E il manager ora calcola tutti i rischi
di Laura Squizzato
Corriere Economia - Corriere della Sera
Lunedì 6 febbraio 2006
Uno stratega del rischio, che analizza i pericoli che incombono su
un'azienda cercando di evitarli e, nel caso si verifichino, minimizzando
le perdite e gli impatti negativi sul bilancio. La professione del risk
manager, nata nei Paesi anglosassoni, si articola su diversi profili: si
va dallo specialista in risk engineering, esperto in problemi industriali,
al financial risk manager, più orientato agli aspetti finanziari,
all'enterprise risk management, incaricato della gestione globale dei
rischi aziendali, fino all'hospital risk manager, che si occupa in
particolare delle strutture sanitarie e degli ospedali.
Ancora non esiste un percorso di formazione ad hoc, per chi vuole intraprendere la
professione, dopo la laurea (che generalmente è in economia, ingegneria o
statistica). Nonostante la valutazione dei rischi aziendali sia diventata
un imperativo con Basilea 2, l'accordo che regolamenta la gestione del
credito bancario e che a breve obbligherà le banche a concedere credito e
finanziamenti solo alle imprese a basso rischio (e per accedere al credito
e pagare meno il denaro, le aziende dovranno dimostrare di essere in grado
di prevedere e gestire tutti i rischi legati al proprio business), il risk
manager viene utilizzato nel nostro Paese solo all'interno delle grandi
aziende, mentre i quasi tre milioni e mezzo di piccole e medie imprese
(3.466.451 secondo il rapporto 2004-2005 Unicredit sulle Pmi), per lo più
non possono permettersi il costo di personale dedicato e al massimo si
affidano a società di risk management esterne o a software presenti sul
mercato.
«Ma spesso il linguaggio utilizzato è complicato e poco
comprensibile da parte di un piccolo imprenditore abituato alla gestione
familiare e che non sa leggere da solo i risultati ottenuti» afferma
Domenico Giannini, presidente della Global Business System Spa, che ha
creato un modello di risk management informatizzato che permette di
analizzare l'azienda in maniera completa, tenendo conto non solo dei
bilanci (il rating numerico) ma anche di tutto quello che circonda
l'azienda, per farne anche una valutazione qualitativa.
«Il bilancio, vissuto in Italia come adempimento fiscale, al massimo verifica se
un'azienda è sana dal punto di vista di reddito e fatturato, ma non mostra
se è carente, per esempio, dal punto di vista strategico, manageriale, del
prodotto, della ricerca e dello sviluppo, dell'innovazione tecnologica -
dice ancora Giannini -. Ma quello che più conta - aggiunge - è che il
documento di certificazione del rischio viene elaborato e letto dagli
esperti e spiegato in modo semplice all'imprenditore».
La struttura classica prevede analisti che elaborano i dati aziendali e il risk manager
che fa da collegamento tra analisti e azienda, illustrando
all'imprenditore i punti salienti, anche attraverso simulazioni in tempo
reale dei provvedimenti da adottare e professionisti esperti di vari
settori che in base alle esigenze e alle criticità emerse provvedono a
svolgere incarichi mirati.
«Basilea 2 è un traguardo importante a cui arrivare preparati - conclude Giannini -
ma una verifica una tantum non basta: quello che noi offriamo a nostri
abbonati è un controllo costante, ogni tre mesi. Purtroppo il rischio
non si può eliminare e l'azienda è come il corpo umano: prevenuta o superata
l'influenza quest'anno, non è detto che non si rischi l'anno prossimo».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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