I superbonus e la filosofia del creare valore
di Kalus Schwab (fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum)
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 11 gennaio 2010
Nelle ultime settimane, il problema dei bonus troppo alti per i dirigenti delle
società private è l'argomento che più di ogni altro ha catturato l'attenzione
dell'opinione pubblica. La discussione è molto accesa ed emotiva, trainata da
fattori come l'avidità, l'invidia e lo sdegno morale.
Ci si chiede se i manager non abbiano imparato nulla dagli eccessi che sono la
principale causa della crisi economica che stiamo vivendo. Si tratta però di un
dibattito superficiale, che non tiene in considerazione il punto fondamentale.
Cioè il ruolo che le aziende private (banche incluse) giocano nella società, e il
ruolo dei dirigenti all'interno di queste aziende. La discussione sui bonus in
realtà è solo il simbolo di una trasformazione molto più profonda del mondo delle
imprese. E' una trasformazione che ha implicazioni sociali gravi, e per questo mi
ci voglio soffermare.
Quasi quarant'anni fa sviluppai la «teoria dello stakeholder» per le imprese.
Secondo questa teoria, l'impresa è una comunità con una serie di «stakeholder»:
in altre parole, gruppi sociali direttamente o indirettamente legati all'impresa,
e che dipendono dal successo e dalla prosperità dell'impresa stessa. Appartengono
alla categoria, naturalmente, gli azionisti e i creditori: ma sono stakeholder
anche i dipendenti, i clienti, i fornitori, lo Stato e in particolare la società
in cui l'impresa agisce.
L'idea centrale degli incontri di Davos era quella di creare una piattaforma dove
i manager potessero incontrare i loro stakeholder e discutere della responsabilità
reciproca. Secondo l'approccio della mia teoria, il top management dell'impresa
agisce come fiduciario per tutti gli stakeholder, e non solo come fiduciario degli
azionisti. Il principio di fondo è che ogni individuo è inserito in comunità
sociali dove il bene comune può essere promosso solo attraverso l'interazione di
tutti i partecipanti, e anche il successo dell'impresa è inserito in questa
interazione.
Abbiamo assistito a una graduale erosione dello spirito comunitario negli anni
passati. Il fenomeno risulta evidente non solo nel mondo delle imprese, ma anche
nella politica e in altri ambiti. Questa erosione dei valori collettivi è stata
più accentuata nel mondo delle imprese ed è anche una delle ragioni principali
dell'attuale crisi economica e delle sue conseguenze.
Negli ultimi anni, l'impresa si è trasformata da unità finalizzata, dotata di uno
scopo, a unità puramente funzionale: lo scopo di un'impresa - creare prodotti e
servizi per il bene comune - nella società è stato rimpiazzato da una filosofia
imprenditoriale puramente funzionale, mirata all'ottimizzazione dei profitti nel
più breve tempo possibile, al fine di massimizzare il guadagno dell'azionista.
Ma se i processi decisionali del management sono scollegati dalla responsabilità
del manager per i rischi che si assume, allora il sistema imprenditoriale è
distorto.
In questo contesto, l'impresa non è più una comunità organica; diventa una
«macchina funzionale per la generazione di profitti», in cui tutte le parti che
non adempiono al loro scopo sono sostituibili: manager, dipendenti, prodotti,
localizzazioni, ecc. Questo sviluppo è stato particolarmente visibile nel settore
terziario - vale a dire nel settore finanziario - dove il collegamento con lo
scopo originale di un'impresa, cioè la creazione di valore reale, sostanziale, è,
nella migliore delle ipotesi, solo indiretto.
Tutto questo produce delle conseguenze in termini di comportamento individuale:
non ci si può aspettare nient'altro che pensieri e azioni improntati all'egoismo
da parte di un individuo che sa di essere sostituibile in qualsiasi momento.
Invece di un mondo guidato da un sentimento comunitario di dovere nei confronti
della società, assistiamo a un ascesa di comportamenti individualistici tesi alla
ricerca del profitto, dove la società gioca solo un ruolo secondario.
La crisi in corso dev'essere un colpo d'avvertimento per indurci a ripensare da
cima a fondo lo sviluppo della nostra morale, delle nostre norme etiche e dei
meccanismi normativi che sorreggono la nostra economia, la nostra politica e la
nostra interconnessione globale. Sarebbe un'occasione sprecata per tutti noi se
facessimo finta che la crisi è stata semplicemente un brutto sogno, specialmente
adesso che stiamo cominciando a vedere i primi segnali di miglioramento, con la
crescita dei prezzi delle azioni o i profitti trimestrali che tornano a fare
capolino nelle banche (con relativi bonus); segnali che sono, onestamente, solo
indicatori finanziari.
Sfortunatamente, la realtà da cui ci stiamo ancora nascondendo appare molto
diversa: la crisi finanziaria non si è limitata a produrre un incremento della
disoccupazione, che continuerà a perseguitarci ancora per anni. Metterà sotto
enorme pressione anche i beni e i servizi pubblici, perché i Governi saranno
costretti a rifondere il colossale debito accumulato. I miliardi necessari per
coprire il debito dovranno venire da aumenti delle tasse, riduzioni dei servizi
sociali e tagli alla sanità, e minori investimenti nell'istruzione e nelle
infrastrutture. In definitiva, sarà il contribuente, il cittadino medio, a dover
pagare i costi della crisi attraverso una riduzione del suo reddito disponibile.
C'è il reale pericolo che la crisi finanziaria ed economica si evolva in crisi
sociale concreta. Ci aspettano tempi difficili. Se vogliamo tenere insieme la
società, il senso di comunità e solidarietà oggi è più importante che mai. Questo
spirito comunitario è la base del principio dello stakeholder. Dobbiamo abbracciare
questo principio non soltanto all'interno dei ristretti confini di un'azienda, ma
anche a livello nazionale e globale.
Vista in quest'ottica, la discussione sui bonus è solo il simbolo di un
interrogativo più di fondo: riusciremo ad adottare uno spirito più comunitario o
ricadremo nelle vecchie abitudini e nei vecchi eccessi, minando ulteriormente la
pace sociale?
Traduzione di Fabio Galimberti.
* * *
L'economista che ha fondato il Forum nel 1971
Klaus Martin Schwab, economista tedesco di 72 anni, ha fondato il World Economic
Forum nel 1971 con l'originario obiettivo di creare una fondazione non profit
impegnata nel miglioramento delle relazioni economiche globali. Poi, nel tempo,
poco alla volta, il Forum è andato consolidando il suo attuale status. Ed è in
questa veste che organizza annualmente a Davos, in Svizzera, il periodico
incontro tra i maggiori leader mondiali della politica e dell'economia, assieme
ad una ristretta elite di intellettuali e esponenti del mondo della cultura,
con l'obiettivo di discutere assieme e trovare punti di vista comuni sui maggiori
temi della globalità: dalla salute all'ambiente.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
|
 |
|