Grande patrimonio, crescita zero. Come e perché in Italia ha vinto il partito della rendita
di Marco Panara
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 settembre 2011
Gli italiani, ricchissimi e disperati. Ebbene sì, siamo ricchissimi, più dei
francesi e dei tedeschi, più degli inglesi, degli americani e dei giapponesi.
Lo dicono i numeri: la ricchezza lorda delle famiglie italiane alla fine del
2010 ammonta a 9 mila 732 miliardi di euro, i debiti (sempre delle famiglie) a
circa mille miliardi, la ricchezza netta è quindi pari a 8 mila 700 miliardi. È
una cifra enorme, quasi sei volte il pil, quattro volte e mezzo il debito
pubblico, 7,8 volte il reddito disponibile, contro il 7,7 del Regno Unito, il
7,5 della Francia, il 7 del Giappone, il 6,3 della Germania e il 4,8 degli
Stati Uniti. Siamo più ricchi di loro ma stiamo peggio. Perché? Per spiegarlo
dobbiamo partire dall'inizio, ovvero da come abbiamo fatto ad accumulare tanto.
I motivi principali sono che siamo un popolo di risparmiatori (virtù in
erosione) e un popolo di evasori fiscali (difetto che non si erode affatto). Un
elevato risparmio consente di accumulare e non pagando le tasse si risparmia e
si accumula molto di più. Nel 2009 per esempio la ricchezza complessiva è
cresciuta di 93 miliardi, 70 dei quali rappresentati dal risparmio e il resto
dall'aumento del valore. Non è un'eccezione, tra il 1995 e il 2009 l'aumento
della ricchezza è dovuto per il 60 per cento al risparmio e per il 40
all'aumento del valore. Il passo successivo per avvicinarci a capire perché
stiamo peggio è nella struttura economica dell'Italia, la cui sintetica
fotografia è questa: debito pubblico enorme e debito privato relativamente
contenuto, ricchezza privata immensa che però non produce crescita. Il
presidente del consiglio e il ministro dell'economia, oltre a dirci fino a
giugno scorso che l'Italia stava benissimo, ci hanno venduto quel contenuto
debito privato e la gigantesca ricchezza delle famiglie con elementi di forza,
garanzie della tenuta del nostro debito pubblico. Alla prova dell'estate
purtroppo non si sono rivelate tali, per la semplice ragione che più che
elementi di forza sono segni di squilibrio. Per quello che comportano e per
quello che rivelano. Quello che comportano è sotto i nostri occhi: il debito
pubblico elevato sbilancia l'intero paese e rende più costoso anche quello
privato. Se la ripartizione fosse diversa, con un 2030 per cento in più di
debito privato e altrettanto in meno di debito pubblico, le agenzie di rating e
i mercati ci guarderebbero con occhi assai diversi. Quanto alla ricchezza
privata, se è certo che è meglio averla che non averla, è però assai poco utile
se non produce crescita. Vuol dire che è immobile e mal gestita. E'come quelle
famiglie aristocratiche che hanno immensi palazzi che non producono neanche il
reddito necessario a mantenerli. Il loro destino è segnato, cominceranno a
venderne dei pezzi fino a ritrovarsi nella casa del guardiano. Se questo è
quello che la struttura economica dell'Italia comporta, ancora più illuminante
è quello che rivela. Debito pubblico e ricchezza privata sono due facce della
stessa medaglia, uno stato senza credibilità e autorevolezza e un privato
opportunista e spesso saccheggiatore. A questo punto però, per capire perché
questa immensa ricchezza privata non produce crescita, dobbiamo guardarci
dentro. Quello che troviamo già dice quasi tutto. Di quei 9 mila 732 miliardi
di patrimonio lordo il 57,8 per cento è rappresentato da immobili, il 4,9 per
cento da beni di valore e da impianti, macchinari, scorte, attrezzature,
brevetti, avviamenti (le cosiddette attività reali) e il 37,3 per cento da
attività finanziarie. Cominciamo da quei 5 mila e 600 miliardi di immobili.
Solo il 6 per cento, 330 miliardi o giù di lì, sono negozi, uffici o capannoni;
il 4,3 per cento (240 miliardi) sono terreni e il resto, ovvero 4 mila 900
miliardi, sono abitazioni. Di queste (in totale sono 29 milioni 642 mila) l'80
per cento sono abitazioni principali e il restante, 5,7 milioni, sono seconde
case (poco utilizzate) o case sfitte. Quelle vuote, inutilizzate, sono ben 1
milione e 200 mila. Passiamo ora alla seconda voce per importanza, le attività
finanziarie. Non sono poca cosa, si tratta di oltre 3 mila e 600 miliardi, metà
dei quali sono detenuti in contanti, depositi bancari e postali, titoli
pubblici e obbligazioni, altri mille miliardi in azioni e fondi comuni e circa
630 sono riserve tecniche delle assicurazioni. Nel complesso la quota
rappresentata dal capitale di rischio è più vicina a un quarto che a un terzo
del totale. Infine la cenerentola di questo elenco, le attività reali, 476
miliardi di euro investiti per un quarto circa in beni di valore (quadri,
gioielli, mobili di antiquariato) e solo 380 miliardi in beni produttivi.
Pochissimo, per un paese che si dice manifatturiero, per un popolo che si
ritiene abbia l'imprenditoria nel sangue. Guardandosi intorno, osservando le
decine di migliaia di imprese che affollano tutto il Nord, una parte del centro
e qualche pezzetto fortunato del sud, e anche escludendo le società quotate, le
cui azioni vanno nel capitolo della ricchezza finanziaria, sembrerebbe che il
valore dei macchinari, degli avviamenti e delle scorte di tutte quelle imprese
sia ben superiore a quei sparuti 380 miliardi. La spiegazione c'è. Se
calcoliamo che secondo il Rapporto Coraporate EFIGE 2011, la percentuale
dell'attivo di bilancio delle imprese italiane finanziata con il capitale
proprio è pari al 12 per cento (in Francia il 30 e in Germania il 34) e l'88
per cento è coperto dal debito, i conti tornano. Il valore complessivo di tutte
quelle attività è vicino a 4 mila miliardi, il problema è che i proprietari di
tasca loro ci mettono poco, pochissimo, e infatti uno dei vincoli alla crescita
di quelle imprese è che sono poco capitalizzate e molto indebitate. I loro
proprietari preferiscono mettere i soldi in appartamenti e nella finanza
piuttosto che nelle aziende, e infatti loro sono ricchi e le aziende povere. A
questo punto possiamo tornare alla domanda iniziale: perché con un patrimonio
così ricco la crescita del nostro paese è così bassa? La risposta, che è già
nel modo in cui quel patrimonio è investito, la dà Giacomo Neri, partner di
PricewaterhouseCoopers e curatore insieme a Gino Gandolfi dell'Università di
Parma di un osservatorio sul risparmio degli italiani (Orfeo): «La struttura di
questo patrimonio è difensiva e la sua gestione non è ottimale». Questo
patrimonio non serve a costruire il futuro ma a difendersi, per una serie di
ragioni di ieri e di oggi, che poi sono le stesse che stanno dietro i capitali
all'estero. Alla base c'è la sfiducia nello stato, nel suo arbitrio, nelle sue
incertezze e instabilità, in passato c'era anche l'inflazione, che aggiungeva
sfiducia nella moneta (e quindi gli immobili). A questa si aggiunge la sfiducia
nei mercati finanziari, quelli del parco buoi, quelli nei quali le azioni si
pesano e non si contano, nei quali gli azionisti di controllo anche se con un
pugno di titoli in mano usano l'impresa come casa propria. C'è anche, dice
Roberto Nicastro, direttore Generale di Unicredit «una ragione culturale:
l'immobile piace e rassicura, conserva il valore o lo accresce nel tempo. E
l'imprenditore che rischia con la sua attività con il suo risparmio preferisce
non rischiare». Ma la ragione chiave è il fisco. Le tasse servono a pagare i
servizi comuni, le strade, l'illuminazione, la giustizia, la difesa, per
coprire investimenti comuni come l'istruzione e per difenderci da rischi che
abbiamo deciso di mettere in comune, come la salute e la vecchiaia. Ma il modo
come le si raccoglie non è indifferente, disegna il modo di essere di un paese
e della sua economia. Il fisco italiano da decenni ha deciso di caricare tutto
il suo peso sull'impresa e sul lavoro, ovvero su quello che crea la ricchezza,
e di privilegiare gli immobili e le rendite finanziarie (il cui prelievo solo
con l'ultima manovra è passato dal 12,5 al 20 per cento). C'è una tabella di
Banca d'Italia chiara e terribile: nel 2010 le imposte dirette sono state pari
al 14,6 per cento del pil, quelle indirette al 14 per cento e quelle in conto
capitale, ovvero sul patrimonio, pari ad un misero 0,2 per cento. Il denaro
fugge dove viene meno colpito, e in Italia è meno colpito se si ferma, si
immobilizza, esce dalla famigerata denuncia dei redditi. «Lo stock di ricchezza
è un vantaggio competitivo nazionale - dice Neri - ma bisogna valorizzarlo,
gestirlo bene, renderlo produttivo e dinamico. Ci vuole una politica orientata
a questo, in un paese con tanto risparmio valorizzare il risparmio gestito
favorendo la nascita di grandi imprese del settore, in un paese con un ricco
patrimonio immobiliare favorendo la crescita di gestori più grandi e più
professionali. In un paese ricco ma fermo riorientando il prelievo fiscale
tassando i patrimoni e i beni improduttivi e alleggerendo il carico su lavoro e
impresa». Ci stiamo occupando molto, e giustamente, della produttività del
lavoro, forse dovremmo cominciare a occuparci anche della produttività del
capitale. Roberto Nicastro aggiunge un segnale di allarme: «Negli ultimi mesi
si sta inaridendo il flusso di fondi esteri disponibili a investire in Italia,
e se non si recupera rapidamente credibilità e fiducia potrebbe diventare un
problema. Questo pone una sfida al risparmio italiano: se continuiamo a mettere
i soldi negli immobili come faremo a finanziare la crescita?» Nicastro dà anche
la risposta, che riguarda anch'essa le tasse: «Bisogna pensare a un nuovo
equilibrio nel trattamento fiscale relativo tra le varie forme di risparmio».
La conclusione è che dobbiamo decidere che paese vogliamo, se puntiamo
sull'impresa e sul lavoro oppure sulla rendita. Ma dobbiamo sapere che la
rendita non sarà eterna: se le cose non cambiano quel patrimonio cominceremo
presto a mangiarcelo.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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