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Rassegna stampa - Documento |
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Due ricette per salvare l'industria
di Riccardo Varaldo
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 16 gennaio 2012
Per far crescere l'economia italiana occorrono imprese che investono e creano posti
di lavoro, ma il rischio è che sia difficile innestare un circolo virtuoso tra crescita
dell'economia e crescita delle imprese. In un Paese dove la domanda langue, le imprese
più dinamiche sono spinte a investire all'estero, creando piattaforme produttive per
servire nuove aree di mercato. Hanno capito che la crescita occorre andarsela a conquistare
nei Paesi emergenti, la cui attrattività è aumentata con il passaggio da un modello di
sviluppo exportled ad uno dove contano le potenzialità del mercato interno. Le imprese
più innovative che hanno capito per tempo le nuove direttrici dell'economia globale, oggi
sono in grado di sfruttare la crescita dei nuovi mercati, con ricadute sulla loro capacità
di fare investimenti anche in Italia. Per la Piaggio, un esempio emblematico di impresa
anticipatrice, la bontà dei risultati si misura ormai con la crescita realizzata in Cina,
India, Vietnam, che serve a compensare la stagnazione del mercato europeo. Sono imprese,
quelle come Piaggio, che mentre si espandono all'estero mantengono salde le basi produttive
nazionali per servire il mercato europeo e perché sono consapevoli che gli stabilimenti
all'estero devono giovarsi di tecnologie e soluzioni già applicate con successo in Italia.
La messa in atto di riforme utili a far crescere il numero e la forza competitiva di questa
tipologia di imprese multilocalizzate è un terreno su cui il governo Monti è chiamato a
esprime una propria capacità di iniziativa. Nel mondo globalizzato l'Italia non può rischiare
di essere relegata in ruoli subalterni con una dispersione del know-how accumulato. Questo
può accadere se l'industria italiana: non viene sostenuta nel dar vita a processi di
ristrutturazione e crescita internazionale e rischia di cadere in mani straniere nei suoi
pezzi migliori; si limita a svolgere un ruolo di subfornitore di manifattura di eccellenza;
o si trova costretta a trasferire knowhow e tecnologie ai nuovi Paesi emergenti, per poter
entrare sui loro mercati, con il rischio di far nascere futuri concorrenti se non riesce a
mantenere salda la leadership tecnologica, con adeguati investimenti in ricerca, innovazione e
risorse umane. Si tratta di nodi che si possono affrontare solo con interventi mirati e
sistematici di politica industriale e della ricerca e innovazione. Deve essere chiaro ai
nostri policy makers che le imprese, se lasciate sole, non sono in grado di esprimere una
vitalità competitiva all'altezza delle esigenze in una fase in cui il loro contributo alla
crescita si presenta più determinante di prima. C'è bisogno di interventi organici che guardino
al cuore dei problemi del rafforzamento e dell'innovazione delle nostre eccellenze, nel contesto
internazionale. Gli obiettivi di fondo da perseguire sono essenzialmente due. E' da sostenere
la competitività del sistema Paese e del business environment per consentire alle imprese di
recuperare produttività nei loro insediamenti in Italia; occorre supportare processi di
aggregazione tra imprese per metterle in grado di cogliere le nuove opportunità della
globalizzazione. La prima esigenza di migliorare la produttività generale con un forte aumento
dell'efficienza della pubblica amministrazione, delle infrastrutture, dei servizi, della
formazione e della ricerca. Guardare alle infrastrutture materiali e immateriali come leva della
competitività è il nuovo approccio adottato dal governo Monti con il riassetto ministeriale che
ha visto l'aggregazione delle competenze utili a stabilire questo ponte. In questo quadro è un
passaggio chiave la messa in sinergia delle infrastrutture pubbliche della ricerca e della
formazione. La seconda linea di policy riguarda il rafforzamento organizzativo, tecnologico e
patrimoniale delle imprese più promettenti con iniziative di respiro, tenendo conto che l'incapacità
di creare poli di imprese in settori ad elevato tasso di innovazione e crescita è uno dei più
gravi handicap di cui oggi soffre l'economia italiana. Le imprese italiane procedono in ordine
sparso non sapendo esprimere capacità di aggregazione, così come accade invece in paesi più avanzati,
dove ci sono strumenti di politica industriale a questo scopo. Per soddisfare queste esigenze
può assumere un ruolo importante il Fondo italiano di investimento (FII). La pressante responsabilità
dei policy makers è adottare le politiche necessarie per reggere un confronto competitivo sull'intera
catena del valore, dalla ricerca alla fabbrica, alla logistica e al mercato. Se non si riesce a
seguire il progresso globale con il nucleo delle imprese di punta, l'Italia rischia di disperdere
il suo potenziale manifatturiero penalizzando la crescita. E' un rischio assolutamente da evitare.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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