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I figli e i figliastri dei corporate bond
di Beppe Scienza (Dipartimento di matematica dell'Università di Torino)
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 23 novembre 2009

Uno dei luoghi comuni della finanza è che bisogna essere ricchi per avere accesso agli investimenti migliori. Lo ripetono quanti corteggiano la gente più danarosa con dovizia di espressioni inglesi (family office, high net worth individual ecc.), mentre poi spesso piazzano gli stessi fondi, gestioni e polizze di qualunque venditore porta a porta.
In realtà può capitare addirittura il contrario. Infatti la crisi finanziaria del 2008 ha provocato le perdite maggiori proprio ad alcuni detentori di grossi patrimoni, mentre ha solo sfiorato i piccolissimi investitori. Costoro avevano i loro pochi risparmi sul conto in banca, in Bot o buoni postali e non ci hanno rimesso un euro. Viceversa hanno perso anche l'80% i possessori di alcuni fondi hedge, che poveracci proprio non sono, essendo previsti per essi versamenti minimi di 500 mila euro o dollari a testa.
Bocconi grossi. C'è però una fattispecie, forse l'unica, dove effettivamente un piccolo risparmiatore è svantaggiato. Si sta infatti diffondendo la moda di emettere obbligazioni acquistabili solo a partire da 50 mila euro o dollari e magari anche più. Esempio eclatante è quello della Fiat. Ha due obbligazioni che scadono nel 2011, ma quella accessibile anche con qualche migliaia di euro rende solo il 3,6% lordo, mentre chi ne può investire cinquantamila ottiene il 4,8%. Analogo discorso vale per le Mediobanca o le Monte dei Paschi di Siena con scadenza 2015-2016, come mostra la tabella in pagina. Ricordiamo che per il reddito fisso ci si esprime sempre in termini di valore nominale, per cui la somma effettivamente investita è più o meno maggiore con quotazioni sopra a 100 e inferiore nel caso contrario.
Di alcune società poi esistono solo titoli con pezzature grosse. E' il caso di Terna, la proprietaria della rete elettrica italiana, e ciò vale pure per il suo prestito reale, uno dei pochissimi indicizzati a lungo termine all'inflazione nostrana e non europea.
Addirittura sconcertante è il caso della società autostradale Atlantia, che lo stesso giorno che emetteva un titolo da 100 mila euro (e ne ha emessi solo così) usciva con un'obbligazione in sterline con taglio da mille. Come dire? Porte aperte per i piccoli risparmiatori britannici e un limite elevato invece per quelli nostrani.
Il senso di tali comportamenti, per fortuna per ora solo di una minoranza di emittenti, è poco chiaro. La cosa potrebbe aver senso tutt'al più all'emissione per ragioni di praticità, ma allora basterebbe imitare la compagnia di viaggi tedesca Tui, che nel 2004 offrì un'obbligazione settennale a partire da 50 mila euro, prevedendone però la successiva libera trattazione a tagli da mille.
Sono perplessità condivise anche da un accorto gestore obbligazionario, qual è Marco Vinciguerra, che appunto osserva che "normalmente un investitore istituzionale fa acquisti nell'ordine dei milioni di euro o dollari e quindi non gli importa nulla di quale sia il lotto minimo di un titolo".
Ma la cosa che più sconcerta è che per molte di queste obbligazioni vale un regola davvero strana: il quantitativo trattato è infatti 50 mila ma sono possibili incrementi di mille (euro o dollari). Così addirittura, per esempio con le Italease 23-11-2010 a tasso variabile, uno potrebbe comprarne 56 mila, rivenderne poi 50 mila e trovarsi così ad averne seimila, per altro invendibili. Sembra quasi un giochetto.
Titoli di stato. Abbiamo visto i comportamenti di alcune società per azioni. Cosa fanno invece gli stati? Di regola emettono titoli con tagli accessibili praticamente a qualsiasi risparmiatore. Così per le Oat francesi, comprese quelle agganciate all'inflazione, il taglio minimo è addirittura 1 euro. E' solo la Borsa Italiana che l'ha portato a 5 mila euro. I titoli medio-lunghi dello Stato italiano (Btp, Cct ecc.) si possono comprare a multipli di mille euro e i buoni fruttiferi postali sono emessi addirittura a partire da 50 euro.
Diverso invece il caso dell'Iraq. Chi vuole puntare sulla ripresa o almeno la sopravvivenza del martoriato paese del Vicino Oriente ha a disposizione solo un titolo da 250 mila dollari, che per la cronaca valeva 66 dollari nel 2007 e ne vale ora 75, con una redditività a scadenza (2028) dell'8,5% lordo.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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