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Ecco i costi dei crack di Borsa
di Riccardo Sabbatini
Il Sole 24 Ore
Venerdì 29 ottobre 2004

L'effetto Parmalat continua a pesare nella finanza delle aziende italiane, soprattutto quelle di medie dimensioni. Drastico calo nell'emissione di obbligazioni societarie (corporate bond), difficoltà a collocare strumenti convertibili e prestiti subordinati, allungamento nei tempi di concessione dei prestiti bancari, crescente pressione delle autorità di vigilanza (Banca d'Italia e Consob), non sempre associata all'efficacia degli interventi: i responsabili finanziari (chief financial officer, Cfo) delle principali società italiane, interpellati in una ricerca del Crea-Bocconi, descrivono così le principali conseguenze che il dissesto della Parmalat sta avendo sul loro contesto operativo. E che continuerà ad avere per un certo tempo. Due terzi dei 102 Cfo delle principali società industriali e commerciali italiane (quotate e non quotate) partecipanti ad un questionario ritengono che sarà necessario attendere almeno la fine del 2005 perché le conseguenze degli scandali possano essere riassorbite.
Il blocco nel mercato dei corporate bond era stato l'effetto più immediato e percepibile della crisi di fiducia innescata caso Parmalat assieme (in alcuni casi) ad un impatto negativo sui multipli di Borsa ed all'aumento degli spread ricavabile dai prezzi delle emissioni italiane. Anche per quelle di maggiore dimensione ed affidabilità che avrebbero dovuto trarre vantaggio dalla "corsa verso la qualità" degli investitori (vedi tabella; ndr: omissis). A quasi un anno dallo scandalo, il lavoro di ricerca svolta dal Crea Bocconi, coordinato dal prof.Carlo Maria Pinardi (e che sarà disponibile oggi sul sito www.lavoce.info), consente ora di disegnare un quadro più preciso di come è cambiata la finanza d'impresa attraverso la testimonianza dei suoi protagonisti. Il campione rappresentato nei questionari comprende tutte le blue chips italiane ed una folta rappresentanza delle società che sono nelle loro immediate vicinanze. Nel complesso sono aziende che nel 2003 hanno realizzato un valore aggiunto di 95 miliardi di euro (8,2 provenienti da imprese non quotate). Ed ecco le loro risposte.
Un impatto rilevante. Il 49% dei Cfo - una percentuale che sale al 64% per le società a bassa capitalizzazione quotate - giudicano "rilevanti" o "assai rilevanti" per la propria azienda gli effetti dello scandalo Parmalat. E quando si riferiscono alle conseguenze sull'intero sistema, la percentuale diventa quasi plebiscitaria (94 per cento). «È un dato - fa presente Pinardi - da cui si evince che le aziende maggiori hanno l'impressione di soffrire meno delle piccole e medie imprese l'impatto dei default». Quali strumenti ne hanno maggiormente risentito? Oltre ai corporate bond sono stati i collocamenti privati (private placements) negli Usa, le emissioni convertibili e le passività subordinate mentre sul fronte opposto, le cartolarizzazioni non hanno avuto particolari scossoni. Solo il 10% dei responsabili finanza (il 20% nelle aziende a bassa capitalizzazione) hanno comunque dichiarato di aver rinviato nel 2004 operazioni di emissione. Dopo Parmalat - segnalano ancora i Cfo - le pratiche per richiedere un prestito durano in media 3 mesi in più.
Controlli più duri. E più penetranti sono divenuti nell'ultimo periodo i controlli di Banca d'Italia e Consob. Su questo le risposte ai questionari sono concordi (rispettivamente nel 73 e nell'84 per cento dei casi). Hanno portato ad un aumento dei tempi delle istruttorie senza tuttavia - osserva la metà degli interpellati - migliorare l'efficacia degli interventi.
Una migliore governance. A sorpresa ben 3/4 dei Cfo intervistati lamentano l'assenza di un'efficace disciplina fallimentare, una disciplina che normalmente viene invocata da chi eroga il credito. «È una risposta che non deve invece sorprendere - sottolinea ancora Pinardi - considerando i costi sopportati dalle aziende, in termini di maggiore costo del debito, dell'assenza di valide procedure fallimentari». Ma probabilmente la più importante "lezione" che gli esponenti della finanza aziendale hanno ricavato dal caso Parmalat concerne la centralità della corporate governance che, nell'82% dei casi viene considerata essenziale per ridurre il costo dei finanziamenti. La grande maggioranza delle società (l'89%) ha dichiarato di aver attuato misure migliorative in questo campo ma soltanto nel 33% dei casi tutto ciò ha comportato costi aggiuntivi consistenti. Per offrire una maggior garanzia sulla veridicità dei dati contabili il 69% dei Cfo si dichiarano disposti a firmare i bilanci societari adottando la stessa regola introdotta in Usa con la Sarbanes-Ouxley Act. «È una significativa presa d'atto del ruolo e delle responsabilità maggiori che, in questo contesto, ha assunto chi è chiamato a definire le strategie finanziarie dell'azienda». Più in generale, le risposte al questionario sottolineano «l'urgenza e l'importanza che la riforma del risparmio assume per l'apparato produttivo del paese, soprattutto per quelle aziende di medie dimensioni che maggiormente si gioverebbero di una maggiore credibilità del sistem-apaese. Una risposta rapida importante anche per evitare che la piazza finanziaria italiana diventi una provincia».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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