Giuristi d'impresa all'attacco: «Anche noi vogliamo entrare nell'albo degli avvocati»
di Andrea Rustichelli
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 3 ottobre 2011
Laureati in giurisprudenza cercansi. Suona strano, in un mercato del lavoro che
sembra saturo di professionisti del foro. Ma, in effetti, qui non si tratta
della libera professione e dell'albo degli avvocati (sono circa 15 mila i nuovi
iscritti ogni anno). Perché, secondo dati 2010 di Confindustria, a latitare
sono i laureati in legge che le imprese vorrebbero assumere: 3.800 è, per
l'anno scorso, il saldo negativo tra la domanda delle aziende e l'offerta di
tali risorse. Tanto che il profilo giuridico figurava tra i "laureati
introvabili", insieme ad altri: ingegneria (19.700), economicostatistico
(14.600) e medicosanitario (7.800).
Secondo il ministero dell'Università, sono circa 16.500 all'anno, considerando
la media del triennio 2007/2009, i laureati in giurisprudenza (dal conteggio
sono escluse le lauree brevi). E il consorzio AlmaLaurea stima che il 49,1% di
questi laureati, a cinque anni dal conseguimento del titolo, svolga la libera
professione (la media delle altre lauree, per il lavoro autonomo, è del 24,1%);
mentre il 30,8% di essi è assunto a tempo indeterminato da aziende o enti
pubblici. Dunque ad attrarre in modo preponderante i laureati in legge è il
mito, più o meno ingannevole, del principe del foro.
Una professione richiesta, che conserva la competenza giuridica dell'avvocato
fornendole però una scrivania stabile all'interno delle società, è quella del
giurista d'impresa: è l'esperto che anima l'ufficio legale dell'azienda. Un
profilo molto diffuso specie nel mondo anglosassone che ha preso piede anche in
Italia. Tanto che esiste, dal 1976, l'Associazione italiana giuristi d'impresa
(Aigi), che organizza anche un corso specialistico. Tra gli associati ci sono
parecchi professionisti che non sono mai stati avvocati: gli altri, in quanto
dipendenti di aziende private, come prevede la legge, si devono cancellare
dall'albo. «Accedono alla nostra associazione professionisti con laurea
magistrale in giurisprudenza. Requisito indispensabile è poi la pratica
biennale come giurista di impresa alle dipendenze di una società», dice
Giovanni Cerutti, vicepresidente Aigi.
«La nostra professione - aggiunge - è sempre più richiesta, anche dalle piccole e
medie imprese, che vogliono gestire meglio il rischio legale e la legalità nei
processi produttivi. Il giurista d'impresa è utilizzato per la gestione della
compliance legale, per i problemi di diritto societario ordinario e
straordinario, come fusioni e acquisizioni, e per la contrattualistica. E poi
ci sono le competenze specifiche relative ai diversi settori d'impresa».
Benché fieri del loro ruolo, questi professionisti vivono come un vulnus il
fatto di essere esclusi dall'albo degli avvocati. «Chiediamo da tempo che i
nostri associati abilitati possano accedere all'elenco speciale dell'Ordine,
come già accade per gli avvocati dipendenti degli enti pubblici», afferma
Cerutti. «La nostra esclusione è un'ingiusta discriminazione, a causa di una
vecchia norma del 1933 e di un assioma errato: si ritiene a torto che il
rapporto di lavoro subordinato, nel settore privato, sia incompatibile con
l'indipendenza di giudizio richiesta all'avvocato. Noi dissentiamo da questo
ragionamento, peraltro già smentito nel caso di medici e ingegneri, poiché
riteniamo che l'indipendenza di giudizio prescinda dalla forma giuridica del
rapporto di lavoro».
L'Aigi vede nello sblocco delle porte di accesso all'Ordine anche una buona
occasione per i più giovani: «Sarebbe una buona opportunità per i neolaureati -
dice Cerutti - poter svolgere la pratica forense anche presso uffici legali
aziendali. Negli ordinamenti di altri paesi, anche europei, l'osmosi tra
professionisti interni ed esterni alle aziende è molto più marcata».
E in effetti, dall'interno dell'Ordine, diversi professionisti solidarizzano
con i colleghi che lavorano dentro le imprese. Tra l'altro, il riconoscimento
ordinistico permetterebbe loro pure di valersi del segreto professionale: un
particolare non proprio secondario per chi cura gli affari legali di una
società. «Anche al giurista d'impresa italiano dovrebbe essere riconosciuta la
facoltà di eccepire la segretezza delle comunicazioni interne, riguardanti
l'attività aziendale», dice l'avv. Ferdinando Emanuele, partner dello studio
Cleary Gottlieb Steen & Hamilton. Stesso discorso per l'annoso problema
dell'accesso alla professione: «Le aziende - osserva Emanuele - potrebbero
diventare un ottimo luogo di formazione per tanti giovani laureati che
desiderano svolgere la pratica ai fini dell'iscrizione all'albo. Soltanto a
Roma abbiamo 24 mila avvocati e 12 mila praticanti: il mercato è saturo e
occorrono nuove alternative per permettere ai neolaureati di dedicarsi
proficuamente alla pratica forense».
È da sottolineare il rapporto di collaborazione che gli avvocati del foro
instaurano con i professionisti dipendenti. «I giuristi d'impresa svolgono una
preziosa attività di consulenza, che facilita il lavoro del management e anche
il nostro: non potrei difendere efficacemente una società, senza una frequente
interlocuzione con i colleghi dell'ufficio legale interno», spiega Emanuele.
«Gli esperti legali delle aziende ne conoscono meglio il business e la
specifica disciplina applicabile. Ciò è oggi ancora più importante a causa del
proliferare di disposizioni regolamentari in vari settori industriali: come
trasporti, telecomunicazioni, energia».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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