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Rassegna stampa - Documento |
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«Evitare il rischio di valutazioni standardizzate»
di Alfredo Ranavolo
Il Sole 24 Ore - Centro Nord
Mercoledì 25 ottobre 2006
«Io credo che solo le quattro banche più grandi e
pochi altri istituti abbiano pronto un modello di
rating veramente efficace. Gli altri, in base ai
contatti avuti con banche e associazioni di categoria,
ho l'impressione che abbiano lavorato senza avere nemmeno
bene chiaro che cosa dovessero ottenere. E questo a tre
mesi dall'entrata in vigore dell'accordo è un po' preoccupante».
Il campanello d'allarme è lanciato da Massimiliano Marzo, 38 anni,
professore associato al dipartimento di Scienze economiche
dell'Università di Bologna, che con altri due colleghi
sta facendo ricerca proprio su uno di quei modelli, da
applicare alle Pmi.
Perché ritiene che gli operatori non siano pronti?
Perché credito e imprese, pur dichiarandosi «prontissimi»,
si mantengono lontani da qualsiasi rapporto con le Università. Un
modello veramente efficace non deve essere "deterministico",
ma di tipo "stocastico", ovvero deve tenere conto il più possibile
conto delle specificità delle imprese, di variabili come il territorio,
i settori produttivi, la forma giuridica, la dimensione.
Noi, pur coi pochi mezzi dell'ateneo, abbiamo lavorato
su un modello del genere, utilizzando un database
fornito da un grande gruppo bancario italiano, con più
di 4mila imprese sotto i tre milioni di fatturato molto
differenziate tra loro.
Modelli rimasti però solo all'interno dell'Università...
Per molti è anche una faccenda di costi. Rivolgersi a un centro di
ricerca capace di generare un modello efficace per il
calcolo dei rating può costare parecchio. Per le piccole
banche comincia a essere una spesa non indifferente. Facile
che si sia voluti andare al risparmio.
Ma la Banca d'Italia potrà respingere al mittente un modello
non ritenuto valido?
Siamo in fase di sperimentazione, Bankitalia più che altro
cercherà di far correggere il tiro a chi non si muove ancora
nella direzione giusta. Altrimenti c'è sempre l'approccio
standard, quello messo a punto dall'istituto centrale stesso,
nessuno è obbligato a fare di più. Ma se vogliamo cogliere la
grande occasione che Basilea 2 offre è opportuno
approntare gli strumenti per rendere più trasparente
possibile la contabilità delle imprese e la gestione dei
rischi da parte delle banche.
E' il caso di diffidare dei software su Basilea 2 che hanno
invaso il mercato?
Bisogna vedere come sono costruiti. Se ha un modello deterministico
alle spalle non è molto affidabile. Può diventare anche un business:
un software attribuisce un certo rating, io consulente ti dico come
cambiare il bilancio per ottenerne uno migliore e mi faccio pagare
due volte. Per il rating e per la consulenza. Il problema è proprio
che non ci sono solo le banche ad attribuire i rating e sarebbe perciò
opportuno un organismo che conceda una sorta di certificato di garanzia
su qualunque modello sfornato.
Che cosa sarebbe utile fare in queste due mesi che ci separano dal
primo gennaio 2007?
Sarebbe il caso di smettere di organizzare convegni generici su
Basilea 2 e passare alla presentazione chiara dei modelli e dell'approccio
usato. Poi, per carità, ci sarà tempo per migliorarli tutti, tarandoli
attraverso l'applicazione pratica.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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