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Ecco le contropartite per i sacrifici delle imprese
di Giovanni Marabelli
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 25 luglio 2011

«Questa manovra è una manovra inevitabile, ma purtroppo è insufficiente. Perché non fa ripartire la crescita, non fa marciare l'economia. E senza crescita non si può aggredire il macigno del debito pubblico. Con tutte le conseguenze che conosciamo». Non fa sconti Ivan Malavasi, emiliano di Correggio, imprenditore nella meccanica di precisione, presidente della Cna e dal primo luglio presidente portavoce di Rete Imprese Italia, l'associazione unitaria delle cinque principali organizzazioni di rappresentanza delle piccole e medie imprese, (Cna, Confartigianato, Casartigiani, Confcommercio e Confesercenti). «I saldi complessivi di tutta l'operazione, le grandezze numeriche di fondo sono corrette. Per questo confermo tutto quello che ho detto all'inizio e cioè questa manovra è inevitabile e, voglio aggiungerlo, speriamo che sia sufficiente, ma purtroppo ha un oggettivo effetto depressivo sulla domanda e sui consumi interni. Significa che non funziona la composizione interna di tutta l'operazione, perché stiamo parlando, essenzialmente, solo di tasse. Dobbiamo far ripartire il Paese. Dobbiamo stimolare i consumi. Un export aggressivo e forte è importantissimo, è fondamentale». Ma lo è altrettanto, e nessuno può negarlo, un mercato interno in buona salute». Cosa bisogna fare? «Bisogna prendere il toro per le corna e incidere sul problema più grande e più grave che abbiamo, la spesa pubblica. Parlo di spesa corrente e non certo della spesa per gli investimenti. Dobbiamo cominciare prima di tutto ad intervenire voce per voce sulla macchina pubblica. L'ho già detto in tante occasioni, ma non ho paura a ripeterlo ancora una volta: abbiamo troppi livelli di governo. Sono ripetizioni e duplicazioni che costano tanto in termini economici e che paghiamo tante volte con la paralisi sulle decisioni importanti che riguardano i territori e il Paese. Poi abbiamo i costi della politica. Infine abbiamo i costi generati dalla bassa efficienza della macchina amministrativa centrale e periferica. Abbiamo il grande problema dell'elusione e dell'evasione fiscale. Un'impresa che elude, che evade il fisco è un concorrente sleale che danneggia prima di tutto le imprese e gli imprenditori seri e onesti, che per fortuna sono tanti. Poi non possiamo certo dimenticare il pesante differenziale economico tra il Nord e il Sud di questo Paese. Mezza Italia, da sola, farà fatica a riagganciare lo sviluppo». E'un quadro molto negativo. «Siamo in una fase difficile per il Paese. Siamo esposti a rischi finanziari ogni giorno. Se posso usare una metafora siamo un Paese in bilico. In queste condizioni credo sia fondamentale chiamare le forze produttive, le forze sociali, a raccolta per condividere insieme cosa si può fare per questo Paese. Subito. E'un invito che rivolgo prima di tutto al governo, ma che estendo anche al Parlamento, un Parlamento che è stato capace di una importante e positiva risposta politica, approvando la manovra in tempi strettissimi come non si era mai fatto prima». Parliamo delle reazioni di mercati internazionali. «E'evidente che i mercati sono insoddisfatti. E questa insoddisfazione, trasformandosi in mancanza di fiducia, porta ad alzare i tassi del debito pubblico e ad accrescere le necessità di un provvedimento salito già da 43 a 70 miliardi». I mercati rispondono, però, anche a interessi ben poco trasparenti. Non le pare? «L'Italia, e non solo, in questo momento è sotto l'attacco della finanza internazionale. Non bisogna mostrare il lato debole». Ma la crisi non è solamente italiana. «Certo. Ma c'è chi cresce del 4% e chi, come il nostro Paese, sogna una crescita, ormai sfumata, dell'1%». Cosa si deve fare? «Prima di tutto dobbiamo dare un segnale di rigore al mondo e ai mercati. La speculazione attacca sempre e solo i Paesi deboli. Il differenziale crescente tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi è la prova della fondatezza di questo ragionamento». Questa manovra chiede sacrifici. «Sono assolutamente convinto che i cittadini e il mondo delle imprese siano disposti ad affrontare sacrifici se l'obiettivo è chiaro. Ma non si può continuare a deprimere quello spirito imprenditoriale che vive, nonostante tutto, nel nostro Paese, come dimostrano le 400 imprese che aprono ogni giorno». Può fare qualche esempio? «Secondo uno studio condotto dal ministero della Funzione pubblica in collaborazione con il mondo imprenditoriale, le incombenze burocratiche, circa 70 procedure all'anno, pesano sulle imprese per 23 miliardi. Bastava dimezzare pratiche e spese conseguenti per guadagnare un punto di Pil. Non è finita. L'internazionalizzazione è un punto nodale dello sviluppo imprenditoriale. Si è deciso di sopprimere l'Ice, ma non si sa che fine faranno i programmi cui lavorava l'Ice. E nella cabina di regia che gestirà il passaggio di poteri non c'è Rete Imprese Italia. E infine mancano provvedimenti per accelerare le liberalizzazioni e quindi le privatizzazioni. Ma privatizzare non significa vendere un altro pezzetto di Enel ma gli innumerevoli servizi gestiti prima di tutto dagli enti locali. Quanto alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali nelle località turistiche, Non si può affrontare una materia come questa senza il concerto delle parti interessate».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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