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  :: Rassegna stampa - Documento

I fattori che fanno decollare gli investimenti in sicurezza
di Stefano Caviglia
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 3 novembre 2003

Nella più generale crisi di crescita dell'economia europea, non si salva neppure il settore dell'Information Technology, che le ultime stime danno in decremento del 2 per cento. C'è però un subcomparto dell'It che cresce invece a ritmi travolgenti, con una media prevista fra il 22 e il 24 per cento medio annuo da qui al 2005: si tratta della sicurezza. Già da vari anni si parlava e si scriveva di micidiali attacchi ai software aziendali di hacker sempre più agguerriti e risoluti. E da anni le imprese erano costrette a prendere in considerazione i classici rimedi, dagli antivirus ai firewall. Dunque la sicurezza era già da tempo sotto i riflettori. Il vero punto di svolta, però, quello che ha dato un'accelerazione al subcomparto della sicurezza, è avvenuto in virtù di un evento catastrofico, che nessuno si sarebbe augurato: l'attacco dell'11 settembre alle Torri Gemelle che, con il suo tragico bilancio di morti, ha dimostrato per altri versi la vulnerabilità dei sistemi informatici di fronte a improvvise catastrofi.
Ma l'attacco alle Torri Gemelle non è l'unico driver della crescita degli investimenti in sicurezza. Ce ne sono anche altri. Ne abbiamo parlato con Roberto Lorini, amministratore delegato di VP Tech, la società del gruppo Value Partners che si occupa di consulenza sulla sicurezza informatica.
Quali sono i "driver" che hanno prodotto il forte sviluppo degli investimenti in sicurezza da parte delle aziende?
«Ce ne sono diversi e certo non solo l'attacco alle Torri Gemelle, tanto per intendersi».
Però quell'avvenimento ha dato l'impulso più forte: improvvisamente si è capito che i sistemi informatici aziendali sono vulnerabili non soltanto a causa degli attacchi degli hacker ma anche a causa di eventi traumatici che nulla hanno a che vedere con l'informatica. Non a caso, dopo quell'avvenimento, è diventato di uso comune il termine "disaster recovery", ovvero la protezione dai disastri.
«Non c'è dubbio. E se si continua su questa strada anche il recente black out elettrico italiano ha dato un nuovo forte impulso a questa problematica. Tuttavia i driver sono anche altri. Uno di questi è manifesto da anni: mi riferisco a professionisti che si occupano di sicurezza da diversi punti di vista e che hanno cominciato finalmente a dialogare fra di loro. La sicurezza informatica, da problema singolo da affidare a un esperto, diventa un problema organizzativo e dunque dell'intera azienda. Questo è un vero driver del cambiamento».
Vuol dire che anche chi ha la responsabilità dell'azienda deve porsi questo problema?
«Certo, e non soltanto per un problema organizzativo generale, ma anche per una questione di responsabilità diretta».
Che vuol dire?
«Vuol dire che la "security governance" è un problema che si affronta a livello di amministratore delegato. È lui che deve garantire agli azionisti la sicurezza dell'intelligence e delle più delicate operazioni di cui lui è responsabile. Tra l'altro se il sistema IT si ferma e ciò causa danni, le responsabilità di ordine legale sono dell'amministratore delegato».
Ci sono altri driver che guidano la crescita degli investimenti in sicurezza?
«Sì, certo. C'è un driver importante ed è quello costituito dalle innovazioni legislative. Ci sono varie leggi che sono già state approvate e che indicano alcuni standard da raggiungere».
Quali, ad esempio?
«Premetto che da punto di vista della legislazione l'Italia è già uno dei paesi più avanzati...».
E allora qual è il problema?
«Il problema è che molte cose esistono soltanto sulla carta».
Ad esempio?
«Prendiamo la firma digitale. La legge c'è ma non è ancora operativa perché non sono state realizzate tutte le applicazioni che la sfruttano. Ad esempio, le fatturazioni tra aziende, il lavoro dei notai, quello dei farmacisti, ecc. Facciamo un altro esempio: nel settore della sanità circolano informazioni personali delicatissime, ma non c'è alcuna norma che preveda una completa tutela della privacy».
Chi è che, in azienda, tira le fila di tutto ciò che riguarda la sicurezza, il risk manager?
«No, il risk manager si occupa soltanto di fare l'analisi dei rischi e di cosa bisogna fare per ridurli o assicurarli. Nelle grandi imprese si sta facendo strada la figura del crisis manager, il cui compito è quello di prevenire ed eventualmente gestire la crisi o l'incidente».
E le piccole e medie imprese cosa fanno?
«Comprano in genere in outsourcing un servizio di sicurezza invece di crearlo all'interno, cosa che sarebbe più costosa e complicata».


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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