Ecco la calata dei fondi sempre pronti a spendere
di Gianfranco Modolo
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 15 novembre 2004
Ormai spuntano dappertutto, come i funghi a settembre dopo due
giorni di pioggia. Ci riferiamo ai fondi di 'private equity', più che altro a
quelli nazionali, che comparsi sulla scena qualche anno fa con due maxi
operazioni, Galbani e Seat, ora si stanno imponendo come dominatori della scena
finanziaria nazionale. Comprano a man bassa aziende grandi e piccole, sia che si
trovino in difficoltà economiche o che debbano affrontare seri problemi di
ristrutturazione, oppure che debbano passare di mano per la scomparsa o la
voglia di smettere dei fondatori e dei suoi eredi. Quali le cause di questo
boom? «La risposta è assai semplice - risponde Giovanni Tamburi, fondatore della
Tamburi e Associati - partiamo dal presupposto che alcuni gruppi nazionali, in
passato attori di primo piano nella scena economica, attraversano una situazione
di crisi per cui non comprano. L'Iri, e in genere le Partecipazioni Statali non
esistono più, gli interventi dello Stato imprenditore sono scomparsi. Per di più
la Borsa mostra i suoi limiti: pensi che negli States sono state lanciate
quest'anno qualcosa come 2.000 Ipo sul mercato, e solo Google sembra aver avuto
successo. E in Italia non è andata molto meglio, se si esclude il collocamento
di Enel». In sostanza la Borsa non tira, non convoglia più il capitale di
rischio dal risparmio dei privati alle aziende, il mercato del credito è tornato
nelle mani delle banche.
Allora alcune finanziarie, società di gestione e
anche istituti di credito hanno mutuato l'esperienza estera del private equity,
il capitale privato che investe nelle aziende non già con obiettivi a breve
termine (per questo ci sono gli hedge fund) ma con una visione temporale più
lunga. Si comprano aziende, si risanano e magari le si portano in Borsa,
possibilmente con guadagni. Non è raro che banche, assicurazioni, fondi e
società di gestione invitino i propri clienti a sottoscrive quote delle
iniziative di private equity per diversificare il loro portafoglio.
Ma il successo è assicurato, questa attività rende più della Borsa o degli
investimenti in reddito fisso, oppure dei rischiosi strumenti finanziari dei
mercati emergenti? Secondo gli esperti, chi ha investito nel private equity
all'inizio degli anni '90 ha guadagnato parecchio, si pensi soltanto alle
operazioni Seat, Panini e Ducati, ma dal 2000 in poi, in coincidenza con la
stasi della Borsa, le iniziative di questo genere non sono più redditizie,
almeno per ora. Chi in Italia ha investito 100 euro nel 2000 in un fondo di
private equity oggi se ne trova 80, dicono gli addetti ai lavori. Non è detto
che in futuro la situazione non possa cambiare, ma questo dipenderà proprio
dalla Borsa: soltanto un mercato azionario in ripresa consentirebbe alle
iniziative di private equity di collocare sul mercato quote o magari l'intero
capitale della società, o delle società partecipate. In caso contrario il
private equity godrà dei dividendi, un po' poco per chi proponeva risultati ben
maggiori.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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