Donne in carriera quant'è difficile la vita nella City
di Enrico Franceschini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 21 giugno 2004
Hanno in comune un numero: il sette. Sette anni di carcere, nel
caso di Joyti De Laurey, 35 anni, ex-segretaria della Goldman Sachs; sette
milioni di sterline, nel caso di Stephanie Villalba, 42 anni, examministratrice
di fondi d'investimento della Merrill Lynch. La prima ha cominciato qualche
giorno fa a scontare una condanna a sette anni di prigione per appropriazione
indebita di quattro milioni e mezzo di sterline, quasi sei milioni di euro,
sottratti dai conti dei banchieri per cui lavorava senza che nessuno se ne
accorgesse. La seconda ha citato in tribunale i suoi ex-datori di lavoro per
"maschilismo" e "discriminazione sessuale" chiedendo un risarcimento di sette
milioni di sterline, circa dieci milioni di euro. Due donne, due grandi banche,
due processi, due montagne di soldi e sullo sfondo un unico, vero protagonista:
la City di Londra, la cittadella finanziaria più importante d'Europa o del
mondo.
Prima donna, prima banca, prima storia. Joyti De Laurey è di origine
indiana, pesa intorno al quintale, viene dalla classe media e da buone scuole
private, sposa un uomo d'affari, dopo alcuni affari sbagliati risponde a
un'offerta di lavoro della Goldman Sachs. L'assumono come "personal assistant",
in gergo "PA": segretaria personale di un pezzo grosso. La Goldman è una banca
mitica. Un luogo dove si lavora 18 ore al giorno ma si guadagnano somme
favolose. Soprannome: "Goldmine", gioco di parole di facile comprensione,
"Miniera d'oro". Fra tanti cercatori, anche lei, sveglia, ambiziosa,
intelligente, si è messa silenziosamente a scavare. Il suo primo capo è una
donna, Jennifer Moses, laurea negli Usa, caratterino nervoso, vita sempre di
corsa. La segretaria deve mettergliela in ordine: occuparsi del restauro della
nuova casa londinese di Jennifer, trovare gli ingredienti giusti per i
dinner-parties di Jennifer, pagare le bollette di Jennifer, lasciar sfogare
Jennifer che chiama da Hong Kong perché l'aria condizionata del suo albergo a
cinque stelle non funziona, rispondere alle telefonate di Jennifer 24 ore su 24.
Ma non c'è solo Jennifer: c'è anche il marito di Jennifer, Ron Beller, pure lui
banchiere alla Goldman Sachs, pure lui esigente e frenetico. La segretaria
organizza un "surprise party", una festa di compleanno a sorpresa, voluta da Ron
per la moglie Jennifer: un week-end a Roma, quaranta coppie invitate. Va tutto
alla perfezione, i suoi due boss la premiano con un assegno da 5 mila sterline
(7 mila euro) e un gioiello. "Non devi mai più avere preoccupazioni di denaro,
quello che è mio è tuo", le avrebbe detto a quel punto Jennifer, secondo la
testimonianza di Joyti al processo.
Probabile che fosse un modo di dire, ma
la "personal assistant" lo prende alla lettera. Comincia a falsificare la firma
di Jennifer e Ron, e a prendere soldi dai loro conti ogni volta che ne sente il
bisogno. L'avevano autorizzata a falsificare la firma? Sì, sostiene lei. No,
assicurano loro. Come che sia, il processo rivela che è una praticas diffusa:
anche altri banchieri, troppo presi da vite allo sprint, chiedono alle
segretarie di firmare per loro assegni e documenti. Non tutte le segretarie,
naturalmente, ne approfittano. Joyti comincia con piccole cifre, poche migliaia
di sterline per volta, poi decine di migliaia, quindi centinaia. Nel frattempo
la Goldman le affida part-time un terzo boss, Scott Mead, un "top banker" con un
capitale di decine di milioni di sterline, case a Londra, New York, in Costa
Azzurra. Sarà perché ha troppi soldi che non si accorge subito degli ammanchi di
un pugno di milioni dai suoi conti? Oppure non li denuncia (questa è la versione
di lei) perché Joyti è la sua complice nel nascondere alla moglie la presenza di
un'amante segreta e i soldi sono il prezzo del suo silenzio? Come che sia, un
giorno Mead s'insospettisce, parla con i colleghi Jennifer e Ron, e scatta
l'inchiesta. Quando la segretaria viene arrestata, ha già speso una metà dei 4
milioni e mezzo di sterline sottratti: una villa a Cipro, uno yacht, una Aston
Martin, gioielli, abiti firmati, vacanze. Al processo, s'è scoperto che aveva
l'imbroglio nel sangue: ha rubato 16 mila sterline anche alla madre, finchè è
stata in libertà vigilata. In prigione perderà il vizio?
Seconda donna, seconda storia. Stephanie Villalba viene da una famiglia di
banchieri, è laureata ad Harvard, è sposata con un'italiano, ha passaporto
spagnolo e americano, parla cinque lingue, ha tre figli e una casa da quattro
milioni di sterline (cinque milioni e mezzo di euro) a Kensington, quartiere
chic di Londra. Alla Merrill Lynch è una stella in ascesa, in poco tempo arriva a
guadagnare un milione di sterline l'anno, sembra in procinto di entrare tra i
senior partners che dirigono il settore più stressante e proficuo, l'investment
banking. Ma a questo punto la sua carriera s'inceppa. Un nuovo capo non lega con
lei, le mette i bastoni fra le ruote, la critica in continuazione. Lei reagisce,
contrattacca, protesta. Risultato: nel maggio del 2003 la licenziano per scarso
rendimento. "La verità è che non avrei potuto più avanzare all'interno della
banca", dice oggi. "Al vertice ci sono solo uomini, che stringono legami fra di
loro in serate al night-club e week-end sui campi da golf. Una volta un socio
anziano mi ha confidato che non avrei potuto essere ulteriormente promossa
perché gli uomini erano a disagio a prendere ordini da una donna. Un'altra
volta, in un viaggio di lavoro su un aereo privato, mi hanno chiesto di servire
da bere a un collega. L'atmosfera era quella. Se ti lamenti, dicono che sei
arrivista e nevrastenica. Se fai strada, dicono che è perchè vai a letto con
qualche capo".
La Merrill Lynch nega, sostenendo che Stephanie Villalba era
in crisi e adesso cerca di scaricare le sue frustrazioni personali sulla banca.
L'avvocato di Villalba, tuttavia, ha raccolto un dossier da cui risulta che un
migliaio di cause simili sono state presentate contro la Merrill nell'ultimo
decennio da dipendenti donne che si sentivano "sessualmente discriminate".
Finora, scrive il Financial Times, la banca ha pagato complessivamente 100
milioni di dollari (circa 85 milioni di euro) in indennizzi. Il caso di
Stephanie Villalba è più eclatante per due ragioni: è la dipendente donna di più
alto livello ad avere sfidato la banca, e il risarcimento da lei richiesto,
sette milioni di sterline, è il più alto mai discusso per questo genere di
cause. Ma a un livello leggermente inferiore la City brulica di storie analoghe.
Per esempio. Kay Swinburne, 32 anni, licenziatasi dalla filiale londinese della
Deutsche Bank, dove guadagnava 300 mila sterline l'anno, quando i superiori
l'hanno accusata di "andare a letto con i clienti", ha ottenuto in giudizio un
risarcimento di un milione di sterline. Al processo ha raccontato che il suo
boss chiamava le dipendenti donne con riferimenti sessuali e che era la norma
organizzare party con "escort girls", prostitute d'alto bordo. Isabelle
Terrillon, 35 anni, figlia di un diplomatico, ha fatto causa alla Nomura
International, dove guadagnava 60 mila sterline l'anno: ha testimoniato che i
suoi capi facevano costantemente commenti sulle sue "belle gambe", la esortavano
a indossare gonne sempre più corte e una volta le hanno chiesto di spogliarsi
per fare un massaggio a un cliente. Scherzavano? Il giudice ha condannato la
banca a pagarle 70 mila sterline di indennizzo.
La City è cambiata. Il "miglio quadrato" in cui avevano sede le ricchezze
finanziarie dell'Inghilterra si è allargato trasferendo buona parte delle sue
istituzioni nei nuovi, scintillanti grattacieli affacciati al Tamigi, a Canary
Wharf. Le donne, un tempo tagliate fuori, sono entrate nella cittadella della
finanza e hanno cominciato a scalarla. Ma certe cose sono rimaste com'erano: la
frenesia, l'arroganza, il senso di onnipotenza, l'aspettativa di essere coccolati
e vezzeggiati sempre di più mano a mano che si sale al vertice. La
segretaria-ladra si sentiva sfruttata ben oltre le mansioni previste dal
contratto. Le donne in carriera si sentivano abusate e discriminate sessualmente.
Ognuno tragga la morale che vuole.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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