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Rassegna stampa - Documento |
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I signori del rating sotto esame
di Orazio Carabini
Il Sole 24 Ore
Giovedì 4 ottobre 2007
Il solo apparato regolamentare che le riguarda si chiama «Principles regarding the activities of
credit rating agencies». Lo ha compilato la Iosco, l'organizzazione delle Consob mondiali, nel 2004.
Le agenzie di rating possono adottarlo su base volontaria. Adesso il Cesr, il comitato delle Consob
Ue, sta verificando, su sollecitazione del commissario Charlie McCreevy e in collaborazione con la
Sec, come questo codice di condotta è stato recepito e, più in generale, come le agenzie di rating
si sono comportate nella recente crisi innescata dai mutui subprime americani. Mentre l'assedio ai
signori del rating si stringe. Dopo Jean-Claude Trichet, presidente della Bce, e numerosi esponenti
delle autorità di vigilanza internazionali, anche il gran capo della Lazard, Bruce Wasserstein, ha
dichiarato al Sole-24 Ore (vedere l'edizione di ieri; ndr: non disponibile) che «il meccanismo di
formulazione del rating va rivisto».
Nessuno sembra incline a proporre un'iper-regolamentazione del settore. Anzi, l'idea di fondo a
Bruxelles è quella di sollecitare un aggiornamento dell'autoregolamentazione, magari assistendola
con opportuni suggerimenti e magari minacciando sottovoce interventi legislativi nel caso
l'autoregolamentazione stenti a decollare.
Ma Standard & Poor's (che fa parte del gruppo editoriale McGraw-Hill), Moody's (nata da
Dun & Bradstreet da cui si è staccata nel 2000) e FitchRatings (del gruppo francese Fimalac) sono
ossi duri. Il loro mercato è un oligopolio da manuale: le barriere all'entrata sono pressoché
insormontabili (reputazione, personale qualificato, relazioni). Si spartiscono il 95% del mercato
mondiale (40% S&P's, 39% Moody's, 16% Fitch) e sono in una botte di ferro. Perché la loro forza
nasce da una curiosa anomalia: le agenzie di rating sono pagate da chi emette i titoli, in
percentuale dell'importo dell'emissione. E gli emittenti hanno tutto l'interesse ad avere buoni
rapporti con loro perché tanto migliore è il rating tanto minore è il costo di quanto devono
prendere a prestito.
Il meccanismo è rodato, e le agenzie di rating sanno usare il potere che deriva loro da questa
anomalia. Come tutti hanno potuto verificare due anni fa proprio in Italia. Il Parlamento aveva
recepito la direttiva sugli abusi di mercato forzando un po' la mano su un punto: aveva equiparato
i rating delle agenzie agli studi e alle ricerche delle banche d'investimento, costringendo le
agenzie a una maggiore trasparenza sulla fonte delle informazioni e sui conflitti di interessi.
Erano ancora aperte le ferite dei crack Cirio e Parmalat e nell'indagine conoscitiva svolta in
Parlamento le agenzie di rating erano state attaccate duramente. La forzatura non durò a lungo.
«Poco dopo - racconta un'autorevole fonte finanziaria -, quando fu approvata la legge sul risparmio,
fu proprio il Tesoro, cioè uno dei maggiori clienti delle agenzie con le sue emissioni annuali
lorde da 400 miliardi di euro, a intervenire facendo sopprimere la norma precedentemente approvata».
Non a caso, oggi il viceministro dell'Economia Roberto Pinza dice: «Il problema delle agenzie di
rating va affrontato a livello internazionale e l'Italia deve appoggiare McCreevy, perché il rating
va considerato un patrimonio sociale». Gli fa eco Daniel Gros, direttore del Ceps: «Il rating è un
bene pubblico e andrebbe sottoposto alle regole introdotte dalla Mifid per tutte le società che
offrono servizi finanziari. Forse così il pubblico tornerebbe ad avere fiducia». Più radicale la
ricetta di Fabrizio Ghisellini, direttore finanziario del Comune di Roma con una lunga esperienza
al Tesoro: «Servirebbe un'agenzia di ispirazione pubblica (Fondo monetario, Bri) che viene pagata
da chi investe e non da chi emette e che opera in concorrenza con le agenzie private. Potrebbe
intervenire non sulle singole emissioni ma sulle tendenza che possono causare danni al mercato,
come è accaduto con i subprime».
Chi punta a una regolamentazione più stretta fa un paragone con le società di revisione che, al
confronto, sono molto più regolamentate. In fondo il principio è lo stesso: il "prezzo" della
società emittente sottoposta a revisione o a rating contribuiscono a farlo revisori e agenzie.
Quindi, perché non estendere alle agenzie di rating il divieto di offrire servizi paralleli, o
l'obbligo di denunciare i conflitti di interessi, le metodologie di valutazione? Fino addirittura
alla proposta di imporre la rotazione degli incarichi dopo un certo numero di anni. Con una
delicata controindicazione. Già oggi il responso delle agenzie di rating è giudicato affidabile:
se viene "bollinato" da una vigilanza severa, c'è il rischio che gli investitori si fidino ancor
più ciecamente (moral hazard). E' facile prevedere che i signori del rating reagiranno a questo
clima ostile richiamando le responsabilità degli altri protagonisti del mercato: le banche e gli
hedge fund che avevano "nascosto" la loro attività over the counter, o le autorità di vigilanza
che non avevano nemmeno annusato la bolla dei subprime.
* * *
Le proposte
Jean Claude Trichet (Presidente della Banca centrale europea)
Il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet ha scritto una lettera
all'europarlamentare Werner Langen con la quale chiede «che venga attuata un'ulteriore e attiva
valutazione» del ruolo svolto dalle agenzie di rating nelle turbolenze sui mercati finanziari.
La relazione affidata al Cesr, il comitato delle Consob europee, «permetterà una valutazione più
completa dei possibili interventi normativi».
Charlie McCreevy (Commissario Ue al mercato interno)
Il commissario Ue al mercato interno Charlie McCreevy ha scritto alla Commissione: «Le agenzie di
rating sono state troppo lente nel rivedere al ribasso le proprie valutazioni o almeno a far
scattare il credit watch. Almeno un'agenzia ha riconosciuto che i modelli utilizzati per formulare
le decisioni richiedevano correzioni e che nel passato aveva conferito un'attenzione insufficiente
a possibili frodi da parte degli emittenti di mutui dei quali valutava i titoli».
Roberto Pinza (Viceministro dell'Economia)
Il viceministro dell'Economia Roberto Pinza ha recentemente dichiarato che «il rating è un
patrimonio sociale e come tale va tutelato». Ma - ha aggiunto - «qualsiasi intervento legislativo
o regolamentare sulle agenzie di rating va affrontato a livello europeo se non internazionale».
Dopo l'indagine del Cesr potrebbe essere reso più stringente il Codice di condotta predisposto
dalla Iosco e che le agenzie di rating adottano su base volontaria. Oppure la Commissione Ue
potrebbe intervenire.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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