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  :: Rassegna stampa - Documento

I colossi della Silicon Valley alla guerra delle stock option
di Federico Rampini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 luglio 2004

Il clima nella Silicon Valley, almeno stando alle apparenze, è quello di una lotta per la sopravvivenza di fronte a un attacco mortale. Ad essere minacciato sarebbe il "modello" stesso del distretto industriale più celebre del mondo, gli ingredienti essenziali di un ecosistema socio-economico che favorisce più di ogni altro l'innovazione e lo spirito d'intrapresa. Dalla Silicon Valley sono partite le rivoluzioni tecnologiche che hanno contagiato e plasmato il resto del mondo negli ultimi cinquant'anni. Ma oggi questo luogo a sentire gli allarmi delle Cassandre più agitate rischia di essere soffocato. Questa contesa vede schierati da una parte i nomi più importanti dell'industria hi-tech locale: in particolare John Chambers della Cisco, Scott Mc Nealy della Sun Microsystems, lo stato maggiore della Intel, ecc. Sul fronte opposto tra i colossi dell'information technology sono schierati invece la Microsoft e la Ibm, che in quanto ex-monopolisti o monopolisti non hanno mai avuto vere affinità con lo spirito della Silicon Valley. Non mancano naturalmente attori politici importanti in una battaglia di questa portata, a cominciare dal Congresso di Washington strattonato da lobby contrapposte e ancora indeciso sul da farsi.
Sembra incredibile che all'origine di un clima così infuocato e drammatico ci sia un piccolo ritocco alle regole di contabilità societaria, una riforma che in altre parti del mondo passerebbe inosservata (o risulterebbe scarsamente comprensibile se non a pochi addetti ai lavori). E' la proposta del Financial Accounting Standards Board (Fasb) - l'ente che stabilisce appunto le regole contabili per le società americane - di "spesare" le stock option nei bilanci aziendali. Come sanno anche i muri almeno qui nella Silicon Valley le stock option sono una forma di compensazione che dà ai dipendenti il diritto di comprare le azioni dell'impresa in cui lavorano ad un prezzo predeterminato, e generalmente per un periodo di dieci anni. I vantaggi di questo meccanismo retributivo sono molteplici. Anzitutto, è ovvio che se l'azienda ha successo e il valore delle sue azioni aumenta, il lavoratore guadagna tutta la differenza tra il prezzo "predeterminato" e il prezzo effettivo nel momento in cui esercita la sua opzione d'acquisto. Un altro vantaggio è la conseguenza di tipo "culturale" che questo comporta: i lavoratori si sentono molto legati al destino della loro azienda, si sentono tutti potenzialmente degli imprenditori co-proprietari di un pezzo d'azienda, e quindi sono pronti a sacrifici notevoli: la loro dedizione, la loro produttività, il loro spirito competitivo e la loro voglia di innovare vengono esaltati da questa logica capitalistica. Parallelamente c'è un vantaggio per le imprese: proprio perché offrono le stock option possono pagare stipendi inferiori a quelli che dovrebbero offrire per reclutare gli stessi talenti senza stock option, e questo è utile soprattutto per le start up che hanno buone idee e tante speranze ma poco cash. Questo beneficio però si fonda in larga parte su un privilegio normativo: le imprese finora non sono tenute a conteggiare il costo delle stock option alla stregua dei costi salariali. Sono un costo invisibile, come tali quindi non incidono sui profitti. E quando le aziende dopo aver distribuito le opzioni fanno dei buyback - riacquistano azioni proprie - per evitare un'eccessiva diluizione del capitale, neanche i buyback devono essere conteggiati come costi. Questo privilegio ha fatto sì che per le stock option sia stata coniata l'ironica definizione di "immacolata compensazione".
Nella Silicon Valley degli anni 90, quando tutte le cose giravano per il verso giusto, le stock option furono un formidabile meccanismo di distribuzione di ricchezza - fabbricarono generazioni di milionari - ed anche il cemento ideologico di un certo spirito pionieristico e di una "democrazia industriale" che vedeva cooperare il chief executive e il programmatore di software, il top manager e la sua segretaria. Poi sono arrivati gli scandali finanziari, le bancarotte fraudolente di Enron, WorldCom, Tyco, Adelphia (i cui protagonisti finiscono in galera uno dietro l'altro proprio in questi giorni). Anche se la Silicon Valley fu assai meno toccata dagli scandali rispetto ad altre parti del capitalismo americano, tuttavia l'ondata dei crac portò a riesaminare con severità le leggi sulla corporate governance e le regole contabili. Fra le tante riforme in cantiere c'è appunto quella delle stock option. Nessuno le vuole vietare. Semplicemente, il Fasb vuole che esse siano spesate. Altrimenti, argomenta il regolatore, si crea una opacità a danno degli investitori: sul mercato ci sono aziende dalla redditività artificialmente drogata, perché alcuni costi non appaiono nei loro bilanci.
La Silicon Valley è scesa in guerra contro questo progetto di riforma. La manifestazione più appariscente (di cui abbiamo già scritto su queste colonne; ndr: leggi l'articolo dal titolo Per le stock-option è mobilitazione di popolo) si è tenuta il 24 giugno, quando i dirigenti del Fasb sono venuti nella "tana del leone", a Palo Alto, organizzandovi una audizione pubblica per registrare in modo molto democratico tutti i pareri in campo. Quel giorno centinaia di dipendenti dell'industria tecnologica si sono radunati davanti al municipio di Palo Alto per manifestare il proprio dissenso. In una fascia professionale dove storicamente il sindacato non è mai riuscito a penetrare, era una prima assoluta. Anche i grandi boss hanno fatto sentire la loro voce. Chambers della Cisco ha lanciato lugubri avvertimenti: toglieteci le stock option - è stato il suo messaggio - e a quel punto avremo perduto l'ultimo vantaggio competitivo che ancora trattiene qui alcune attività; senza le stock option sarà ancora più conveniente delocalizzare i mestieri hi-tech in India e in Cina, e il deflusso di posti di lavoro diventerà inarrestabile. L'avvertimento è rivolto al Fasb ma anche al Congresso. La lobby che difende lo status quo spera che - qualora l'authority rimanga inflessibile sul suo progetto di riforma - i politici possano ribaltare la situazione e mantenere in vita i privilegi delle stock option: soprattutto in un anno elettorale in cui è meglio non scontentare nessuna categoria organizzata.
Il Fasb ha degli alleati anche nel campo hi-tech. La Microsoft ruppe il fronte per prima rinunciando completamente alle stock option più di un anno fa, per sostituirle con la distribuzione di azioni pure e semplici (vincolando i dipendenti a non venderle prima di un certo numero di anni) che naturalmente è una voce di costo "spesata" in bilancio. Anche l'Ibm è uscita dal fronte della difesa a oltranza delle stock option. Ma questi giganti, nella visione della Silicon Valley rappresentano una cultura capitalistica più tradizionale e gerarchica, quindi non stupisce che si trovino dall'altra parte della barricata. Quel che è meno noto, è che anche all'interno della Silicon Valley gli interessi sono tutt'altro che omogenei. Le piccole start-up, le aziende ancora allo stadio "neonatale", non sarebbero danneggiate dalla riforma del Fasb in quanto non sono tenute a pubblicizzare i propri risultati. Con un pizzico di cattiveria si potrebbe dire che forse questo aiuta a capire la caparbietà di Cisco e Sun Microsystems: il nuovo sistema creerebbe un vantaggio non tanto a favore dell'India e della Cina, bensì a favore dei loro concorrenti locali più piccoli. L'impressione comunque è che anche nella Silicon Valley molti si stiano rassegnando. Il più recente censimento organizzato dalla Mellon Financial rivela che solo nell'ultimo anno il volume di opzioni distribuite è sceso tra il 15 e il 20%. Il censimento è stato effettuato su un campione di 150 aziende hi-tech di tutte le dimensioni, prevalentemente concentrate nella Silicon Valley. Per la prima volta da quando questa rilevazione viene effettuata, l'azienda-tipo ha smesso di distribuire le opzioni a tutti i suoi dipendenti. I primi a venirne privati sono quelli il cui stipendio annuo è sotto la soglia dei 100.000 dollari. Anche la "democrazia industriale" nella Silicon Valley non è più quella di una volta.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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