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Rassegna stampa - Documento |
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Gli errori della regolamentazione bancaria
di Amar Bhidé (docente presso la Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University)
Il Sole 24 Ore
Lunedì 4 luglio 2011
Immaginate che le discussioni sollevate dal disastro Hindenburg fossero incentrate
sugli estintori e sui paracadute di cui avrebbero dovuto disporre i dirigibili,
invece che sui difetti di progettazione che avrebbero potuto innescare l'ignizione.
Sfortunatamente, gli odierni dibattiti sulla riforma bancaria sono su questa
lunghezza d'onda.
Modificare la gigantesca industria bancaria dovrebbe essere l'obiettivo prioritario
della riforma. Una volta si era soliti pensare che i banchieri conoscessero ogni
mutuatario e valutassero i prestiti caso per caso. Ora, invece, le banche usano
modelli evocati da fantomatici maghi finanziari per produrre in serie classi di
credito e prodotti derivati. La standardizzazione favorisce la crescita delle
megabanche; a differenza degli errati giudizi formulati dai funzionari
responsabili dei prestiti, i modelli difettosi di questi maxi sistemi hanno avuto
conseguenze disastrose.
Le proposte radicali, volte a rilanciare un sistema robusto e avanzate dal
governatore della Banca d'Inghilterra Mervyn King, sono state soffocate dalle
accese discussioni sulle eventuali misure che nulla fanno per porre rimedio ai
principali difetti del moderno sistema bancario.
Si consideri il dibattito apparentemente acceso sui livelli adeguati di capitale
delle banche. I regulator hanno proposto corposi aumenti: uno studio della Banca
d'Inghilterra suggeriva, ad esempio, un incremento più che triplicato del capitale.
I banchieri, che potrebbero temere per i propri bonus, pensano che l'aumento dei
requisiti patrimoniali li spingerà a ridurre i prestiti, impedendo in tal modo la
crescita economia. La realtà è ben diversa.
Il principio di regolamentazione del capitale bancario sembra sensato. In qualsiasi
attività l'indebitamento aumenta il rischio: non si va in bancarotta se non si
hanno debiti. Un forte indebitamento incoraggia altresì proprietari e manager a
rischiare tutto, perché sono i creditori ad assumersi gran parte del rischio al
ribasso. I prestatori prudenti cercano pertanto di limitare sia i livelli di
debito contratti dalle aziende sia di contenerne i corrispettivi rischi.
I creditori non sono però incentivati a imporre duri limiti alle banche. Dal
momento che il ritiro massiccio di depositi bancari può scatenare un caos
generale, i governi garantiscono esplicitamente depositi assicurati e
implicitamente tutti gli altri debiti delle megabanche. I governi che garantiscono
le passività bancarie, invece, devono richiedere che i banchieri esercitino una
maggiore prudenza rispetto a quanto già non facciano.
Eppure incentrarsi soprattutto sui livelli di indebitamento delle banche
tralasciando altri atteggiamenti ben più avventati è un pessimo modo di agire.
Una volta la regolamentazione bancaria, come i prestiti, era decentralizzata e
fondata su valutazioni dal basso verso l'alto, concentrate sulla rischiosità del
singole debitore. I regulator prendevano perlopiù in esame i singoli prestiti
piuttosto che i rapporti capitale-asset. Un tipico esame condotto sulle banche
includeva la valutazione di ogni singolo prestito commerciale e di un ampio numero
di prestiti personali. L'adeguatezza patrimoniale era oggetto di giudizio: gli
esaminatori calcolavano l'adeguato livello di buffer di una banca, tenendo conto
dei suoi specifici rischi.
I regulator hanno poi preferito emanare editti che imponessero alle banche di
mantenere uno specifico buffer, ossia un cuscinetto di emergenza in grado di
assorbire le potenziali perdite. Tale vincolo presuppone che asset ed esposizioni
bancarie possano essere calcolati accuratamente. In realtà, i bilanci delle
megabanche sono pura fantasia o pia illusione.
Il problema va oltre l'intenzionale disorientamento. J.P. Morgan e Deutsche Bank
hanno pagato ingenti somme di denaro per sistemare accuse che vanno dalla
corruzione ed esecuzioni illegali al favoreggiamento in evasione fiscale.
Escludere la connivenza degli alti dirigenti solleva una domanda allarmante:
forse Jamie Dimon, stimato Ceo di J.P. Morgan, non conosce le esposizioni
implicate nei derivati della sua banca pari a 80 miliardi di dollari, come Tony
Hayward, sfortunato ex direttore generale di BP, non conosceva i pericoli legati
all'infausta piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico?
L'ignoranza sui rischi effettivi rende surreali i dibattiti sulla giusta formula
per i buffer di capitale. L'uso di regole meccaniche per determinare l'adeguatezza
patrimoniale ha altresì inavvertitamente incoraggiato l'imprudenza sistemica.
I limiti sui livelli di indebitamento che rendono difficile guadagnare un'adeguata
redditività sul capitale proprio incoraggiano le banche a farsi carico di prestiti
più rischiosi ad elevato margine di profitto - e indurre le banche a detenere
maggiore capitale per le categorie di asset presumibilmente più rischiose - aggrava
il problema. Secondo le regole della Commissione di Basilea, concordate a livello
internazionale e attuate prima del crack del 2008, i requisiti patrimoniali per
i prestiti commerciali erano, ad esempio, cinque volte superiori rispetto a quelli
previsti per i titoli garantiti da mutui ipotecari (Mbs) che avevano rating AA o
AAA.
Le banche hanno ovviamente evitato di concedere i tradizionali prestiti commerciali
(che dovevano essere garantiti da maggiore capitale) e si sono fatte carico dei
titoli garantiti da mutui ipotecari AA o AAA ad altissimo rendimento, e quindi i
più rischiosi che potessero trovare. Il sistema bancario globale e l'economia
erano pertanto vulnerabili agli errori delle tre principali agenzie di rating e ai
loro difettosi modelli di rischio.
Incoraggiare le banche a convertire i prestiti contabilizzati in titoli ha altresì
contribuito a ridurre il generale livello di cautela nell'estensione del credito.
Le strategie per eludere le regole di Basilea hanno inoltre reso più complessa e
difficile la gestione e la supervisione delle banche.
Migliori requisiti patrimoniali, e quindi migliori regole di Basilea, non sono
la giusta risposta. La rigida uniformità top-down è essenziale per specificare
pesi e misure ed emettere valute e monete. I prestiti e la regolamentazione
bancaria, invece, devono conoscere le realtà locali, dal momento che in
un'economia dinamica, non controllata rigidamente, ogni mutuatario, ogni prestito
e ogni banca è diversa (sebbene alcune linee guida possano essere d'aiuto).
L'approccio top-down apparentemente oggettivo ignora la natura idiosincratica
del rischio e presume che un mutuo ipotecario sia uguale all'altro.
Non possiamo più permetterci di affidarci ad esami vecchio stile destinati a
megabanche che si fanno carico di rischi standardizzati. E dal momento che
azionisti o finanzieri d'assalto non possono imporre uno snellimento delle
operazioni, i governi devono richiedere a tali banche di liberarsi delle attività
che non si riescono a gestire o regolare e di valutare i prestiti caso per caso.
Considerati i profitti e i bonus alle stelle, le megabanche non abbandoneranno
facilmente i propri modelli di business; ma, a meno che ciò non avvenga, sarebbe
una pura follia puntare solo su regole top-down.
Traduzione di Simona Polverino.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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