Donne e lavoro, una via rosa per far uscire il paese dalla crisi
di Luisa Grion
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 18 luglio 2011
Se loro lavorassero, nelle famiglie ci sarebbero più soldi e più figli. Se invece
di dedicarsi solo alla casa le donne tirassero fuori dal cassetto diplomi e
lauree, l'Italia potrebbe farcela prima e meglio. Non è più solo una questione di
pari opportunità e non lo dicono solo le femministe. E'questione di ripresa
economica e lo dice Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia e futuro
presidente della Bce. Le sue parole («la scarsa partecipazione del femminile al
mercato del lavoro è un fattore cruciale di debolezza del sistema» ha denunciato
nelle ultime Considerazioni) puntano il dito su un problema che l'Italia ha da
sempre, ma che non ha mai preso sul serio.ui le donne che lavorano sono una
minoranza: nel primo trimestre 2011 i dati Istat segnalano una occupazione
femminile ferma al 46,4 per cento, in Europa peggio di noi fa solo Malta. Il
Nord, con il suo 56,8 per cento, è vicino alla media Ue; il Sud con un risicato
30,3 ci porta indietro nel tempo, quando si pensava che è meglio che la donna
stia a casa. Non trovano lavoro le signore e meno ancora le loro giovani figlie,
visto che i picchi delle disoccupazione femminile si trovano nella fascia fra i
15 e 24 anni: il tasso medio è del 32,5 per cento, ma nel Mezzogiorno si tocca la
vetta del 46,1. Quasi la metà delle giovani donne del Sud non ha nemmeno un euro
di reddito proprio. E quando poi trovano lavoro, le retribuzioni (lo ha ricordato
Draghi stesso) a parità di istruzione ed esperienza sono del 10 per cento più
basse di quelle dei colleghi maschi. Quanto alle carriere, per sbloccarle si è
dovuto ricorrere ad una legge: a fine giugno, per favorire la crescita femminile
è stato varato un testo che obbliga le società quotate in Borsa ad aumentare la
presenza delle donne nei cda e negli organismi di controllo (le cosiddette «quote
rosa»). Con queste tendenze e mancanze l'Italia si misura da sempre, anche se la
crisi ha bloccato quella che comunque sembrava una lenta ripresa (fra il 1993 e
il 2007 l'occupazione femminile era aumentata di dieci punti). La novità è che
non possiamo più permetterci di sprecare tanta potenzialità. «Il fattore D» come
recita il titolo di un libro di Maurizio Ferrara (Mondadori 2008) è decisivo
nella crescita perché garantisce più ricchezza alle famiglie «e dà un forte
impulso allo sviluppo di una moderna economia di servizi». Il lavoro delle donne,
insomma, genera altro lavoro, e aumenta le possibilità di mantenere più figli.
Ecco perché l'Italia, paese delle mamme a casa, ha una demografia a crescita
zero, mentre in Francia gli incentivi fiscali a vantaggio delle famiglia e del
lavoro femminile hanno fatto esplodere le nascite. E'ormai universalmente
riconosciuto che proprio questo è lo snodo centrale: i servizi sociali sono
scarsi e le femmine che lavorino o meno fuori casa tappano i buchi. «Il vero
guaio è che il welfare all'italiana si chiama donna commenta Emma Bonino, leader
radicale e vicepresidente al Senato se le percentuali del lavoro femminile sono
patetiche è perché alle donne, in fondo, ancor oggi si chiede altro: che
assistano vecchi, bambini e disabili, per esempio». Quindi «la strada per
liberare le risorse delle donne passa attraverso i sostegni alla conciliazione
fra la vita lavorativa e familiare. E su questo tema non ci siamo per niente».
Spariscono, infatti, anche i soldi già stanziati: è il caso del «tesoretto» da 4
miliardi di euro nato dai risparmi generati dall'innalzamento dell'età
pensionabile delle donne del settore statale. La Bonino, grazie anche
all'appoggio di esponenti della maggioranza, aveva ottenuto che tale cifra fosse
investita in politiche sociali e familiari. «Ma l'ottica del bilancio si è
rimangiata tutto: quelle somme sono state utilizzate per tappare il buco nei
conti dello Stato. Nobile causa, certo, ma ci hanno scippato la possibilità di
avviare una riforma strutturale e un patto generazionale: madri che lavorano più
a lungo pur di garantire gli asili nido ai nipotini». Ma non solo, spiega la
Bonino: con il maxiemendamento voluto dal governo la scorsa settimana per
blindare la manovra di risanamento si è fatto anche peggio. «Se la riforma del
fisco non produrrà effetti saranno tagliati prima del 5 e poi del 20 per cento
tutte le agevolazioni. Da quelle per gli asili nido a quelle a vantaggio
dell'assistenza familiare: invece di investire sulla crescita si toglie quel poco
che c'è». Stessa linea per Valeria Fedeli, leader dei tessili della Cgil. «Si
pensa ancora che il welfare sia assistenza: non è vero è infrastruttura. Per
incentivare l'occupazione femminile servono aiuti alle imprese che assumono le
donne e che le riportano al lavoro dopo la gravidanza, ma è obbligatorio passare
attraverso gli investimenti sui servizi sociali». La crisi, racconta, «ha invece
prodotto una pericolosa regressione»: quando «si discute di riorganizzazioni
aziendali si dà ancora per scontato che le donne preferiscano lasciare perché
tanto hanno altro da fare». Il caso della MaVbdi Inzago, nel milanese, è
emblematico: la Fiom ha denunciato che, al momento della ristrutturazione,
l'azienda (che produce motori elettrici per condizionamento) aveva pensato di
licenziare solo le donne perché tanto «possono andare a casa a curare i bambini».
I vertici dell'impresa si sono difesi negando, ma la questione spiega la Fedeli
«non ha prodotto quella reazione di massa che ci saremmo aspettati». Anche
secondo l'Istat siamo a rischio regresso: lo si vede anche dal numero delle donne
costrette a lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio e dal ritorno del
fenomeno delle dimissioni firmate in bianco al momento dell'assunzione. Fra il
2008 e il 2009 ottocentomila madri hanno ammesso che, nel corso della loro vita
lavorativa, sono state licenziate o messe nelle condizioni di doverlo fare in
seguito ad una gravidanza. Il monito di Draghi arriva al momento giusto: serve
una svolta. Sul come arrivarci Alessandra Servidori, Consigliera nazionale di
Parità che opera in raccordo con il ministero della Carfagna e quello di Sacconi,
ha un approccio pragmatico: «E'inutile sperare in risorse dalla manovra dice i
soldi non ci sono, bisogna sfruttare al meglio quello che c'è». Si spiega:
«Cominciamo con il precisare che negli anni della crisi il lavoro femminile non è
aumentato, ma ha tenuto. Anzi, per quanto riguarda l'imprenditoria i dati
Unioncamere ci dicono che nell'ultimo anno le aziende guidate da donne sono
aumentate dell'1 per cento». Ora, assicura, l'unica possibilità è ripartire dagli
strumenti che abbiamo in mano: «Le regioni, per esempio, possono investire quote
del Fondo sociale europeo in attività di sostegno al reddito familiare, ci sono
anche i fondi Inps e Inail. Le parti sociali possono utilizzare il salario di
produttività per incentivare conciliazione e flessibilità. Non è teoria, è
pratica: abbiamo appena avviato un Osservatorio sugli accodi territoriali che
seguono questa strada, i casi sono tanti ed è ora di farli conoscere. Si va dai
contratti della Ferrero a quelli della Lega delle Cooperative. E poi non
dimentichiamo che il Collegato lavoro ha ridato la possibilità di utilizzare,
solo per le donne, i contratti di inserimento e le sue facilitazioni fiscali». In
realtà sempre in tema di incentivi fiscali c'è chi pensa ad una via più drastica.
Tito Boeri e Francesco Figari, economisti de
Lavoce.info
propongono di abolire la detrazione fiscale per coniuge e altri familiari a
carico, figli esclusi, e di introdurre invece un credito d'imposta per le
retribuzioni più basse: l'obiettivo è di sostenere il reddito delle famiglie
incentivando la partecipazione al lavoro, delle donne in particolare. Ridurrebbe
la povertà, soprattutto fra le madri sole.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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