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Rassegna stampa - Documento |
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«I 4 pilastri della saggezza per evitare crisi devastanti»
di M. P.
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 29 marzo 2010
Stefano Micossi, direttore generale di Assonime, è uno dei maggiori studiosi italiani
di regolazione finanziaria. Insieme a Jacopo Carmassi ed Elisabetta Luchetti è l'autore
di Overcoming too big to fail, una proposta quadro per il sistema bancario e
finanziario elaborata dal Ceps, in Centro europeo di studi politici.
Cosa non ha funzionato in Basilea I e II?
«L'impianto di Basilea ha tre difetti. Il primo è empirico, i coefficienti di capitale
non hanno dato all'opinione pubblica e ai mercati un criterio limpido per discriminare
le banche buone da quelle cattive. Il secondo è che i criteri di Basilea si concentrano
su una parte dell'attivo, mentre la crisi ha dimostrato che il contagio si trasmette
essenzialmente attraverso i canali interbancari e il finanziamento a brevissimo termine,
che da quei criteri sono completamente ignorati. Il terzo difetto, il più grave, è
logico: la misura del rischio che Basilea propone non è indipendente dal sentimento di
mercato».
Cosa vuol dire?
«La rischiosità degli attivi varia con la fiducia, il che vuol dire che quando i
mercati sono stabili le banche appaiono ben capitalizzate e quando sono instabili
appaiono invece sottocapitalizzate. E' un difetto che anche l'aggiustamento dei
requisiti di capitale all'andamento del ciclo economico non riesce a correggere».
Perché i meccanismi previsti da Basilea III, ovvero l'accumulo di maggior capitale
nelle fasi espansive, non basta?
«L'instabilità ciclica è stata determinata dal fatto che la banca centrale americana ha
incoraggiato l'assunzione indiscriminata di rischi con la promessa di impedire la
discesa dei corsi azionari e dei prezzi delle case e quella di non contrastarne la
salita. I regolatori hanno aggravato il problema rimuovendo i vincoli all'assunzione
del rischio e fingendo di non vedere livelli di indebitamento fuori misura. E allora,
se l'instabilità deriva dal comportamento delle autorità di regolazione e delle banche
centrali, è assai difficile che la correzione dei requisiti di capitale in relazione al
ciclo economico possano contrastarla».
E' l'annoso problema dell'esclusione dalle politiche monetarie dell'inflazione dei
valori patrimoniali.
«In realtà tutto questo gran parlare che si fa di istituzioni per contrastare il
rischio sistemico altro non è che la reintroduzione tardiva dell'andamento dei valori
degli asset e dell'assunzione dei rischi nella gestione della moneta e nella
regolazione».
Qual è allora il modo per controllare il rischio?
«La prima cosa che dobbiamo avere chiara è che al centro ci sono le banche. Hedge fund,
private equity, agenzie di rating e credit default swaps sono temi importanti ma
collaterali».
L'impressione è che in questi anni le banche si siano applicate molto per
mimetizzare il rischio vero che andavano assumendo.
«Quando salgono i valori delle case e delle azioni si crea un forte incentivo ad
aggirare le regole, perché rispettarle costa molto e aggirarle invece rende moltissimo.
E i meccanismi di aggiramento sono sempre gli stessi: mettere i rischi fuori bilancio,
il che richiede criteri contabili manipolabili, come dimostra il fatto che nel caso
Lehman abbiamo visto Ernst & Young mettere la sua firma sotto quella che si potrebbe
dimostrare una manipolazione del bilancio per nascondere passività. Il secondo
meccanismo è fare apparire non rischiose attività che invece lo sono, e a questo hanno
provveduto le agenzie di rating che hanno attribuito la loro tripla A a decine di
migliaia di prodotti tossici in cambio di grasse commissioni. Infine ci sono i credit
default swaps, emessi in quantità gigantesche da soggetti che non hanno accantonato un
penny a fronte dei rischi che si andavano assumendo».
Come è possibile che le agenzie di rating, che pure tanta parte hanno avuto nel
distorcere la percezione dei rischi, siano ancora utilizzate persino dalle banche
centrali come gli oracoli della valutazione del rischio?
«C'è un grande sforzo di banche autorità e mercati di rimettere in piedi il sistema
com'era, sia pure con qualche correzione, e le agenzie di rating a quel sistema sono
perfettamente funzionali».
Basilea III chiuderà i buchi lasciati dalle due precedenti versioni?
«La proposta presentata nel dicembre scorso ha due aspetti molto positivi: fissa un
livello massimo di indebitamento per ciascuna banca indipendentemente dalla
pericolosità dell'attivo e fornisce una definizione semplice di capitale di vigilanza:
capitale ordinario tangibile più utili accantonati. Il resto, i vari meccanismi di
aggiustamento del rischio mi sembrano meno utili e forse addirittura fuorvianti mentre
il meccanismo di aggiustamento ciclico del capitale di vigilanza serve a poco ma certo
non fa danno».
Cosa fare allora, se neanche Basilea III basterà a garantirci la stabilità del
sistema e ad evitare di ricadere nella trappola di una crisi devastante come questa?
«Il gruppo di lavoro del Ceps, del quale ho fatto parte, ha elaborato una sua proposta
di quadro regolamentare basta su quattro pilastri: il primo è comune a Basilea III, il
laverage ratio, ovvero un livello massimo di indebitamento rispetto al capitale che
non può essere superato dalle banche; il secondo è un sistema europeo di assicurazione
sui depositi che garantisca i depositanti ma non la banca, costruito con il pagamento
da parte delle banche di una vera e propria polizza assicurativa il cui prezzo sarà
determinato in base alla rischiosità effettiva della banca, valutata non solo sugli
impieghi ma anche sul tipo di raccolta. Il terzo pilastro è l'introduzione di procedure
che consentano anche alle banche più grandi di fallire senza conseguenze sistemiche.
Il quarto infine è un sistema integrato di vigilanza europea, incentrato sulla
European Banking Authority, che non consenta più ai supervisori nazionali di fingere
di non vedere gli squilibri che si accumulano nelle proprie banche al fine di
promuoverne lo sviluppo internazionale».
Le banche quindi dovrebbero poter fallire.
«E' l'unico modo per incentivare i loro management a non prendere rischi eccessivi e i
loro azionisti e creditori a tenerle sotto controllo».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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