora sono difficili, visto che mancano, guarda caso, molti documenti. Ma laddove tutto era stato registrato la valutazione del fondo «non era stata effettuata in modo corretto». E «anche in caso di valutazione dei fondi legate al corso di mercato, sarebbero stati necessari adattamenti ai corsi quotidiani e allo spreading». I revisori cercano qua e là di minimizzare, forse perché l'imbarazzo a Francoforte è troppo pesante: parlano di oscillazioni artificiali «di non oltre lo 0,25 per cento». Non a caso, è il limite tollerato da norme e leggi in Lussemburgo, ma non in Germania. Secondo operatori citati da "Der Spiegel" a condizione di restare anonimi, «in realtà in tempi di grandi turbolenze le variazioni rispetto ai valori reali erano molto maggiori». Adesso è Deutsche a temere nuove, grandi turbolenze a suo danno.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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