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Goldman Sachs, Jp Morgan e Glencore: il business dei metalli è in magazzino
di Arturo Zampaglione
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 11 luglio 2011

Sono colleghi, a volte amici, ma non lavorano nello stesso grattacielo nuovo di zecca che ospita il quartiere generale della Goldman Sachs a Manhattan ed è munito di tutti i confort, a cominciare dalla palestra. Anche le loro attività sono molto diverse: a New York gli executives della più aristocratica delle banche di Wall Street guidano il mondo dell'alta finanza, manovrando in Borsa, collocando prodotti tradizionali, inventandosene di nuovi e sfoggiando completi di Armani. Sulla riva del fiume Detroit, invece, a mille chilometri da ground zero e proprio nel cuore industriale della capitale dell'auto, altri managers della Goldman Sachs, vestiti in modo più sobrio, si occupano del funzionamento di una struttura di stoccaggio dell'alluminio. Sì, perché la banca possiede ormai un centinaio di magazzini per metalli in giro per il mondo. Come si spiega questa insolita attività, molto lontana dal tradizionale trading di prodotti finanziari e di commodities? Come mai Lloyd Blankfein, chief executive della Goldman, possiede attività del genere? Semplice: da quando la crisi ha ridotto il volume d'affari, Wall Street ha segretamente scoperto una nuova fonte di guadagni, cioè l'immagazzinamento di alluminio, zinco, rame, stagno, nickel e altri metalli. Gli istituti di credito hanno sempre speculato sulle commodities, soprattutto con i futures, ma la nuova attività consiste nell'accumulare anche il prodotto fisico in modo non soltanto da incassare gli affitti di chi lo vuole tenere in deposito, ma anche di comprare i metalli in una fase economica difficile e aspettare che nel futuro la ripresa faccia crescere la domanda e quindi le quotazioni. Una forma di diversificazione delle fonti di guadagno che evidentemente in questo momento offre i suoi vantaggi. Nell'ultimo anno e mezzo Wall Street ha fatto incetta di operatori di magazzini in possesso dell'apposita licenza del Lme (London metal exchange), la più grande borsa merci per la compravendita dei metalli, che impone alla sua rete di stoccare importanti quantitativi. Così la Goldman ha comprato la Metro International Trade Services che ha sede in Michigan (e che possedeva la struttura per l'alluminio a Detroit). La JPMorgan Chase di James Dimon ha messo le mani, attraverso l'acquisto della Rbs Sempra commodities, sulla Henry Bath e i suoi magazzini. Anche altre multinazionali si sono mosse nella stessa direzione. La Glencore di Ivan Glasenberg, recentemente sbarcata in Borsa, ha rilevato per 209 milioni di dollari le attività nel settore metalli del gruppo italiano Pacorini. La Trafigura, numero due nel trading dei metalli dopo Glencore, ha acquistato la Nems. «I magazzini permettono alle grandi banche di stare nel mercato dei metalli senza preoccuparsi troppo delle fluttuazioni dei prezzi», ha spiegato al Wall Street Journal Clare Eilbeck, analista alla Brook Hunts. «E rappresentano una polizza assicurativa contro la recessione», ha aggiunto Simon Collins della Trafigura. Intendiamoci: le quantità di metallo stoccate per conto del Lme sono molto inferiori all'offerta mondiale. Nell'alluminio rappresentano circa il 10 per cento del consumo annuo. Ma il nuovo trend sta creando anche molti problemi, e i primi a lamentarsi sono state la Coca Cola e la Novelis, che produce lattine per bevande ed è la più grande utilizzatrice di alluminio degli Stati Uniti. La ragione del malumore e degli esposti presentati al Lme? I neoprotagonisti del mercato dei metalli si limitano a seguire le norme di stoccaggio previste dal Lme e, invece di soddisfare la domanda delle industrie, preferiscono centellinare le vendite - tenendole ai minimi imposti da Londra - in modo da tenere alte le quotazioni in attesa del boom. E per il memento il London mercantile exchange non ha potuto fare altro che verificare la correttezza, almeno formale, della mossa delle banche e auspicare una maggiore disponibilità alla vendita del prodotto.


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