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Rassegna stampa - Documento |
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L'economia senza credito
di Marco Panara
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 21 febbraio 2011
Le banche sono in trappola. Quello che Basilea 3 chiede loro è più capitale per fare le stesse cose. Richiesta
sacrosanta visto quello che è accaduto negli anni scorsi, ma che ha una non trascurabile conseguenza. Dovendo
impiegare più capitale per unità di prodotto, il costo (in questo caso la componente rappresentata da quello
del capitale) aumenterà, il che comprimerà i margini e renderà più difficile remunerare il maggior capitale
richiesto. E' un cane che si morde la coda: ci vuole più capitale ma non avendo i margini per remunerarlo sarà
più difficile trovarlo. Il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi si è speso nelle scorse settimane per
convincere le banche italiane a distribuire meno dividendi e tenere in cassa la maggiore quantità possibile di
utili. E' un modo per rafforzare il patrimonio ed è una strada certamente da percorrere, ma che potrebbe non
bastare. Gli utili non sono eccezionali, e anche accantonandoli tutti per qualche anno forse alcune banche non
tutte potrebbero riuscire a soddisfare le richieste di Basilea 3. Non basterebbe però, anche alle più redditizie,
a mettere in cascina il fieno necessario per allargare l'attività.
Il rischio che si profila quindi è, nel migliore dei casi, una stagnazione del settore e, nel peggiore, una
diminuzione dell'offerta di credito. Ma senza credito, si sa, l'economia non cammina, e senza un aumento del
credito disponibile certamente non cresce. Il problema microeconomico dell'adeguamento del capitale delle banche
diventa così un problema macroeconomico di crescita dell'economia.
Le strade per uscire da questa trappola sono in realtà poche e assai strette. La prima è una revisione radicale
della struttura dei ricavi, ovvero un aumento significativo del costo del credito alle imprese e alle famiglie.
L'effetto depressivo sull'economia di una svolta del genere è evidente, ma non è detto che, anche volendo, questa
sia una strada che sia possibile percorrere o che, percorrendola, darebbe i frutti sperati. La crescita è assai
bassa, la concorrenza morde, alzare i tassi per aumentare i margini non sarebbe comunque un'operazione facile.
Anche perché, prima che i clienti, a dover fare i conti con un aumento del costo della raccolta saranno proprio
le banche.
Quest'anno e il prossimo andranno a scadenza centinaia di miliardi di obbligazioni bancarie, che gli istituti
dovranno coprire con nuove emissioni, sulle quali secondo le previsioni pagheranno cedole significativamente
superiori a quelle attuali. Peserà sulla nuova raccolta il peso del 'rischio sovrano' ovvero quella tassa che
i mercati impongono agli emittenti dei paesi che a ragione o a torto sono considerati in qualche modo a rischio.
L'Italia non è ai primi posti, e tuttavia in quella classifica c'è e questo vuol dire che gli italiani che
raccolgono denaro sui mercati lo devono pagare di più. Per le banche, soprattutto quelle medie, aumenteranno
quindi i costi di raccolta, e non è scontato che riescano a trasferirli poi alla clientela, con una possibile
compressione ulteriore dei margini. Da questo punto di vista avranno meno problemi quelle che raccolgono soprattutto
attraverso i depositi dei clienti e di più quelle che invece si finanziano maggiormente sul mercato.
Oltre alla prima difficile strada dell'aumento dei ricavi ce n'è sempre un'altra, quella della riduzione dei
costi. Qui la rivoluzione che si richiederebbe è più radicale. Il modello bancario italiano è assai complesso e
richiede numeri di personale molto elevati. Le banche spagnole, che pure hanno per altra via i loro problemi,
hanno adottato un modello molto più semplice (non fanno per esempio risparmio gestito) che consente loro di
andare avanti con assai meno personale. Se si mettono a confronto il rapporto dipendenti bancari per numero di
abitanti del paese si vede che il numero che esce per l'Italia (0,53) è più che doppio di quello che esce per
la Spagna (0,25), il che vuol dire che adottando il più snello modello spagnolo in Italia ci sarebbero circa
100 mila bancari (su 328 mila) di troppo. Possiamo immaginare la difficoltà di una ristrutturazione del genere
e il suo impatto sociale.
C'è una terza strada, che è quella tipica delle banche anglosassoni, ovvero aumentare la quota del bilancio che
non deriva dal credito ma dalle altre attività. Le banche inglesi fanno il 50 per cento e talvolta di più con la
finanza, l'investment banking e altro, con ovviamente i rischi connessi. In realtà questa strada nessuno la prende
neanche in considerazione perché è un mestiere che non è nelle corde degli istituti italiani, non è ben vista
dalle autorità ed è ad alto rischio.
Fatto sta che, tra la difficoltà di percorrere la prima e la seconda strada e l'esclusione della terza, le banche
stanno ferme, hanno messo le vele al vento e aspettano.
Cosa? La salvezza ha due nomi: inflazione e spread. Un aumento dell'inflazione e quindi dei tassi di interesse
permetterebbe loro di aumentare la forbice tra raccolta e impieghi e di conseguenza i margini. Qualche tensione
inflazionistica in effetti c'è ma è difficile fare previsioni su quanto potrà accadere nei prossimi due o tre anni.
Gli spread sono un'altra partita. Sono la differenza che pagano sulla raccolta i prenditori di un certo paese
rispetto al benchmark, che è la Germania. Ebbene negli ultimi anni gli spread che pagano gli italiani sono cresciuti
a dismisura e questo incide enormemente sui conti: un esempio? Una banca tedesca paga sulle obbligazioni che
emette qualcosa come l'Euribor più 100 punti base. Una media banca italiana paga l'Euribor più 200 (o anche più
punti base). Accade così che quella banca tedesca, o francese, può venire a fare mutui e prestiti alle aziende
in Italia offrendo un tasso pari al costo della raccolta delle banche italiane e riuscendo con quel tasso a
pagare i costi e realizzare un margine adeguato. E' questo il motivo che ha spinto l'Abi a sollecitare un incontro
con il governatore Draghi. Finché gli spread non torneranno a livelli 'normali' per molte banche italiane la
possibilità di fare nuovo business e di guadagnarci sarà ridotta all'osso mentre se gli spread scenderanno,
magari dopo un accordo europeo in linea con quello proposto da Angela Merkel, si potrà tornare a respirare.
Ma la crescita dell'inflazione e la riduzione degli spread sono ipotesi. Potrebbero passare anche due anni senza
significative evoluzioni e due anni di stallo le banche italiane non se li possono permettere. Il momento di darsi
una strategia chiara per affrontare questa difficile fase della storia e creare le premesse per una ripresa
della crescita non può più essere rinviato.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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