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Giovane, italiano. Dunque, disoccupato
di Rosaria Amato
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 28 novembre 2011

«Quasi sempre ciò che giova ai giovani giova anche al Paese e ciò che restringe le possibilità ai giovani restringe le possibilità al futuro del Paese». Parola di Mario Monti, il primo presidente del Consiglio nella storia italiana che per la formazione del nuovo governo ha annunciato che avrebbe consultato «i rappresentanti istituzionali delle donne e dei giovani». Facendo nascere la speranza che finalmente chi governa possa prendere a cuore il destino dei giovani, ponendosi il problema del futuro che li attende, che, per l'appunto, è il futuro che attende il Paese. Non è stata solo la crisi a privare i giovani delle loro legittime aspirazioni ad un lavoro, un reddito dignitoso, un posto nella società: le varie leggi di riforma hanno creato negli ultimi 15 anni in Italia un mercato "duale". Da un lato i tutelati, con diritto al mantenimento del posto di lavoro, allo stipendio e alla pensione. Dall'altro i giovani: precari, spesso sottoccupati (l'Istat ha calcolato che la metà dei lavoratori che hanno un impiego per il quale si richiede un titolo di studi inferiore al proprio è under 34), sottopagati, senza ferie, con le prospettive di una vecchiaia miserabile. La crisi ha messo a nudo le contraddizioni e le disparità del mercato del lavoro italiano: poiché i giovani sono i lavoratori meno tutelati, sono stati i primi a perdere il posto. Ma viaggia in direzione del 30% ormai da parecchi mesi. Nel "Rapporto di monitoraggio Isfol sulla strategia europea per l'occupazione", diffuso a Job & Orienta (la mostra convegno per l'orientamento al lavoro che si è tenuta a Verona dal 24 al 26 novembre), si rileva che, se in Italia «il rischio di una ripresa della disoccupazione strutturale sembra scongiurato se riferito all'intera popolazione», «la componente giovanile presenta elementi di criticità decisamente maggiori, soprattutto riguardo la disoccupazione di lunga durata, prima indicazione del rischio di disoccupazione strutturale».
Le risposte del governo Berlusconi al problema sono state a dir poco flebili. L'ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi aveva puntato molto sulla legge di riforma dell'apprendistato. Tuttavia quello della distanza tra la scuola e l'università da un lato e il mondo del lavoro dall'altro è solo una parte del problema. Da tempo molti economisti italiani fanno notare come non possa esservi spazio per i giovani con il sistema "duale" attuale. I lavoratori già assunti sono per molti versi "intoccabili", e poi c'è l'universo dei precari. Destinato ad allargarsi: secondo l'ultima indagine Excelsior di Unioncamere e del ministero del Lavoro nel quarto trimestre di quest'anno i nuovi impieghi fissi saranno poco più del 29%; per il rimanente 71% di nuovi assunti ci sono solo impieghi a termine, tra i quali una quota del 31,3% che riguarda contratti stagionali, di breve o brevissi ma durata (nello stesso periodo dell'anno scorso tale quota si fermava al 24,4%). La priorità vera è uniformare la normativa, adottando nuove regole che tutelino anche i nuovi assunti. La tentazione del precedente governo era piuttosto l'opposto: unificare "flessibilizzando" al massimo al mercato. Lo dimostrano i ripetuti tentativi di abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che tutela i dipendenti dai licenziamenti arbitrari. Mentre il neoministro del Welfare Elsa Fornero ha assicurato qualche giorno fa che con la riforma del mercato del lavoro «ci sarà più articolo 18 e non meno».
Il progetto del governo Monti è molto ambizioso, e ha come obiettivo l'istituzione di un contratto unico "a stabilità crescente": si ispira al progetto di legge presentato dal senatore del Pd Pietro Ichino, ma in parte anche alle proposte di altri due economisti, Tito Boeri e Pietro Garibaldi. A loro volta, questi progetti prendono le mosse dalla flexsecurity ispirata al modello nordeuropeo, danese in particolare. «Con il consenso delle parti sociali dovranno essere riformate le istituzioni del mercato del lavoro per allontanarci da un mercato duale dove alcuni sono fin troppo tutelati mentre altri sono totalmente privi di tutele e assicurazioni in caso di disoccupazione», ha detto il premier Monti nel suo discorso al Senato. Si amplierà pertanto il campo di applicazione dei contratti a tempo indeterminato, che dovranno tornare a diventare la regola, e non l'eccezione, ma si renderà anche meno difficile il licenziamento, garantendo però al lavoratore licenziato importanti garanzie, a cominciare dal sostegno al reddito fino a tre anni, accompagnato dall'assistenza al reimpiego, sotto forma di formazione e riqualificazione. Progetto ambizioso, e costoso. Significa spostare in maniera sostanziale il baricentro del nostro welfare.
Porsi il problema della riqualificazione dei disoccupati significherà poi anche rivedere il rapporto tra sistema scolastico-universitario e mondo del lavoro. Ogni tre mesi l'indagine Excelsior pubblica inesorabile le migliaia di posti vuoti per «le difficoltà del reperimento delle imprese». In un Paese con oltre due milioni di disoccupati "ufficiali", e 2,7 milioni di "scoraggiati" (di persone cioè che non hanno un lavoro, ma hanno rinunciato a cercarlo, scoraggiati dalle difficoltà), sembra incredibile, una presa in giro. E invece no: a favorire le difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro l'inesistenza di un valido sistema di Agenzie dell'impiego (da un'indagine Istat risulta che solo il 5% degli italiani trova lavoro attraverso le agenzie, mentre il 55% lo trova attraverso amici e parenti...), la frammentazione dei possibili datori di lavoro in una miriade di imprese piccole e piccolissime, ma anche la mancanza di qualifiche adeguate da parte degli aspiranti lavoratori. Qualche esempio? Dall'ultima indagine Unioncamere mancano all'appello tecnici della sanità e dei servizi sociali (4 su 10 risultano "irreperibili"), specialisti in scienze matematiche, fisiche e naturali (3 su 10), cuochi e camerieri (il 30% delle 4.300 assunzioni previste vengono definite difficili), operai metalmeccanici (gli "irreperibili" arrivano al 36,5%).


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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